“Controrivoluzione in Spagna. I carlisti nell’assemblea costituente (1869-1871)” di Carlo Verri

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Dott. Carlo Verri, Lei è autore del libro Controrivoluzione in Spagna. I carlisti nell’assemblea costituente (1869-1871) edito da Viella: quali valori e ideali incarna il movimento spagnolo?
Controrivoluzione in Spagna. I carlisti nell’assemblea costituente (1869-1871), Carlo VerriIl carlismo è un movimento reazionario, antiliberale e antidemocratico, dalla lunga vita: le sue origini si situano negli anni Venti dell’Ottocento, ma la sua nascita “ufficiale” data al 1833, quando le forze legittimiste spagnole individuano come successore al trono del re Ferdinando VII, il fratello Carlo Maria Isidro, che assumerà il nome di Carlo V. Si schierano contro la designazione a regina di sua nipote ancora bambina, Isabella, perché temono che tale scelta, fatta da Ferdinando VII prima di morire, possa comportare una svolta liberale nella conduzione del paese, da loro altamente aborrita. Danno così inizio a una guerra civile, il cui teatro sarà limitato ai territori settentrionali corrispondenti ai Paesi Baschi, alla Catalogna e alla Navarra, ove il nascente movimento da quel momento si radicherà stabilmente. Il conflitto termina con la sconfitta del carlismo dopo 7 anni, ma non con la sua fine, infatti, espulso dalla scena politica nazionale, tenterà la via dell’insurrezione militare più volte nei decenni a venire.

In che modo il carlismo reagì alla rivoluzione del settembre 1868?
Con la rivoluzione “Gloriosa” la regina Isabella II fugge in Francia e i gruppi liberal-democratici tentano di fondare un’inedita forma di monarchia parlamentare, fondata sull’esclusiva sovranità della nazione; ha inizio quindi il periodo detto Sexenio revolucionario, di intensa instabilità politico-sociale e insieme di grande apertura della vita pubblica. Dalla fine del 1868 il carlismo, guidato dal ventenne Carlos VII, diviene il centro attorno al quale si stringono molti soggetti controrivoluzionari o che, comunque, hanno paura del cambiamento in atto e individuano nel pretendente borbonico un efficace argine alle novità. Da parte sua il movimento risponde efficacemente a simili esigenze di ritorno all’ordine: sviluppa per la prima volta nella sua storia un’attività politica non-violenta su larga scala, dando vita ad una struttura partitica civile su tutto il territorio nazionale, organizzando attività pacifiche di propaganda, tramite manifestazioni e stampa, e partecipa alle elezioni che per la prima volta si svolgono col suffragio universale maschile. Dunque, per crescere nei consensi, il carlismo approfitta e si serve delle libertà e dei diritti che al contempo continua a condannare e a combattere, non solo a parole, perché in questo periodo non smette mai di pensare a rafforzarsi dal punto di vista militare per rovesciare con le armi il regime democratico in corso di instaurazione, fino a quando nell’aprile 1872 non imboccherà nuovamente la sola via della guerra civile, riportando l’ennesima sconfitta nel 1876.

Quale proposta politica avanzò, nella sua attività istituzionale, il movimento?
Il partito entra con una piccola pattuglia di suoi deputati eletti nell’assemblea costituente, che inizia l’attività nel febbraio del 1869 e la termina dopo due anni, nel gennaio 1871. La minoranza di estrema destra partecipa sino alla fine ai lavori parlamentari, decidendo di condurre la propria lotta contro l’istituzione rappresentativa anche dall’interno, denunciando di continuo quello che gli appare un sistema di governo ingannevole e pericoloso, che partendo dal liberalismo porterà al socialismo, all’anarchia e quindi alla distruzione della società tutta. Contemporaneamente i costituenti carlisti propugnano l’immagine di una monarchia cattolica, tradizionalista, in cui il re regna e governa secondo i principi dell’antico regime, pur aggiornati a quelle mutate esigenze di vita del XIX secolo che considerano legittime, perciò negano di essere assolutisti.

Come si articolò il dibattito sulla Costituzione?
Il dibattito sul testo della Carta dura due mesi (aprile-maggio 1869) e si polarizza sui due punti principali che sono al centro della discussione anche al di fuori del palazzo. Innanzitutto la libertà di culto che in quei frangenti, in Spagna, per la prima volta viene sancita e fatta valere. Contro il suo riconoscimento spendono tutte le loro energie i tradizionalisti all’interno delle Cortes, i quali si identificano in toto con la posizione di netto rifiuto della chiesa, aspirando in tal modo ad apparire come unici e autentici suoi difensori, oltre che per effettiva convinzione, nell’evidente tentativo di aumentare ulteriormente il proprio seguito presso la variegata opinione pubblica conservatrice. Inoltre, la tematizzazione della questione permette ai carlisti di presentarsi come i migliori interpreti della volontà del “popolo”, in quanto più in sintonia con quest’ultimo che sarebbe nella sua maggioranza estremamente religioso. Una volta approvato il relativo articolo, i deputati reazionari si astengono dal partecipare al resto del dibattito sulla futura legge fondamentale, che continua e si addensa sulla scelta della forma monarchica dello Stato, alla quale si oppongono con veemenza i repubblicani.

