Contro il politicamente corretto. La deriva della civiltà occidentale, Enzo Pennetta, Ettore Gotti TedeschiDott. Enzo Pennetta, Lei è autore con Ettore Gotti Tedeschi del libro Contro il politicamente corretto. La deriva della civiltà occidentale edito da Giubilei Regnani: quando e come nasce il concetto di politically correct?
La nascita del concetto di politicamente corretto risale agli anni ‘30 ma ha avuto poi una maggior diffusione sia dopo il 68 che negli anni 90. Inizialmente si trattava di evitare nel linguaggio termini che potessero risultare discriminatori e offensivi verso determinate categorie sociali, ma aldilà di queste origini quello che è interessante è stato lo sviluppo successivo del fenomeno che è poi quello che ci riguarda direttamente.

L’idea di contrastare dei comportamenti negativi modificando il linguaggio appariva interessante perché di facile attuazione ma di fatto spostava l’azione dall’educazione ad un comportamento rispettoso ad autentiche forme di censura del pensiero. Con il politicamente corretto però non era l’idea, per fare un esempio, di razzismo ad essere contrastata ma l’uso di particolari termini come la parola “negro”, cioè anziché cambiare il modo di pensare si puntava ad impedire che certi pensieri potessero essere espressi.

La pericolosità di questo modo di procedere è evidente, si passa da un’azione educativa ad una repressiva che però lascia intatto il problema che si vuole eliminare e semmai introduce una tendenza all’ipocrisia.

Per capire come la situazione si sia evoluta nel tempo e, restando al caso citato del razzismo, possiamo osservare che negli anni ad esempio si sono succeduti termini come “di colore” e “nero” che però possono anch’essi venire impiegati in modo dispregiativo perché quello che in effetti conta è il senso con il quale le parole sono pronunciate.

Per capire è ad esempio interessante un caso come quello dell’On. Boldrini che intendendo indicare in positivo gli immigrati coniò il termine “risorse” ha finito con l’ottenere l’effetto opposto di far impiegare in senso ironico il termine e trasformarlo in uno dei più pungenti epiteti verso gli immigrati stessi.

Cosa è politica­mente corretto?
Per dirla con Nietzsche “Nessun pastore e un solo gregge! Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi sente diversamente, se ne va da sé al manicomio”, con queste parole scritte in “Così parlò Zarathustra” il filosofo dipinse lo spirito di omologazione di un’umanità senza più Dio e con il miraggio irraggiungibile dell’oltre uomo. La mancanza di un riferimento di tipo religioso rende l’etica soggettiva, al tempo stesso il miraggio dell’oltre uomo pone invece una meta irraggiungibile e vaga ma che deve essere dichiarata possibile e chiara. Ecco quindi che si capisce perché l’uomo moderno ha più bisogno di consenso rispetto a quello antico che il consenso lo aspettava dalla divinità e che come modello comportamentale aveva un’umanità presente e definita.

Senza un riferimento chiaro ecco che il consenso dei propri simili diventa fondamentale e l’adeguamento alle aspettative del gruppo è vitale. Qui sta la forza del politicamente corretto, è il metro col quale si misura la propria appartenenza ad un gruppo percepito come maggioranza accogliente, un’appartenenza che è al tempo stesso una ricompensa e un elemento tranquillizzante.

In che senso si può affermare che il politica­mente corretto è una specie di “truf­fa” imposta dal potere dominante?
Se pensiamo alle truffe commerciali ci è immediatamente chiaro in che senso il politicamente corretto può esserlo, l’essenza di una truffa è spingere qualcuno a spendere delle risorse per qualcosa di ingannevole.

Pensiamo adesso al politicamente corretto, sappiamo che si tratta di un pensiero che viene imposto dai grandi media, sia nella forma della carta stampata che dalle televisioni, ma quello che è ancora più importante è sapere come funziona.

Dato il metodo impiegato per diffonderlo possiamo dire che si tratta in fondo di una sofisticata tecnica di marketing e condizionamento che è riconducibile alla discussa tecnica delle Programmazione Neuro Linguistica (PNL) che viene usata dagli anni ’60 per indurre convinzioni e comportamenti in soggetti che vi sono inconsapevolmente sottoposti.

Nel caso in questione i messaggi da inserire nella visione del mondo di chi ascolta sono veicolati all’interno di concetti preesistenti e largamente accettati, un esempio è il riferimento ai “diritti” e alla difesa delle “minoranze”: chi potrebbe dirsi contrario ai diritti e alla tutela delle minoranze? Ed è proprio facendo affidamento su questi principi già , largamente condivisi che si fanno passare, come cavalli di Troia, i messaggi del politicamente corretto.

La tecnica della PNL a sua volta si fonde spesso in modo molto efficace con il concetto di “finestra di Overton”, la ormai nota teoria sulla tecnica di diffusione di principi e comportamenti inizialmente condannati dal senso comune. Ricordiamo brevemente che nella finestra di Overton si passa da una fase iniziale nella quale essa viene aperta su una determinata idea definita “impensabile” a quella finale in cui la situazione è ribaltata e una larga maggioranza di persone infine approva tale idea mentre una residua minoranza ancora la rifiuta e per questo viene messa in cattiva luce.

In che modo il pensiero politicamente cor­retto si è imposto come pensiero unico?
Come abbiamo visto alla base del politicamente corretto agiscono meccanismi efficacissimi che fanno leva su principi morali comunemente condivisi, l’imposizione definitiva può essere quindi ottenuta rendendo pervasivi i giudizi morali contro chi non si adegua.

Per intenderci, se di fronte all’impiego di una determinata parola da parte di un qualsiasi soggetto vediamo sulla stampa e sui media un coro unanime di condanna, il senso di isolamento di chi dovesse schierarsi dalla parte del trasgressore sarebbe massimo e la maggior parte delle persone in quel caso o cambia idea o tace.

Eliminato così il dissenso, quello che resta è solo il pensiero unico, un pensiero che verrà percepito ancor più unanime e obbligatorio.

Ci sono studi scientifici sul fatto che quando si percepisce una maggioranza su un determinato argomento si tende ad adeguarsi a quelle posizioni.

Cosa significa rivendicare diritto di cittadinanza al poli­ticamente scorretto?
Diritto di cittadinanza significa che qualcosa è un componente organico e accettato di una società, in questo caso sarebbe come dire che la coercizione verso un determinato modo di pensare è normale e funzionale.

Fatte queste premesse è chiaro che il politicamente corretto può avere diritto di cittadinanza in una società falsamente libera, tornando alla frase di Nietzsche una società dove c’è spazio per il politicamente corretto è un luogo in cui “chi sente diversamente, se ne va da sé al manicomio”.

Le società in cui si veniva mandati al manicomio erano quelle dei Gulag e il fatto di andarci “da sé” non cambia la questione, anzi semmai la peggiora. Il politicamente corretto non deve avere alcuna cittadinanza, riconoscerlo e denunciarlo è un atto rivoluzionario al quale chiunque crede nel libero pensiero deve compiere.