“Contro Ventotene. Cavallo di Troia dell’Europa neoliberale” di Alessandro Somma

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Contro Ventotene. Cavallo di Troia dell'Europa neoliberale, Alessandro SommaProf. Alessandro Somma, Lei è autore del libro Contro Ventotene. Cavallo di Troia dell’Europa neoliberale, edito da Rogas: cosa rappresenta, per l’Europa e il suo progetto di integrazione politica, il Manifesto di Ventotene?
Il Manifesto di Ventotene è il mito fondativo della costruzione europea. Lo è per noi italiani, dal momento che altrove è sostanzialmente sconosciuto o eventualmente caduto nell’oblio, sicché è con riferimento alle vicende italiane che occorre analizzarlo, innanzi tutto a partire dalle circostanze in cui i loro autori – Ernesto Rossi e Altiero Spinelli – lo hanno scritto: durante la seconda guerra mondiale, mentre erano al confino sull’isola degli antifascisti assieme a molti tra i futuri protagonisti della vita politica della Repubblica. Richiamare il Manifesto di Ventotene significa dunque promuovere lo sviluppo dell’Europa democratica, fondata sull’inclusione sociale.

Rossi e Spinelli sono poi i padri del federalismo europeo, volevano cioè per il Vecchio continente una architettura istituzionale accostabile a quella degli Stati Uniti d’America. L’integrazione a cui guardavano andava cioè ben al di là dell’attuale Unione europea, sicché richiamarsi al Manifesto di Ventotene significa promuovere il completamento dell’Unione europea in senso federalista e dunque il superamento degli Stati nazionali. Il tutto considerato una condizione imprescindibile per assicurare la pace e in ultima analisi impedire il riproporsi del fascismo.

Invocare il Manifesto di Ventotene significa insomma prendere le distanze dall’attuale Unione europea: sorda alle istanze di democratizzazione, votata alla promozione del mercato concorrenziale, incapace di alimentare l’inclusione sociale e fondata sulla fondamentale contraddizione per cui a una moneta unica corrispondono politiche fiscali e di bilancio radicate a livello nazionale. Più precisamente significa promuovere la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, che in quanto edificati sulle ceneri della sovranità nazionale, saranno veicolo di partecipazione democratica e giustizia sociale.

Cosa afferma il Manifesto?
Il Manifesto di Ventotene è tra i documenti politici maggiormente citati, tuttavia sovente a sproposito: è evidente che i più lo richiamano senza averlo letto, solo per giovarsi della potenza retorica dei riferimenti a un testo così carico di significati. Se così non fosse, sarebbe evidente che il suo contenuto stride con il progetto politico a cui si reputa ispirato.

Cominciamo con il tema della pace, affrontato nel solco di una tradizione che muove da Immanuel Kant, secondo cui solo con la dissoluzione degli Stati nazionali si sarebbe ottenuta una pace perpetua e non semplici tregue tra un conflitto e l’altro. A ben vedere il conflitto mondiale nel corso del quale il Manifesto di Ventotene è stato scritto non è però il frutto della sovranità nazionale, bensì dell’affermarsi del fascismo in Europa, che per molti aspetti costituisce un prodotto della forza destabilizzante dei mercati. Come insegna Karl Polanyi, quando le società sono minacciate dall’invadenza dei mercati internazionali, come avvenne tra la fine dell’Ottocento e il principio del Novecento, sono naturalmente portati a chiedere la protezione degli Stati. Questi possono intervenire nel rispetto della democrazia, come avvenne negli Stati Uniti all’epoca del New Deal rooseveltiano, o in alternativa comprimendo della democrazia, come fu appunto il caso del fascismo. Se così stanno le cose, però, il conflitto bellico non è il prodotto della sovranità nazionale, bensì dell’ingiustizia sociale provocata dal funzionamento di mercato sottratti al controllo della politica.

Passiamo a considerare la democrazia, che pure il Manifesto celebra come strumento attraverso cui si sono colpiti i privilegi acquisiti dalle classi abbienti. Nello stesso Manifesto si sostiene però che l’affermazione dell’uguaglianza ha provocato come reazione lo sviluppo di un sistema economico fondato sulla contrapposizione di complessi industriali e bancari da un lato e organizzazioni dei lavoratori dall’altro: la democrazia ha insomma alimentato uno scontro tra centri di interesse economico e questo ha aperto la strada al fascismo.

