Contro i ladri di libri. Maledizioni e anatemi, Lucio CocoProf. Lucio Coco, Lei è autore del libro Contro i ladri di libri. Maledizioni e anatemi pubblicato da Le Lettere: quale valore avevano nel Medioevo i libri?
I libri avevano un valore altissimo. Innanzitutto per la difficoltà della loro riproducibilità e anche per la preziosità dei volumi che venivano confezionati. A darcene un’idea è il benedettino Lupo di Ferières (IX sec.), un precursore dell’umanesimo per la passione per i libri che lo animava, il quale in una lettera a Incmaro, vescovo di Reims, scrive: «Ho avuto paura a inviarti il commentario di Beda sull’apostolo in accordo con le opere di Agostino perché il libro è tanto grande che non può essere nascosto nel petto né una bisaccia è sufficiente per contenerlo. E se l’una o l’altra cosa fosse possibile, ci sarebbe da temere di incontrare bande di malintenzionati la cui rapacità sarebbe accesa senza dubbio dalla bellezza del codice e così il libro andrebbe perduto per me e per te. Perciò senza rischi io stesso ti consegnerò il predetto volume appena, se Dio vuole, ci potremo incontrare in un posto al sicuro» (Epistola 76, PL 119,536-537).

Quanto era diffuso il furto dei libri?
Il furto dei libri attraversa quasi senza eccezioni tutta l’antichità. Giusto Lipsio (1547-1606) nel «De bibliothecis syntagma» (1a ed. 1602), dopo aver premesso che «i romani erano più figli di Marte che delle Muse», dà alcuni ragguagli sulle sottrazioni librarie operate dai generali romani. Per esempio, dopo la vittoria su Perseo (168 a.C.), il console Emilio Paolo trasferì a Roma come parte del bottino di guerra, la biblioteca del re macedone. Anche la libreria di Lucullo si era formata con i volumi sottratti a Mitridate durante la guerra del Ponto (74-67 a.C.). Lo stesso dicasi della biblioteca di Apellicone di Teo, appartenuta ad Aristotele che, rilevata dal generale Silla dopo la presa di Atene (86 a,C,), fu usata anche da Cicerone. A proposito del retore e console romano famosa è una sua lettera (46 a.C.) in cui denuncia un furto di libri dalla sua biblioteca operato proprio da chi ad essa attendeva: «Un fatto che potrebbe sembrare di poco conto – scrive Cicerone – , ma che tanto lo aveva addolorato [Res ipsa parva, sed animi mei dolor magnus est]» (Ad familiares 13,77). Il furto dei libri è una mala pianta che infesta non solo il mondo pagano ma si insinua anche tra le prime comunità cristiane. Tra i «Detti dei Padri del deserto» è compreso un apoftegma dell’abate Gelasio dove si narra che questo eremita «possedeva un libro che valeva diciotto monete d’oro nel quale era trascritto per intero l’Antico e Nuovo Testamento. Questi l’aveva portato in chiesa perché chi volesse avesse potuto leggerlo. Venuto un frate da fuori a far visita al vecchio, dopo aver visto il codice, questi, preso dal desiderio, lo rubò e se ne andò» (Apophthegmata Patrum, PG 65,145).

Come ci si proteggeva dal furto dei libri?
La libreria e l’armadio dove sono riposti i volumi rappresentano un modo per preservare i libri quando non vengono usati. Goffredo, canonico regolare dell’abbazia di Sainte-Barbe-en-Auge in Normandia, in una lettera del 1170 circa al monaco Pietro Mangot scrive che «un monastero senza armadio è come un accampamento senza armi». La libreria è dunque come un’armeria che aiuta il cristiano nel suo combattimento spirituale, nello stesso tempo però l’armadio dei libri rappresenta un baluardo materiale per la conservazione e la protezione dell’oggetto-libro. Nella regola del Priorato agostiniano di Barnwell nei pressi di Cambridge si insiste sul fatto che l’armadio che contiene i libri «debba essere rivestito di legno all’interno perché la traspirazione delle pareti non inumidisca e danneggi i volumi». Anche la regola dell’abbazia di san Vittore a Parigi presenta un passaggio simile: «La libreria dentro deve essere di legno perché la traspirazione delle pareti non danneggi le pagine di muffa e di umido».

