Antonio Selvatici, Lei è autore del libro Coronavirus Made in China. Colpe, insabbiamenti e la propaganda di Pechino edito da Rubbettino: quali errori ha compiuto il Paese del Dragone nel gestire l’evoluzione del Covid-19?
Coronavirus Made in China. Colpe, insabbiamenti e la propaganda di Pechino, Antonio SelvaticiLa Cina questa volta ha sbagliato strategia, probabilmente Sun Tzu si sta rivoltando nella tomba. Il Coronavirus che è nato e si è sviluppato in Cina poteva essere un’occasione, l’opportunità di mostrare al mondo intero che il modello di “socialismo con caratteristiche cinesi” poteva contenere elementi dal “volto umano”. Invece la Cina è rimasta intrappolata, inviluppata nel suo modello di governance. È il caso di dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio: i paesi comunisti come la Cina, nonostante i tentativi di spacciarsi come un modello efficiente e non eccessivamente autoritario, conservano l’ottusità, la malvagità e la forma mentale da regime che li ha storicamente caratterizzati. Perché tanto astio internazionale verso la Cina? Non perché il Covid-19 viene da Whuan, quindi è Made in China, ciò che pesa sono le reticenze e la chiusura della Cina di fronte al propagarsi di un virus che in un mondo globalizzato si è presto trasformato in pandemia. Deve essere chiaro un concetto: non a caso –informazione- fa rima con –prevenzione-. Il Coronavirus e i suoi nefasti effetti sono ancora oggi poco conosciuti: i grandi esperti si contraddicono tra loro, il vaccino sarà pronto non si sa quando. Insomma, nonostante gli sforzi e gli investimenti, dal punto di vista sanitario bisogna ancora percorrere molta strada. Ed è per questo che quando un fenomeno è invisibile, non conosciuto e con pochissimi significativi precedenti la migliore prevenzione diventa l’informazione e la collaborazione. La Cina ha mentito al mondo, come se il Coronavirus fosse una questione interna e non un virus che scavalca le frontiere. Il mondo, così come è stato largamente dimostrato da alcuni studi, ha subito le nefaste e prepotenti decisioni di politica interna del governo di Pechino. La Cina è colpevole perché intrappolata nel suo illiberale sistema di governance che le ha impedito di comunicare immediatamente l’insorgenza del virus e chiedere collaborazione alla comunità scientifica internazionale. Ancora una volta, i sistemi democratici si sono dimostrati deboli e succubi e si sono fatti travolgere da un virus democratico a guida autoritaria. Quale tipo di comunicazione potevamo aspettarci da un paese non democratico se non una informazione parimenti non democratica? La Cina dovrà risarcire i danni provocati? Sarebbe auspicabile, ma il nostro diritto frutto e figlio della democrazia e difficilmente riuscirà a scalfire il monolitico sistema comunista. È triste osservare come la democrazia possa soccombere quando si scontra con modelli autoritari.

In che modo la censura cinese ha impedito di conoscere la reale portata dell’epidemia?
Che fine hanno fatto Fang Bin e Chen Qiushi due giornalisti che hanno documentato l’epidemia a Whuan (anche mezzo WeChat) denunciato il tentativo di nascondere il numero reale di persone contagiate? Vi ricordate la vicenda del medico dell’ospedale di Whuan Li Wenliang che anzitempo, il 20 dicembre 2019, tra i primi, scambiò messaggi con alcuni colleghi in merito alla possibilità dell’avere individuato in alcuni pazienti un virus simile a quello della SARS che aveva già colpito la Cina alcuni anni prima? Il giovane medico è stato redarguito dalla polizia locale in quanto “disturbava l’ordine sociale” e obbligato a firmare un’ammissione di colpa. Li Wenliang, 34 anni, è deceduto nello stesso ospedale il 6 febbraio affetto da Coronavirus. Immediatamente è stato riabilitato da Pechino e trasformato in eroe nazionale. La scrittrice cinese Fang Fang (Fang Fang, Whuan- Diari di una città chiusa, Rizzoli, 2020) ben descrive le conseguenze della morte del medico: “Sono passati sedici giorni da quando hanno imposto la quarantena. Ieri è morto il dottor Li Wenliang e io mi sento distrutta. Non appena ho saputo della notizia, ho inviato un messaggio alla chat di gruppo dei miei amici: – Stasera la città di Whuan piange la morte di Li Wenliang. Mai avrei immaginato che l’intero Paese lo avrebbe pianto. Le lacrime che tante persone stanno versando per lui sono come un’onda inarrestabile che ha sommerso internet. Stasera Li Wenliang salperà verso un altro mondo trasportato da un’onda di lacrime-“. E se parliamo di censura mi viene spontaneo aprire il famoso sito della Johns Hopkins University, quello del macabro conteggio dei morti e dei contagiati globali. Ai primi posti gli Stati Uniti, l’India, il Brasile e la Russia tutte nazioni con un importante numero di abitanti. E la Cina con circa un miliardo e mezzo di abitanti? La troviamo al trentottesimo posto. In classifica accanto all’Oman che di abitanti ne conta 2,7 milioni e Panama che arriva a 3,4 milioni. Com’è ragionevolmente possibile che la Cina, cronologicamente la prima nazione colpita, con i suoi 1,5 miliardi di abitanti si trovi in fondo alla classifica globale dei colpiti da Coronavirus?

