Contro l'ideologia del merito, Mauro BoarelliDott. Mauro Boarelli, lei è autore del libro Contro l’ideologia del merito edito da Laterza: cosa significa esattamente merito?
Proviamo a partire dalla base, dal significato che troviamo nei vocabolari. Nel Treccani, ad esempio, è scritto: «Il fatto di meritare, di essere cioè degno di lode, di premio, o anche di un castigo […]. In genere però ha senso positivo, e indica il diritto che con le proprie opere o le proprie qualità si è acquisito all’onore, alla stima, alla lode, oppure a una ricompensa (materiale, morale o anche soprannaturale) […]». Non c’è dubbio che il linguaggio comune rifletta questa definizione: immagino che ciascuno di noi utilizzi la parola in questo senso, e in questo senso ha trovato importanti formalizzazioni nel pensiero politico e istituzionale. La Costituzione della Repubblica italiana, all’art. 34 dedicato alla scuola, stabilisce che «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi»: in questa formula l’idea del merito viene legata in modo indissolubile a quella di uguaglianza.

È quindi difficile associare il merito ad una idea negativa, non siamo abituati a farlo e non troviamo le ragioni per farlo. Eppure il significato di questa parola ha subito nel corso del tempo una alterazione, il suo senso è stato modificato senza che ce ne rendessimo pienamente conto. La sua ambiguità sta proprio in questa capacità di mimetizzare nuovi significati, di nascondere una trasformazione profonda dietro al suo immutato aspetto positivo e seducente.

La trasformazione consiste essenzialmente in due azioni tra loro complementari. Da un lato, viene stabilita una gerarchia tra ciò che può dare luogo al riconoscimento di un merito. Non si tratta più di un riconoscimento sociale, ma della scelta discrezionale di un corpo specializzato (ad esempio le agenzie di valutazione) che decide arbitrariamente e senza alcuna legittimazione pubblica quali sono i valori degni di merito e quali non lo sono. Dall’altro, il merito viene collegato all’idea di competitività, e il tema dell’uguaglianza viene emarginato dal discorso pubblico.

Ecco, allora, che la parola merito non ha più un significato univoco, ma ne contiene altri di segno opposto, senza che questa molteplicità di significati venga mai dichiarata apertamente.

Quando quella del merito diviene una ideologia?
Il processo è lungo ed ha inizio alla fine degli anni Cinquanta, quando alcuni economisti statunitensi, provenienti in prevalenza da quella che più tardi sarà conosciuta come «scuola di Chicago», elaborano la teoria del «capitale umano». Qui troviamo il primo tentativo di ricondurre tutte le azioni umane e le loro conseguenze ad una chiave di lettura economica. Un campo fondamentale per la sperimentazione della nuova teoria fu quello della scuola, che diede origine a un nuovo settore di studi denominato «economia dell’educazione». L’idea centrale è che i risultati scolastici debbano essere misurati in termini di guadagno personale, riducendo in tal modo la funzione sociale dell’educazione. Un ruolo centrale nell’elaborazione di una vera e propria ideologia del merito è stato giocato dall’Unione europea, in particolare a partire dal Libro bianco Crescita, competitività, occupazione, pubblicato nel 1993. L’adesione incondizionata alla teoria del «capitale umano» (richiamata espressamente nel testo), l’adozione della competitività e della concorrenza come elementi centrali per lo sviluppo prendono le mosse da quel documento e vengono costantemente elaborate e perfezionate attraverso innumerevoli atti politici dell’Unione europea varati nel corso dei successivi venticinque anni. La subordinazione dei sistemi educativi e dei singoli individui al mercato rappresenta l’asse portante di queste scelte.

