Contro il celibato. 16 tesi sul matrimonio dei preti, Hubert WolfSi intitola Contro il celibato la raccolta di 16 tesi sul matrimonio dei preti di Hubert Wolf, professore di Storia della Chiesa all’Università di Münster e tra i massimi conoscitori degli Archivi vaticani, edito da Donzelli.

Che questa per la Chiesa sia una vera e propria emergenza lo conferma il fatto che «la generazione dei nuovi preti va riducendosi in modo considerevole da decenni e i seminari tendono regolarmente a scomparire, mentre alcune diocesi non hanno registrato una sola ordinazione sacerdotale per più anni consecutivi. Proprio il celibato è il motivo spesso addotto dagli studenti di teologia per la loro rinuncia a entrare in seminario. La situazione pastorale è nel frattempo drasticamente peggiorata, perché sempre più parrocchie sono prive di preti.»

Nonostante Paolo VI, nella Lettera Enciclica Sacerdotalis caelibatus del 24 giugno 1967, definisse il celibato la «fulgida gemma» della corona della Chiesa, sono migliaia i preti nel mondo che hanno rinunciato al loro ufficio per via del celibato obbligatorio. «Si calcola che al mondo, a partire dagli anni sessanta, circa il 20% dei preti abbia rinunciato all’ufficio sacerdotale a causa del celibato.»
Lo storico tedesco offre così 16 valide argomentazioni sul perché il tabù del matrimonio dei preti dovrebbe essere affrontato e superato.

Va innanzitutto detto che il celibato non è fondato sulla Bibbia: nel Nuovo Testamento la presenza di vescovi, sacerdoti e diaconi sposati costituisce un fatto normale. Il vangelo di Marco (1,30) cita espressamente “la suocera di Simone” (πενθερὰ Σίμωνος) e sono diversi gli esegeti secondo i quali il celibato era «del tutto inconcepibile nel giudaismo dell’età neotestamentaria».

Come si giunse allora all’imposizione della legge celibataria nella Chiesa cattolica? «Il Nuovo Testamento contempla indubbiamente i chierici coniugati, «sposati una sola volta», tuttavia con una serie di sinodi si giunse a stabilire il divieto di seconde nozze per il ministro ecclesiastico dopo la morte della moglie. Al Sinodo di Neocesarea, riunitosi dal 314 al 325, si andò ancora oltre, stabilendo che vescovi e sacerdoti già ordinati non potevano contrarre matrimonio in alcun caso. L’ordinazione divenne un impedimento al matrimonio.[…] Gregorio di Tours, morto nel 594, narra disinvoltamente di vescovi ammogliati in Francia, per esempio del vescovo Badegisilo di Le Mans, di cui racconta che avesse derubato il popolo e di come ancor più dura e spietata fosse stata sua moglie Magnatrude.»

«Numerosi sinodi finirono così col confermare il «celibato degli ecclesiastici nel senso della perfetta continenza». Ma poiché l’astinenza sessuale nel matrimonio, se il prete e la moglie vivevano sotto lo stesso tetto, era poco realistica, come dimostrano i casi d’insufficiente «autocontrollo degli ecclesiastici», l’idea di una separazione dei chierici dalle loro mogli prese sempre più corpo. Prime riflessioni in merito si erano già avute nell’alto medioevo, tuttavia «canoni che imponessero agli ecclesiastici coniugati di vivere separati dalle loro mogli» non si rinvengono prima dell’XI secolo. […] Al Concilio Lateranense II del 1139 furono varate nuove regole canoniche sul celibato. Il canone 6 dispone che tutti gli ecclesiastici costituiti nell’ordine del suddiaconato o in quelli superiori, che avessero contratto matrimonio o tenessero concubine, fossero privati dell’ufficio e del beneficio ecclesiastico».

Wolf svela così le vere radici del celibato sacerdotale, che sono tutte economiche. Nel medioevo e nella prima età moderna il celibato impedì che gli ecclesiastici trasmettessero in eredità ai loro figli i beni della Chiesa loro assegnati. «Al Sinodo di Pavia del 1022 papa Benedetto VIII deplorò con amarezza che la Chiesa si fosse impoverita perché sempre più parroci trasmettevano i benefici in eredità ai propri figli.» Oggi, che il pericolo della trasmissibilità ereditaria dei beni ecclesiastici ai figli dei parroci non sussiste più, è quindi venuta meno una ragione fondante di centrale importanza per il celibato dei preti.

D’altra parte, nelle Chiese cattoliche orientali i preti sposati rientrano nella normalità: nella Chiesa greco-cattolica ucraina, ad esempio, oltre il 90% dei preti è sposato, solo chi vuole diventare vescovo deve rinunciare ad avere una famiglia. Le Chiese cattoliche orientali sono Chiese particolari della Chiesa cattolica e con pari diritti. Viene pertanto spontaneo domandarsi come mai nel loro caso non sussistano le medesime motivazioni che vietano il matrimonio ai loro confratelli occidentali.

Va infine ricordato che il celibato non è un dogma: la dottrina della Chiesa cattolica consentirebbe in qualsiasi momento l’abolizione del celibato. Come afferma infatti il Decreto Presbyterorum ordinis, approvato il 7 dicembre 1965 dal Concilio Vaticano II pressoché all’unanimità, con 2390 voti a favore e solo quattro contrari, «la forma di vita celibataria ha per molte ragioni un rapporto di convenienza con il sacerdozio, ma non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio». Queste parole «provano che nella dottrina della Chiesa cattolica sarebbe possibile rescindere in qualunque momento la connessione fra sacerdozio e celibato.»

Ragione per la quale è lecito ritenere che, di fronte al dilagare degli scandali degli abusi sessuali dei preti, il celibato obbligatorio rappresenta un ulteriore fattore di rischio: «Non è semplice dimostrare statisticamente l’esistenza di un nesso causale fra obbligo del celibato e abuso sessuale, poiché mancano gruppi di raffronto che vivano nel celibato senza essere sacerdoti cattolici. Ciò nonostante il tema emerge in modo rilevante negli studi sugli abusi.[…] Nella stessa direzione vanno i risultati di altri studi, in base ai quali le percentuali di abusi nelle Chiese ortodosse in paesi occidentali dove i sacerdoti sposati rappresentano la norma sono notevolmente inferiori.»

Riflessioni profonde e sufficientemente argomentate, quelle poste da Wolf, che evidenziano tuttavia l’esigenza di una più generale riforma della Chiesa: «Svincolare il sacerdozio dal celibato sarebbe un segnale di disponibilità alla riforma da parte della gerarchia, ma non sarebbe la riforma di per sé necessaria.» In essa rientrano infatti la definizione di «diritti fondamentali esigibili da tutti i cristiani, una struttura giuridica che corrisponda alle esigenze del mondo attuale, una giurisdizione amministrativa indipendente, una morale sessuale in linea con i tempi, l’equiparazione delle donne, la scelta dei ministri sacri in tutti i gradi attraverso i fedeli, l’introduzione del principio di sussidiarietà.» La Chiesa è pronta?

Hubert Wolf è autore anche di Storia dell’Indice. Il Vaticano e i libri proibiti (2006) e Il papa e il diavolo. Il Vaticano e il Terzo Reich (2008) pubblicati sempre presso Donzelli e Il vizio e la grazia. Lo scandalo delle monache di Sant’Ambrogio (Mondadori, 2015).