“Corso di copto sahidico” di Thomas O. Lambdin

Corso di copto sahidico, Thomas O. LambdinCorso di copto sahidico
di Thomas O. Lambdin
a cura di Alberto Elli
Ananke

«”Mi dedico interamente al copto. Voglio sapere l’egiziano come il mio francese, poiché sono certo che su questa lingua sarà basato il mio grande lavoro sui papiri egizi” così Jean François Champollion scriveva al fratello maggiore Jean Jacques nel 1810. Solo tre anni prima l’illustre studioso aveva letto la prefazione della sua opera intitolata L’Égypte sous les pharaons all’Accademia di Grenoble, asserendo che il copto derivava dall’egiziano antico […]. Nel 1824, mediante una vasta conoscenza e un sapiente uso della lingua copta, lo studioso portò a compimento il suo lavoro di decifrazione dei geroglifici innescando nuovi percorsi della scienza egittologica e dello studio della Civiltà Copta.

La geniale intuizione di Champollion, basata sull’inscindibile legame esistente fra l’egiziano antico, il copto e il greco antico, trova le sue motivazioni proprio nelle peculiarità di questa straordinaria lingua e nella sua capacità di adattamento alle molteplici esigenze della società e della cultura egiziana. Non è un caso, infatti, che la lingua copta presenti una struttura grammaticale di base analoga a quella dell’egiziano parlato nell’epoca di sua formazione (II-III sec. d.C.) pur utilizzando una struttura sintattica e un sistema di scrittura di netta influenza greca. I sintomi di questa efficace e sapiente commistione sono altresì visibili nel vocabolario, frutto dell’unione dei preesistenti vocabolari egiziano e greco.

Il copto, quale lingua “avanzata”, ha origine nel II sec. d.C. al fine di recuperare e traslare tratti rilevanti della cultura anticoegiziana in ambito cristiano. L’avvento del cristianesimo in Egitto aveva infatti accentuato la necessità dell’universalità del culto in tutto il paese e il principale strumento per attuare questo disegno era l’uso di un apposito “linguaggio letterario” per la produzione di opere religiose, dacché l’egiziano dell’epoca appariva una lingua assai povera di possibilità espressive sotto il profilo dottrinario. L’efficacia del nuovo linguaggio stava dunque nella sua particolare struttura in cui potevano agevolmente coesistere aspetti della tradizionale lingua tardoegiziana (demotico) – nella sua espressione scritta e parlata – ed elementi della lingua greca atti a fornire gli opportuni modelli teologici e letterari di riferimento.

Seppur complesso nella sua progressiva genesi, il nuovo linguaggio aveva tuttavia un uso essenzialmente pratico per l’edificazione del lettore e dell’uditore nelle synaxeis delle chiese e dei monasteri. […] Contrariamente agli scenari d’Oriente e d’Occidente, in Egitto l’uso della lingua non contemplava disquisizioni ed interpretazioni dottrinarie ascritte alla tradizione patristica ma era unicamente l’ideale veicolo di diffusione della parola ai fedeli.

Altro importante aspetto della lingua è la sua ripartizione in un certo numero di “dialetti” come il Sahidico (o Tebaico), il Bohairico, l’Ossirinchita, il Faiumico, l’Achmimico, il Licopolitano, per citarne i principali; tale distinzione appare del tutto fittizia, stante l’impossibilità di acclarare quali suoni fossero rappresentati dai diversi grafemi presenti nei testi e se i differenti sistemi grafematici fossero ascrivibili a varietà collocabili geograficamente. Più che di dialetti, basati sulla moderna concezione delle isoglosse, si tratta di differenti tipologie di strutturazione grafematica dei vocaboli o grammaticale non puntualmente collocabili in determinate aree linguistiche e culturali.

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Corso di copto sahidico
  • Lambdin, Thomas O. (Autore)

Sotto il profilo geografico, non ostante tali limitazioni, si suole attribuire ai dialetti la località in cui si ritiene fossero parlati; così, ad esempio, il boairico nel Delta, il faiumico nel Fayum, l’achmimico nella zona di Achmim-Panopolis e il licopolitano nella zona di Asiut. Discorso a parte va fatto per il sahidico, principale forma linguistica letteraria parlata in tutta la Valle dei Nilo dal II all’VIII secolo d.C. e sostituita dal boairico nel IX secolo d.C.

Contestuale allo sviluppo della lingua e della letteratura vi è poi la messa a punto della scrittura, frutto di accurata e sapiente unione delle 24 lettere dell’alfabeto greco e di 6 selezionati fonemi della grafia demotica; la pregevole strutturazione geometrica delle lettere dell’alfabeto copto, sfociata nelle due principali grafie del sahidico della maiuscola biblica e della maiuscola alessandrina, abilmente convergono nella produzione di codici e di testi di fattura professionale, tendenza, questa, ulteriormente incrementatasi con il successivo affermarsi del boairico.

Intimamente legata alla scrittura e ai suoi codici concettuali è l’ortografia che riflette piuttosto bene l’opera di interpolazione e di idonea corrispondenza tra fonemi greci ed egiziani, tesa ad eludere le possibili difficoltà di lettura ed interpretazione dei vocaboli. Parte essenziale dell’ortografia è destinata ai segni di lettura (sopralinee, punti in lato e in basso, apici, apostrofi) acquisiti dal greco e accuratamente rielaborati per segnalare lettere sonanti, raggruppamenti e divisioni sillabiche del tutto estranee al greco ma comuni all’egiziano antico.

L’apprendimento della lingua copta si configura quindi come significativa esperienza culturale e formativa sia per i suoi aspetti strutturali intrinseci, sia per la molteplicità di apporti di altre discipline “parallele” afferenti all’Egitto antico. Nei passati decenni, numerosi sono stati gli sforzi dei coptisti tesi ad arricchire le conoscenze sulla lingua e a sviluppame idonei strumenti di apprendimento e, in tale contesto, ben si inserisce il contributo di Thomas O. Lambdin sul copto sahidico.»

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