Colpisce di queste affermazioni la loro somiglianza a quelle che hanno preceduto e accompagnato l’avvento del fascismo: anche a cavallo tra gli anni dieci e Venti del secolo scorso si stigmatizzava la democrazia come mera forza del numero, e il protagonismo delle masse popolari come una fonte di debolezza dei pubblici poteri e della loro sottomissione alle istanze di parte. Proprio per questo al crollo della dittatura gli antifascisti hanno sottolineato la centralità dell’arena nazionale per lo sviluppo di un conflitto sociale capace di risollevare le sorti dei lavoratori. E hanno precisato, ad esempio per bocca di Lelio Basso, che nel passato il superamento della dimensione nazionale ha costituito l’espediente attraverso cui le classi dominanti hanno neutralizzato il conflitto.

Proprio il superamento della dimensione nazionale ha però rappresentato il fulcro del Manifesto di Ventotene, che da questo punto di vista si pone in oggettiva continuità con le tesi federaliste elaborate da Friedrich von Hayek alla fine degli anni Trenta. Il padre del neoliberalismo muoveva dal medesimo assunto messo al centro delle riflessioni condotte a Ventotene: che la sovranità nazionale era un catalizzatore di conflitti e che solo la dimensione federale avrebbe potuto prevenirli. Questa dimensione non doveva però riprodurre le dinamiche tipiche della statualità, e per questo occorreva riconoscerle le sole prerogative necessarie e sufficienti a realizzare una unione economica. Doveva cioè eliminare ogni ostacolo alla libera circolazione dei fattori produttivi, e doveva farlo per ottenere la moderazione fiscale degli Stati membri: una pressione elevata spingerebbe il capitale e il lavoro da qualche altra parte.

Il federalismo di Rossi e Spinelli non mira esplicitamente a un simile risultato e dunque non era direttamente ricavato dal pensiero neoliberale. Finisce tuttavia per promuoverlo nel momento in cui i due autori del Manifesto affermano la necessità che il superamento della sovranità nazionale sia affidato all’azione di capi illuminati, e così facendo mettono la partecipazione democratica al riparo dal conflitto redistributivo. In tal modo i richiami alla giustizia sociale, che pure sono contenuti nel Manifesto, finiscono per rilevare alla stregua di mere clausole di stile e comunque a svanire entro una architettura istituzionale oggettivamente incapace di sostenerli.

Chi ne sono gli autori e quali vicende ne hanno accompagnato la redazione e diffusione?
Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi furono gli autori del Manifesto, il cui profilo politico e intellettuale presenta per molti aspetti differenze sostanziali.

Rossi era un liberalsocialista, attento alla questione sociale, tanto che la parte del Manifesto dedicata a questi aspetti si deve proprio a lui. Sposò la causa federalista ma finì ben presto per non ritenerla il fulcro del modello di società a cui guardava. Decise così di abbandonarla quando fallì il tentativo di giungere al varo della Comunità europea di difesa (Ced), concepita nella prima metà degli anni Cinquanta per inaugurare il percorso che avrebbe dovuto trasformare la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) in una costruzione proiettata verso gli schemi auspicati dai federalisti.

Spinelli era stato invece un dirigente del Partito comunista, dal quale venne espulso proprio mentre era a Ventotene per aver espresso dissensi nei confronti dello stalinismo. Successivamente mantenne un atteggiamento di rivalsa nei confronti del Partito e della ideologia a cui si richiamava, salvo poi utilizzarlo per perseguire i propri fini.

Ma procediamo con ordine. Con il fallimento della Ceca Spinelli decise di sviluppare le tesi illustrate nel Manifesto di Ventotene e a tal fine nella seconda metà degli anni Cinquanta pubblicò il Manifesto dei federalisti europei. Il testo segna l’evoluzione del federalismo spinelliano, che diventa strumentale nella misura in cui non viene più presentato come un obiettivo in sé. Diventa lo strumento attraverso il quale promuovere la spoliticizzazione del mercato, ovvero mettere al riparo il principio di concorrenza dalle possibili compressioni che derivano dalle scelte della politica frutto di un condizionamento del conflitto sociale: uno schema di evidente matrice neoliberale che nel Manifesto di Ventotene non era esplicitato, pur essendo contenuto nell’avversione per il meccanismo democratico.

Il Manifesto dei federalisti europei, come anche il Manifesto di Ventotene, non ebbero una particolare circolazione e diffusione. Il secondo venne però riscoperto negli anni della svolta del Partito comunista, che dopo il crollo del Muro di Berlino era alla ricerca di un nuovo orizzonte ideale di riferimento. I dirigenti della formazione erede del Partito trovarono quell’orizzonte nell’europeismo, rappresentato al meglio dal Manifesto di Ventotene, particolarmente adatto allo scopo per le vicende relative alla sua genesi e per la biografia dei suoi autori.