Quanto hanno influito sulla diffusione della pandemia gli errori nella gestione cinese dell’emergenza sanitaria?
Grossomodo possiamo dividere in due fasi la nascita e il diffondersi del Coronavirus in Cina. La prima è quella colposa in cui il tremendo virus si sviluppa e si diffonde, colposa in quanto non vi è stata alcuna volontà di fare esplodere la malattia, può essere stato un errore accidentale o la causa un altro motivo assolutamente involontario. Non credo affatto alle varie teorie che accusano la Cina di avere volutamente diffuso il virus. La seconda fase è quella dolosa: l’avere nascosto al mondo intero la presenza e la pericolosità del virus. La Cina ha mentito e ciò ha senza dubbio facilitato il passaggio a pandemia. Il virus non era da considerare come una “questione interna alla Cina”, tipica espressione di Pechino quando non sopporta ingerenze esterne. Gli stessi cinesi in alcuni documenti hanno ammesso gli iniziali errori, ma, allo stesso modo, non ammettono le loro successive reticenze. Non è forse ragionevole retrodatare l’insorgenza del virus in Cina alla fine di ottobre inizio novembre 2019?

Quanto è fondata la voce, sostenuta anche dal premio Nobel Luc Montagnier e dal Segretario di Stato USA Pompeo, che il Coronavirus sia un’arma batteriologica sviluppata dalla Repubblica popolare?
Non solo Luc Montagnier (che si basava su studi eseguiti in India). Consiglio di leggere il libro dello studioso Joseph Tritto (Joseph Tritto, Cina Covid-19, La chimera che ha cambiato il mondo, Cantagalli, 2020) in cui giunge alla conclusione (scientifica) che il “nostro Coronavirus” sia stato generato in laboratorio. A supporto della scomoda tesi recentemente la studiosa Yan Li-Meng è giunta a conclusioni simili. Ciò pone imbarazzanti interrogativi. Luc Montagnier (che ha lavorato anche in Cina e che quindi si presuppone conosca alcuni meccanismi) è da considerarsi un anziano signore in cerca di gloria? Joseph Tritto e Yan Li-Meng due “cialtroni” studiosi anch’essi in cerca di gloria? Perché la blasonata comunità scientifica non si confronta seriamente sul tema? Perché non viene costituita una commissione d’inchiesta internazionale composta da capaci e indipendenti studiosi?

Quale ruolo ha avuto nella vicenda il Wuhan Institute of Virology?
Chiedetelo al generale Chen Wei. Il generale medico virologo Chen Wei guida l’Academy of Military Medical Sciences, istituto affiliato all’Esercito popolare di liberazione. A metà gennaio di quest’anno, alcuni giorni prima del lookdown, insieme ad un team di esperti scienziati militari si sono presentati al Whaun Insititute of Virolgy assumendo la direzione del laboratorio con il più alto livello di sicurezza: un commissariamento manu militari. Chen Wei è famosa biologa ma anche alto membro della nomenclatura: nel 2018 è stata nominata a far parte della Conferenza consultiva del popolo cinese, il principale organo di consulenza del paese. A proposito di Wuhuan Institute of Virology è corretto affermare che Huang Yanling ricercatrice nel laboratorio Special Pathogens and Biosafety è stata una delle prime persone contagiate dal Coronavirus? E che ogni prova della sua collaborazione all’interno del laboratorio sono state cancellate? Anche se, certamente, non si può negare che la giovane ricercatrice da anni collaborasse con l’Istituto: è cofirmataria di una pubblicazione medico scientifica del 2015 in cui, insieme ad altri studiosi, risultava lavorare all’interno del famoso laboratorio di Biosafety.

In che modo la Cina ha sfruttato la pandemia per la sua propaganda?
tank di sovietica memoria si sono evoluti, non c’è stata alcuna invasione fisica della corrispondente Piazza San Venceslao. I carri armati e i loro cannoni sono diventati fake news, uso strumentale del web per ammorbidire la delicata posizione della Cina nei confronti della pandemia del Coronavirus. Uso della propaganda (a volte anche becera, come quando è stato taroccato il video dei cori dai balconi) e a volte più sofisticata e sottile come la mask diplomacy. Sono stati denominati wolf warrios i fedeli diplomatici (ai vari livelli) che fanno pressione sui governi e diffondono voci infondate, il tutto per difendere Pechino e cercare di sollevarla dalle sue responsabilità. È dunque evidente come la Cina abbia imbastito tutte queste difese (anche attaccando) per cercare di arginare l’ondata di rabbia e rancore del mondo che, come in un incubo, sta subendo l’ondata sanitaria, sociale ed economica del Coronavirus Made in China.

Antonio Selvatici è giornalista e docente presso il Master di Intelligence economica dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, il Corso di perfezionamento post laurea in “Intelligence e Sicurezza Nazionale” dell’Università di Firenze e il Master in Intelligence dell’Università della Calabria. Ha pubblicato Il libro nero della Contraffazione (Pendragon, 2012 e 2014). È autore di numerosi articoli e saggi.

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link