Quali vicende segnarono la scelta del re?
Dopo la promulgazione della Carta, il periodo di transizione si prolunga per un anno e mezzo, a causa degli ostacoli che la classe dirigente rivoluzionaria incontra nell’individuare un nuovo capo dello Stato e una nuova dinastia. Da un lato ogni gruppo ha il suo candidato, dall’altro, le diverse potenze europee intervengono con i loro veti e interessi di politica estera, soprattutto perché da subito i liberal-progressisti si orientano su esponenti di case regnanti di altri paesi: Portogallo, Italia, Prussia. Com’è noto, infatti, la candidatura poi sfumata di un principe Hohenzollern costituirà il casus belli per lo scoppio del conflitto franco-prussiano. Nel contesto di questa crisi continentale, nel novembre 1870, le Cortes eleggono re il figlio di Vittorio Emanuele II, Amedeo di Savoia. Termina così la sua missione il corpo legislativo speciale, all’interno del quale fino all’ultimo istante disponibile i carlisti cercano di approfittare di ogni circostanza per amplificare – tramite l’ostruzionismo – le difficoltà in cui versa la maggioranza; paradossalmente puntano ad allungare il più possibile la fase costituente, per far sì che il regime liberale appena nato non entri in funzione regolarmente e quindi la situazione non si normalizzi. In merito alle modalità di scelta del re, i reazionari contestano che il Congresso possa legittimamente esercitare un simile potere, che al limite spetterebbe al “popolo”. Nel febbraio ’73 Amadeo I de Saboya abdicherà a causa delle condizioni di grave instabilità del paese che priva il suo nuovo sovrano del consenso minimo necessario per restare sul trono, anche fra le forze che poco prima lo hanno votato e si trovano in costante conflitto fra loro; viene proclamata la repubblica e poi, dopo un anno, un colpo di stato militare prepara il ritorno dei Borbone, con Alfonso XII, figlio di Isabella (dicembre 1874).

Come si articolò l’opposizione parlamentare anti-sistema del movimento antiliberale?
Lungo tutto il biennio, nelle Cortes, i carlisti si dedicano con costanza – giorno dopo giorno – a fare opposizione parlamentare di minoranza, per come ancor oggi viene descritta dalla teoria e dal diritto costituzionale. In effetti i controrivoluzionari non smettono mai di svolgere la funzione di critica e di controllo della maggioranza e del governo: si avvalgono del regolamento parlamentare, denunciano abusi delle autorità nei confronti loro, del loro movimento e della chiesa e reclamano anche per se stessi i diritti appena sanciti nella costituzione, a cui però contemporaneamente dichiarano di non credere. Lavorano così per garantirsi l’agibilità politica nelle istituzioni e nella società, si avvalgono dunque di qualsiasi risorsa disponibile per intralciare il funzionamento del regime liberale, indebolirlo e distruggerlo, posto che l’obiettivo perseguito è il cambiamento della struttura politica. Per i primi anni delSexenio il soggetto controrivoluzionario decide di percorrere assieme la via delle armi e quella legale, ove l’elemento di innovazione risiede nella seconda. Da questo punto di vista, l’azione dei tradizionalisti all’interno dell’assemblea viene letta applicando il concetto politologico di forza anti-sistema, che – pur se utilizzato di norma per i partiti novecenteschi e attuali – ben si attaglia al caso di studio e ne fa emergere il carattere moderno. Il carlismo appare un ottimo esempio per dimostrare come nell’Europa dell’Ottocento la reazione sia un attore protagonista dell’età contemporanea, che con il suo operato contribuisce in parte a plasmare. Non a caso, come altri appartenenti al suo stesso campo politico-ideologico nel continente, il carlismo continua a vivere nel XX secolo e qui ha un ruolo nell’affermazione delle nuove destre radicali con le quali si allea, partecipa infatti allo schieramento guidato da Francisco Franco a partire dal 1936.

Carlo Verri, dottore di ricerca in Storia dell’Europa nell’età moderna e contemporanea, è cultore della materia all’Università di Palermo, dove è stato più volte docente a contratto. È membro dei comitati scientifici dell’Istituto Gramsci siciliano e del Centro documentazione e ricerca Trentin-Iveser. Tra le sue pubblicazioni, le curatele di Siciliani nella Resistenza (con T. Baris, Sellerio) e Monarchie nell’Europa dell’Ottocento (Annali della Fondazione Ugo la Malfa).

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