Quando si diffuse la scomunica per i ladri di libri?
Dal punto di vista formale la più antica maledizione di cui vi è traccia in occidente è quella che accompagna la donazione di alcuni beni fatta da Theodetrude all’abbazia di Saint-Denys. La charta porta la data del 627 (anno 43° del regno di Clotario II). Con riferimento ai libri invece dal punto di vista cronologico la più antica è quella apposta su un manoscritto dell’VIII dell’abbazia benedettina di san Medardo di Soissons che dice nella chiusa finale:

Se qualcuno tenterà di sottrarre questo libro, non dubiti che finirà sotto il giudizio di Dio e di san Medardo.

Quali minacce e maledizioni erano rivolte ai ladri di libri?
Quella, citata in precedenza, dell’abbazia di san Medardo di Soissons è una formula piuttosto diffusa. Su un codice «con una scrittura a linee lunghe dell’VIII sec.» contenente degli estratti di opere di san Gregorio Magno sul primo foglio un’iscrizione ricordava che il volume apparteneva all’abbazia benedettina di Fluery-sur-Loire e minacciava severamente chi avesse avuto l’intenzione di sottrarre il libro:

Questo è un libro del cenobio di Fleury dell’abate san Benedetto; se qualcuno in mala fede lo avrà asportato per non restituirlo, riceva la dannazione insieme a Giuda il traditore, ad Anna, Caifa e Pilato. Amen

La casistica è ampia. Vorrei citarne di un manoscritto del XIII-XIV secolo che riproduce parzialmente il De mineralibus di Alberto Magno. Qui sembra che il proprietario, l’elettore Palatino, abbia voluto raccogliere tutte le punizioni possibili per l’eventuale ladro:

Termina il quinto libro dei minerali.
Termina questo libro; chi lo ha ricopiato sia libero da colpa.
Non veda Cristo chi sottrae questo libro.
Chi lo ruba sia ucciso dalla spada dell’anatema,
chi tenta di rubarmi sia accecato.

Quali prescrizioni sulla cura dei libri erano diffuse in epoca medievale?
La letteratura sulla cura dei libri risulta essere amplissima. In un manoscritto dell’abbazia di Montecassino del X sec. si trova questo avvertimento: «Chi toccherà questo libro lo faccia con mani pulite». È ancora il caso di citare quanto scrive, un secolo dopo, san Pier Damiani (1007-1072): «In particolare il monaco custodisca i santi libri facendo attenzione a non mettere le mani sulle lettere, a non annerirli con il fumo e a non permettere che li lambisca il fuoco». È evidente che qui il riferimento è al rischio dell’utilizzo delle candele per leggere in assenza di luce naturale. Sempre sullo stesso registro si muove Guigo I (1083-1136), quinto priore della Grande Certosa, che fa queste raccomandazioni ai confratelli: «Si ordina a chi prende i libri da leggere di avere massima cura e diligenza affinché non vengano insozzati né dal fumo, né dalla polvere né da altra sporcizia». Humbert de Romans (+1277), quinto Maestro Generale dell’ordine dei predicatori, fa esempi ancora più concreti. Il padre domenicano scrive infatti che «alcuni che proteggono il formaggio dai topi, le mele e le pere dal rischio che marciscano, custodiscono malamente i libri sia perché li deturpano con le loro mani indegne per mancanza di rispetto, sia perché li perdono per distrazione, sia perché li rovinano per incuria, il che è veramente da deprecare dal momento che i libri sono cose sacre». Jean Mauburne (1460ca-1501), un importante esponente del movimento di rinnovamento religioso della Devotio moderna, alla stessa stregua di Erasmo, con il quale forse era venuto in contatto per l’attenzione che riservava ai testi, si pose come l’ispiratore e il propagatore di un vero e proprio umanesimo cristiano. In un passaggio capitale del Rosetum exercitiorum spiritualium (1494) dedicato all’analisi della lettura, a proposito della cura dei libri si esprime in questo modo: «Si deve usare riguardo nei confronti dei libri ed evitare il contatto con la mano nuda, la quale, anche se è pulita, li macchia e li sporca. E non va neanche bene imprimere le dita nude sui margini delle pagine o tenere accesa su di esse una lucerna. Non si tenga il libro aperto inutilmente e lo si chiuda stringendo i legacci cautamente. Non è degno del libro chi non sa custodirlo».