A questa operazione si prestò Spinelli, che già nel corso degli anni Settanta si era riavvicinato al Partito comunista. All’epoca il Parlamento europeo era ancora formato da delegati designati dai Parlamenti nazionali fra i propri membri, motivo per cui l’autore del Manifesto di Ventotene, dopo essersi distinto per un profondo anticomunismo, si fece eleggere come indipendente nelle liste del Partito comunista nella tornata del 1976. Si candidò poi alle prime elezioni dirette al Parlamento europeo del 1979, dove venne eletto e riconfermato nel 1984, sempre come indipendente nelle liste comuniste.

Ovviamente Spinelli portò avanti la sua agenda politica di matrice neoliberale, e soprattutto evitò di cadere nell’oblio. Gli eredi del Partito comunista poterono invece presentarsi come i continuatori di una storia iniziata a Ventotene e dunque ancora legata alla Resistenza e all’antifascismo. Una storia finita però nelle maglie del neoliberalismo e dunque oramai dissociata da un passato che pure si affermava di onorare.

Perché si può affermare che il Manifesto costituisce il “cavallo di Troia” dell’Europa dei mercati?
Nel Manifesto dei federalisti europei si sponsorizza una misura che costituisce lo strumento primo per la spoliticizzazione dei mercati e la neutralizzazione del conflitto sociale: la libera circolazione dei capitali. Se si adotta questa misura, infatti, gli Stati sono costretti ad attirare e a trattenere gli investitori internazionali sostenendo la moderazione salariale, comprimendo la tutela dei lavoratori e abbattendo la pressione fiscale sulle imprese: soluzione che conduce alla contrazione del welfare, ovvero di quanto viene considerato una sorta di salario indiretto.

La libera circolazione dei capitali viene prevista dai Trattati di Roma del 1957, ovvero dell’atto fondativo dell’allora Comunità economica europea, ma proprio per evitare i risvolti appena richiamati venne per molto tempo congelata. Fu attuata con l’Atto unico europeo del 1986: il passo introduttivo del cammino verso la moneta unica, emblema dell’Europa dei mercati, che del resto in molti vedono come un traguardo forse non perfettamente corrispondente ai desiderata di Spinelli, ma comunque ascrivibile ai risultati della sua azione politica.

Vi è però almeno un’altra ragione fondamentale per considerare Spinelli, se non direttamente il Manifesto di Ventotene, un fondamento dell’Europa neoliberale. Nel corso degli anni Sessanta decise allora di ritirarsi dalla scena politica per dedicarsi alla riflessione teorica, e in particolare per manifestare il proprio favore e al limite il proprio entusiasmo per i tratti identificativi del federalismo strumentale che più lo connotano in senso neoliberale: l’approccio tecnocratico e la saldatura di questo con metodi decisionali incentrati sul protagonismo dei centri di interesse economico.

Tutto ciò venne illustrato in un volume (Rapporto sull’Europa), scritto per celebrare l’approccio scelto dalla Commissione per sviluppare la costruzione europea: concentrarsi sull’edificazione del mercato comune giocando di sponda con le associazioni imprenditoriali. La Commissione ha cioè avallato uno sviluppo della costruzione europea come Comunità fondata non sul consenso popolare, bensì sul consenso di interessi economici. E così facendo ha incontrato il favore di Spinelli, il cui pensiero compie una torsione particolarmente rappresentativa della sua appartenenza organica al campo neoliberale: dopo aver demonizzato il conflitto sociale, finisce per celebrare lo scontro tra centri di interesse economico disciplinato da strutture tecnocratiche quale meccanismo idoneo a far avanzare la costruzione europea.

Non si è però trattato solo di riflessioni teoriche. Spinelli ha ricoperto il ruolo di Commissario agli affari industriali dal 1970 al 1976: una posizione dalla quale ha indubbiamente potuto esprimere tutta la carica antidemocratica e tecnocratica del suo pensiero, che a questo punto non è certo difficile identificare come un cavallo di Troia dell’Europa dei mercati.

Alessandro Somma, già ricercatore dell’Istituto Max Planck per la storia del diritto europeo (Francoforte sul Meno), è professore ordinario di diritto comparato nell’Università di Roma La Sapienza. È giornalista pubblicista, direttore responsabile de La Fionda e collaboratore di Micromega online. Tra le sue pubblicazioni: La dittatura dello spread (DeriveApprodi 2014), L’altra faccia della Germania (DeriveApprodi 2015), Europa a due velocità (Imprimatur 2017), Sovranismi (DeriveApprodi 2018), Quando l’Europa tradì se stessa (Laterza 2021) e Contro Ventotene (Rogas 2021).

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