Corpo, genere e società, Rossella Ghigi, Roberta SassatelliProfessoresse Ghigi e Sassatelli, Voi siete autrici del libro Corpo, genere, società edito dal Mulino: che rapporto esiste tra corpo e costruzione della propria identità?
Il corpo ha un ruolo fondamentale in ogni società. È essenziale nel mediare la nostra relazione con il mondo e con noi stessi. Dal punto di vista dell’esperienza ordinaria, è attraverso il corpo stesso che, in effetti, possiamo pensare e pensarci. Siamo soggetti incorporati, e proprio in quanto tali abitiamo nello spazio e nel tempo, partecipiamo al mondo sociale contribuendo a rinsaldare o modificare quelle stesse regolarità pratiche e quelle norme classificatorie che definiscono la nostra soggettività.

Per molto tempo la sociologia ha “dimenticato” quanto il nostro essere corporeo fosse un fattore costitutivo della soggettività e del nostro essere sociale, trattando il soggetto della storia come individuo astratto, senza un corpo (né quindi un genere). Da tempo, però, anche questa disciplina ha recuperato l’importanza del nostro essere nel mondo come soggetti incarnati, mostrando quanto fondamentale fosse non soltanto tener conto del corpo-oggetto, ma anche della percezione soggettiva che dal corpo traeva fondamento. Più precisamente, gli studi contemporanei non si fermano alla ormai nota constatazione per cui il corpo è “socialmente costruito” o che “natura e cultura sono mutualmente costitutive”: da tempo essi considerano il soggetto come soggetto incorporato, inserendo questa lettura in moltissime analisi su temi diversi, dalla disuguaglianza sociale alle relazioni di lavoro, dal rapporto con i consumi alla partecipazione politica, eccetera. In altri termini, la sociologia e le scienze sociali in generale hanno messo all’opera l’idea dell’incorporamento come processo sociale​, sottolineando come questo sia costitutivo delle identità stesse degli individui. La nostra capacità di prendere corpo e la socialità di questo corpo sono dunque coestensive.

Nel nostro volume, intendiamo mostrare, attraverso riferimenti a ricerche teoriche ed empiriche sul tema, il processo di incorporamento, che sta alla base del rapporto tra corpo e identità, sia scalare, circolare, attivo, incessante e conteso. Scalare perché i nostri corpi sono forgiati dalle relazioni sociali a più livelli o scale: nell’aspetto e nella postura, nelle capacità e nelle limitazioni, nelle emozioni e nella fisicità stessa. Circolare, perché, in quanto esseri umani, siamo indotti ad assumere nel nostro corpo le differenze promosse dall’interazione, dalla cultura e dalle istituzioni per poi agire su queste stesse differenze a partire dal nostro sentire incorporato. Attivo, perché di questo incorporamento noi siamo pienamente soggetti – e quindi non solo soggetti al potere delle classificazioni e dell’organizzazione sociale, ma anche capaci di farci soggetti del nostro lavoro sul nostro corpo riproducendo, modificando, sfidando le norme sociali. Incessante, perché non solo continuamente costruiamo il nostro corpo per noi e per gli altri, ma anche perché esso non potrà essere davvero muto: parlerà di noi anche quando ci sembrerà di non dir nulla. Conteso, perché i nostri modi di vivere il corpo sono fondamentali, ancorché spesso taciti, modi di vivere le nostre identità, le quali, a loro volta, sono collocate in sistemi gerarchizzati. Uno di questi è il genere.

Come viene condizionata dalla società la nostra percezione di genere?
Non esiste una percezione di genere che non sia strutturalmente sociale. Il nostro modo di leggere la stessa materialità dei corpi secondo il binarismo del sesso è condizionato dal genere: classifichiamo gli individui in maschi e femmine in conseguenza della divisione di genere, e non viceversa. Non intendiamo con questo certo sostenere che non vi sia un dato corporeo materiale, situato nel tempo e nello spazio, quanto piuttosto mostrare che a quel dato noi abbiamo accesso solo attraverso il nostro essere sociali, e che su quel dato, inevitabilmente, la società lavora. Interazione, istituzioni e cultura intervengono sui corpi, con forza e allo stesso tempo tacitamente – ad esempio, chiedendo a soggetti diversi di mostrare emozioni in modo differenziato a seconda della situazione, oppure pretendendo differenti controlli corporei, o ancora rappresentando immagini dei corpi secondo codici diversificati e fortemente normativi. Così facendo, la società rende alcuni processi significativi ed altri irrilevanti, alcune esperienze foriere di differenza ed altre indistinguibili e scontate. Il dato materiale, per la specie umana, non è mai immediato o inerte: dal punto di vista dell’esperienza umana vissuta, esso esiste e si attiva nella misura in cui lo comprendiamo e lo sentiamo, ma il nostro comprendere e sentire sono invischiati nella pratica sociale. L’essere umano, come animale sociale e politico, è dunque tale sin nell’intimo della propria esperienza corporea. Anche quando ci troviamo da soli, a tu per tu con la nostra materialità, la guardiamo con occhi che la cultura ha plasmato per noi, la muoviamo secondo le movenze che abbiamo assorbito nella quotidianità e la sentiamo attraverso codici emotivi che abbiamo appreso sin dai nostri primi giorni di vita. ​Ebbene, uno dei più importanti filtri con cui siamo abituati a decodificare queste percezioni è quello che contrappone il maschile al femminile, ovvero il genere.

In che modo l’appartenenza di genere influenza la nostra socialità?
Nel volume mostriamo come tanto le teorie quanto le ricerche empiriche abbiano evidenziato che, anziché frutto di una qualità naturale, l’essere uomo o donna è un prendere posto continuamente realizzato: nell’interazione attraverso i gesti più minuti, nella cultura attraverso significati storicamente consolidati, e nelle istituzioni attraverso ruoli e funzioni. L’appartenenza di genere, i significati ad essa legati, sostengono forti imperativi sociali nelle varie dimensioni individuali e sociali delle nostre biografie, dai modi di essere ai comportamenti agli atteggiamenti, finanche ai sentimenti. Sono imperativi di genere non solo quelli che portano uomini e donne a distribuire in maniera differenziata il lavoro domestico e di cura, oppure a scegliere certi percorsi formativi piuttosto che altri, ma anche quelli che, ad esempio, chiedono di mostrare emozioni in modo differenziato, oppure pretendono differenti controlli corporei, o ancora rappresentano immagini secondo codici diversificati. Di nuovo, il nostro essere corporeo è intrinsecamente sociale, e il nostro essere sociale è intrinsecamente corporeo. Ma questi corpi non sono mai neutri rispetto al genere. Riusciamo forse a pensare al corpo umano senza attribuirgli un genere? Probabilmente no. E probabilmente, quale che sia la nostra struttura anatomica, per il fatto stesso di aver detto “umano” avremo immaginato un corpo maschile. Poiché per secoli si è sostenuta la centralità del maschile come soggetto unico della storia: la costruzione sociale del maschile e del femminile non ha posizionato questi termini, storicamente, sullo stesso piano. Se il nostro essere sociale è intrinsecamente corporeo, il nostro essere corporeo ci posiziona ancora oggi in un sistema di gerarchie e disuguaglianze, sia simboliche, sia materiali.