Quali conseguenze sta producendo l’ideologia del merito?
Le conseguenze sono molteplici ed agiscono sul piano sociale, politico e culturale. Tra le più rilevanti e dense di conseguenze, indicherei l’individualizzazione e l’occultamento del conflitto. Il merito, infatti, viene declinato attraverso una serie di pratiche che esaltano la competizione. Tra queste pratiche, un ruolo centrale spetta alla valutazione standardizzata che sta colonizzando i sistemi educativi e che trova applicazione anche in altri settori del lavoro pubblico e privato. Queste pratiche comportano l’interiorizzazione di un atteggiamento individualistico e competitivo nei confronti dell’apprendimento. Non a caso, l’European Round Table of Industrialist (ERT), forum che riunisce una cinquantina di presidenti e amministratori delegati delle più importanti imprese multinazionali europee, in un proprio documento del 1989 che influenzò profondamente le politiche dell’Unione europea aveva scritto che «Competenza ed educazione sono beni individuali». In questo mutato quadro culturale, chi non vedrà riconosciuti i propri meriti dovrà attribuire la «colpa» solo a se stesso, alla propria incapacità di «stare sul mercato». I problemi sociali vengono in tal modo individualizzati, spogliati della dimensione collettiva e politica. Di conseguenza, per affrontarli e risolverli sarà necessario attrezzarsi, come singoli cittadini, per competere meglio sul mercato. Il conflitto sociale assume una connotazione negativa, e questo rappresenta una svolta cruciale che segna la storia europea a partire dagli anni Ottanta. La realtà storica mostra come in ogni epoca il conflitto sia stato motore di cambiamento ed abbia prodotto importanti conquiste sociali. Esso è una componente essenziale delle dinamiche sociali. Negare il conflitto significa indirizzarlo verso forme improprie. Non è un caso che le società contemporanee siano attraversate in modo sempre più marcato da una sua forma degenerata: lo scontro, ovvero un conflitto depurato dalle sue componenti costruttive e modellato intorno alla contrapposizione tra entità assunte a priori senza bisogno di verifica (bene/male, sicurezza/insicurezza, vecchio/nuovo).

Cosa si nasconde dietro all’ideologia del merito?
L’ideologia del merito contrabbanda come scientifiche ed oggettive pratiche che non lo sono affatto. Per esempio, le forme di valutazione standardizzata in ambito educativo sono il frutto di una scelta tra tante possibili. Questo aspetto, invece, viene occultato. Quelle metodologie, ci viene ripetuto fino alla noia, sono neutrali ed oggettive, hanno il solo scopo di «misurare». Si tratta di una affermazione banale e facilmente confutabile, dal momento che la scelta degli strumenti di misurazione non è affatto neutrale, così come non è affatto neutrale la scelta degli «oggetti» da misurare. Questo ci riporta all’osservazione iniziale circa la creazione di gerarchie di valori sociali. Chi stabilisce quali sono le «competenze» da valutare e i modi con i quali condurre la valutazione? Perché le agenzie di valutazione hanno preso il posto dei decisori politici, gli unici che dovrebbero possedere la legittimazione democratica di operare scelte in tal senso? Come si vede, si tratta di domande che escono dagli ambiti settoriali nei quali possono essere formulate per toccare il tema più ampio del rapporto tra «tecnocrazia» e democrazia.

Quali rischi corrono il concetto di cittadinanza ed il principio dell’uguaglianza sociale?
Il concetto di merito mette in discussione l’idea di uguaglianza. Va infatti sottolineato che l’ideologia del merito non prevede alcuna politica pubblica di rimozione delle condizioni di disuguaglianza sociale che ostacolano il raggiungimento di meriti da parte di larghe fasce della popolazione che continuano ad essere emarginate in base alla loro provenienza ed alla loro condizione economica. Ma non c’è alcun merito nel nascere in una determinata famiglia o in un determinato quartiere, così come non c’è alcun demerito nel non possedere di adeguati mezzi economici e culturali. Se tutto viene giocato sul piano della competizione e del mercato, gli svantaggiati rimarranno tali. L’estensione del mercato ad ambiti che un tempo ne erano estranei – come la scuola, l’università, la sanità, la pubblica amministrazione – compromette la loro natura pubblica. Il merito non è costruito intorno ai cittadini, ma intorno ai clienti, agli utenti, che competono – come singoli individui e non come membri di una collettività – per essere meritevoli. Il concetto di cittadinanza, di conseguenza perde la sua sostanza e tende a disintegrarsi sotto la spinta di forze che spingono in direzione opposta rispetto alla cooperazione, alla solidarietà, alla coesione ed alla giustizia sociale.

Mauro Boarelli (Macerata, 1962) ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze. Vive e lavora a Bologna, dove si occupa di progettazione culturale presso un ente pubblico. Collabora con la rivista “Gli asini”. È autore di La fabbrica del passato. Autobiografie di militanti comunisti (1945-1956) (Feltrinelli 2007).