Dott. Adriano Monti Buzzetti Colella, Lei è autore con Alessandro Sacchi del libro Conversazione sulla monarchia edito da Historica: ha davvero senso parlare di monarchia nell’Italia del terzo millennio?
Conversazione sulla monarchia, Adriano Monti Buzzetti Colella, Alessandro SacchiAnzitutto una premessa: nello sviluppo narrativo, chiamiamolo così, della “conversazione” che dà il titolo all’opera – quella di due amici che si ritrovano a chiacchierare d’Italia e dintorni in un vecchio caffè napoletano – io svolgo un ruolo essenzialmente maieutico: fedele al mio habitus professionale indosso i panni di un cronista, quindi un curioso di professione che con i suoi quesiti e le sue provocazioni solletica un monarchico “certificato” e tutto d’un pezzo, Alessandro Sacchi (presidente dell’Unione Monarchica Italiana e dunque erede istituzionale di Sergio Boschiero, n.d.r.), aiutandolo a “partorire” la sua verità rispetto al passato e all’ipotetico futuro di questa forma di governo. Il mio atteggiamento in questa sorta di canovaccio teatrale è dunque per quanto possibile di terzietà, sebbene leggendo tra le righe emerga in modo abbastanza palese il mio sentire profondo al riguardo, che sostanzialmente collima con quello del mio interlocutore.

Tornando alla domanda, io credo che tornare a parlare di Monarchia in Italia abbia senso sotto più di un profilo. Non solo per le “solite” ragioni che vengono dal passato, ossia dalla ragionevole certezza delle dinamiche truffaldine – e di fatto golpiste – che nel ‘46 hanno sdoganato l’attuale forma dello Stato. E neanche solo per motivi che promanano dall’esterno, ovvero dal confronto perdente tra l’Italia repubblicana e le più sane ed efficienti democrazie europee, dove non a caso il garante dell’assetto istituzionale è un Re o una Regina. Il perdurante deficit d’identità nazionale, l’avvilente patriottismo da stadio, la disistima ormai radicata verso una classe politica repubblicana sempre più identificata come una casta di boiardi di Stato: questi e molti altri malesseri “spirituali” della società italiana possono, a mio parere, ricollegarsi tutte all’ardita strategia di maquillage istituzionale e culturale avviata negli ultimi settant’anni. Quella con cui, una volta defenestrata con l’inganno la Dinastia che pur tra errori e passi falsi – chi non ne ha compiuti? – aveva avuto il merito di rendere reale l’Italia immaginata da Dante, si è voluto assicurare l’irreversibilità dell’operazione in due modi perfidamente efficaci. Da un lato con l’assurdità giurisprudenziale dell’art. 139 della Costituzione, che ha in sostanza reso eterna la Repubblica “impermeabilizzandola” anche dal verdetto di un ipotetico nuovo referendum; dall’altro con un indottrinamento a tappeto ed una puntuale riscrittura a senso unico delle nostre vicende storiche, che sin dai primi anni della scuola dell’obbligo ha sostanzialmente ridotto i padri del nostro Risorgimento ad un’accozzaglia di avventurieri e gente di malaffare. Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi: un’Italia senza memoria e senza visione, dove la cultura angusta del campanile e le sirene dei populismi vecchi e nuovi hanno sempre miglior gioco. Per fortuna sembra che le nuove generazioni, anche grazie ai confronti e alla libera dialettica resi possibili dalla Rete, qualche domanda in più comincino a porsela. Direi che è un buon inizio.

Quali meriti presenta la forma di governo monarchica?
Quelli circostanziati da molti autorevoli politologi ed esperti di diritto; connazionali come Domenico Fisichella, mio venerato maestro negli anni universitari, ma non solo. Sui meriti intrinseci dell’Istituto monarchico, comunque, c’è una sostanziale identità di vedute tra tutti questi studiosi. Anzitutto il sovrano è “il” garante super partes: diffidare delle imitazioni. E’ un punto di riferimento davvero indipendente per gli organi istituzionali. La sua presenza impedisce ad esponenti di fazioni o gruppi d’interesse di percorrere l’ultimo miglio verso il controllo assoluto dello Stato: ricordiamo che le dittature più sanguinose ed oppressive, dalla Corea del Nord fino a Cuba, sono state e sono Repubbliche, mai Monarchie. E ricordiamo anche che durante il fascismo Mussolini considerò i Savoia un ostacolo rilevante al pieno e disinvolto dispiegarsi della sua azione di governo, inclusi i suoi aspetti più esecrabili. Inoltre una Casa reale non nasce dal nulla, ma da un patto tra essa ed il suo popolo: un legame che non è esagerato definire con un ossimoro “laicamente sacro”, e che si trova su un piano decisamente diverso da quello delle effimere intese della politica politicante. Infine a differenza di un Presidente – il quale sempre più spesso viene individuato tra le “seconde file” della politica nazionale, percepite in qualche modo come meno compromesse rispetto ad esponenti politici di spicco – un Re viene educato al suo ruolo sin dalla nascita, con un iter esistenziale fatto più spesso di oneri che di onori. Non fa eccezione anche l’attuale erede all’ipotetico trono d’Italia, che per volontà manifesta dell’ultimo sovrano Umberto II è Amedeo di Savoia Aosta. Dopo di lui in prospettiva c’è suo figlio Aimone, un top manager a capo di un’importante filiale estera della Pirelli: studi internazionali, poliglotta, diplomazia e savoir faire ereditate dalla tradizione di famiglia. Un profilo lontano anni luce dalla generalizzata pochezza dei nostri rappresentanti istituzionali. Pochi lo conoscono? Ovvio: per il mantenimento dello status quo è molto più utile parlare e far parlare degli “altri” Savoia, ironizzando sui loro comportamenti poco regali. È un ottimo sistema per disinformare, imponendo ancora e sempre un’immagine ed una verità distorte.

Quali esempi abbiamo in Europa del valore della forma di governo monarchica?
Ne cito solo due: la Brexit e la vicenda catalana. Situazioni di criticità estrema, veri e propri stress test per l’unità e la governabilità di una nazione, che due diverse Monarchie gestiscono in prima linea dando prova autorevolezza e senso dello Stato.

Cosa significa essere monarchici oggi?
La stessa cosa che significava ieri, splendidamente riassunta in una frase che al di là dell’enfasi ha ben poco di retorico: “l’Italia potrà sempre contare su di me come il più devoto dei suoi figli”. Sono parole di Umberto II, il nostro ultimo sovrano, considerato da un uomo non certo tenero come Indro Montanelli uno degli italiani migliori che avesse conosciuto; un Re che pagò la sua lealtà e la sua correttezza con l’esilio. Ecco, credo che essere monarchici oggi significhi in qualche modo cercare di essere intimamente degni di una simile lezione. Profondendo senza riserve impegno e competenze al servizio del Paese così com’è, ma anche lavorando per l’avvento di un’Italia diversa. Un’Italia nella quale maturino finalmente tempi e condizioni per riproporre ad una nuova generazione di italiani consapevoli, secondo le regole imprescindibili della democrazia, quel quesito sulla forma di governo che un’intera classe politica brigò nel ’46 per rendere “tombale”. Mentendo su tutto, sempre: persino sui meriti del voto alle donne, in realtà introdotto non dall’ancora inesistente Repubblica ma da un decreto di Re Umberto.

Pensa che l’Italia potrà mai tornare alla monarchia?
Difficile dirlo. Di una cosa però sono convinto: che l’Italia in cui vivranno i miei figli si meriti, un domani, di poter scegliere liberamente.