«Non serve conoscere la storia dell’arte per entrare in queste pagine. Basta il desiderio di capire perché un volto, una ferita o una luce continuino a parlarci dopo secoli. Perché la storia dell’arte, in fondo, è la storia del nostro sguardo.»Dopo anni dedicati allo studio, all’insegnamento universitario e alla divulgazione, Emanuele Pagni pubblica Contro l’oblio. 53 opere per ritrovare lo sguardo (Mauro Pagliai Editore), un saggio costruito attorno a cinquantatré opere che hanno contribuito a definire la memoria visiva dell’Occidente. Storico dell’arte e docente universitario, Pagni affianca alla ricerca una consolidata esperienza ventennale come fotografo professionista: una duplice formazione che attraversa tutto il libro, dove l’analisi delle opere dialoga con un’attenzione particolare alla luce, alla composizione e al linguaggio dell’immagine.
Ogni capitolo prende avvio da un dipinto o da una scultura per ricostruirne il contesto, approfondirne il significato e mostrare come quelle immagini continuino ancora oggi a dialogare con il presente. Da Giotto a Raffaello, da Rembrandt ai Macchiaioli, fino agli artisti del Novecento, il volume attraversa secoli di cultura figurativa: il David di Michelangelo, la Resurrezione di Lazzaro di Caravaggio, la Rotonda di Palmieri di Giovanni Fattori appartengono ormai all’immaginario collettivo, ma spesso ci sfuggono i particolari, i simboli e i significati che custodiscono.
Il silenzio che spezza il pane
Uno dei capitoli più intensi del volume è dedicato al Cenacolo di Leonardo. Pagni apre così, immaginando il pittore salire sull’impalcatura del refettorio milanese:
«Lo vedo salire lento sull’impalcatura, Leonardo: il legno che scricchiola, la calce che odora di pioggia, il respiro dei frati che tiene il tempo. Per ore non dipinge: guarda. Misura a occhio, tocca l’intonaco, sposta un chiodo, lascia che la scena gli salga dalle mani. Poi, d’improvviso, tre o quattro pennellate necessarie: un sopracciglio che si spezza, una bocca che trattiene il fiato, una mano che si ferma un istante prima di toccare il pane. Così non nasce una devozione immobile, ma l’istante che spezza il respiro: «Uno di voi mi tradirà».»
Da questa scena, l’Autore ricostruisce la stanza dipinta facendola coincidere con lo spazio reale del refettorio — le tre finestre che insistono con la luce «come se il giorno volesse entrare proprio nel punto più buio», i riquadri scuri sulle pareti che ritmano l’attesa, la tavola che corre davanti a noi come un proscenio — fino al punto in cui tutto converge: tra i capelli di Cristo, dove Leonardo nasconde la chiave di lettura dell’intera opera. Il capitolo si chiude su un’immagine che resta a lungo: quella dell’Ultima Cena come «una lampada che non si consuma nel refettorio del tempo».
Il titolo richiama il tema dell’oblio, inteso non soltanto come perdita della memoria storica, ma anche come progressiva incapacità di osservare davvero ciò che abbiamo davanti. Da questa consapevolezza nasce il libro: l’autore non si limita a raccontare la genesi delle opere o a descriverne gli aspetti stilistici, ma accompagna il lettore in un percorso di osservazione che restituisce valore al contesto storico, alle scelte degli artisti e alla forza narrativa delle immagini.
Il lettore viene guidato nell’analisi della luce, della composizione, dei gesti e dei dettagli che rendono ogni capolavoro unico, comprendendo come anche gli elementi apparentemente più semplici possano cambiare il modo di leggere un’immagine. Questa duplice esperienza, tra ricerca accademica e pratica fotografica, rende il volume accessibile senza rinunciare al rigore: il linguaggio evita il tecnicismo fine a sé stesso e non richiede una preparazione specialistica, ma soltanto la curiosità di osservare con maggiore attenzione.
In un’epoca dominata dalla rapidità della comunicazione visiva, Contro l’oblio propone un gesto semplice ma sempre più raro: rallentare. Visitare un museo non significa soltanto collezionare fotografie, ma concedersi il tempo necessario per instaurare un dialogo con ciò che si ha davanti. Con questo libro, Emanuele Pagni ricorda che il patrimonio artistico non appartiene soltanto al passato: continua a vivere ogni volta che qualcuno sceglie di fermarsi, osservare e riscoprirne il significato.
Emanuele Pagni (Firenze, 1980) è storico dell’arte, docente e fotografo professionista. Laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Firenze e specializzato in Storia dell’Arte, il suo percorso unisce ricerca storico-artistica, fotografia e narrazione visiva. Dal 2015 al 2022 ha collaborato con istituzioni museali di primo piano, tra cui l’Alte Nationalgalerie, il Jüdisches Museum e il Memoriale per gli Ebrei assassinati d’Europa di Berlino. In particolare, dal 2018 al 2022 ha lavorato presso l’Alte Nationalgalerie come ricercatore e divulgatore in più lingue — italiano, inglese e tedesco. Nel 2018 è stato inoltre divulgatore ufficiale italiano della mostra internazionale “Wanderlust” presso la stessa istituzione berlinese. Dal 2022 insegna Storia dell’Arte e Fine Arts presso diversi atenei fiorentini.