Come era regolato il prestito dei libri?
Le regole citate per esempio dedicano dei passaggi significativi al prestito dei libri. In quella di Barnwell si fa per esempio divieto ai monaci di prestare i libri che hanno ricevuto in lettura dal bibliotecario. Mentre nell’abbazia di san Vittore per il prestito era richiesto un pegno in cambio. Negli statuti dell’Ordine premostratense è detto che è compito del bibliotecario custodire e curare i libri e si ricorda altresì che si possono prendere e dare libri in prestito solo con il consenso dell’abate o del priore. Dietro questa premura c’è sicuramente la sensazione che attraverso il prestito un libro possa andare definitivamente perduto. Nel III secolo il monaco Pacomio faceva ogni sera l’inventario dei libri della biblioteca del cenobio di Tabennisi nella regione egiziana della Tebaide per verificare se tutti i volumi erano stati restituiti.4 Secoli dopo il già citato Guigo I, priore della Grande Certosa, tra le diverse norme dell’ordine inserisce anche quella relativa al prestito, affermando che «in caso di prestito di libri nessuno deve trattenerli contro la volontà di chi li ha prestati». Esiste dunque una legislazione molto restrittiva sul prestito per evitare che il patrimonio librario andasse disperso se i volumi non venivano restituiti. In controtendenza però si era espresso il Concilio di Parigi del 1212 che aveva stabilito che «i religiosi non dovevano fare giuramento di non prestare i propri libri a chi ne aveva bisogno» dal momento che questa azione si poteva configurare come «una precipua opera di misericordia».

Quali, tra i tanti esempi di maledizioni e minacce ai ladri di libri da Lei raccolte, ritiene più fantasiose?
Vorrei citare il caso del passaggio di proprietà di un volume. Un manoscritto del XIV sec. contenente i Dictamina di Pier della Vigna (1190ca-1249), un verso sulla prima pagina contiene il seguente avvertimento:

Questo libro è di san Vittore di Parigi.
Chiunque lo rubi, lo nasconda oppure ne cancelli il titolo sia anatema.
Amen

È interessante la storia commerciale del volume. Al foglio 113 infatti il copista inserisce questa annotazione: «Terminano i Dictamina composti dal maestro Pietro della Vigna giudice dell’imperatore Federico». E dopo, scritta da una mano diversa, viene inserita la seguente dicitura che specifica il passaggio di proprietà dal libraio alla predetta abbazia: «Io, Pietro di Verona, ho venduto il presente libro all’abate e al convento di san Vittore a Parigi al prezzo di due scudi che mi sono stati versati dal fr. Jean Lamasse, priore del suddetto luogo; a garanzia io sottoscrivo questo documento. 3 agosto 1422».

In un altro manoscritto non posteriore al XIV sec., conservato nella Biblioteca Bodleiana e contenente alcuni testi di sant’Agostino e sant’Ambrogio, si può leggere un’altra interessante annotazione. Infatti prima viene inserita la maledizione, per così dire, convenzionale che recita:

Libro di santa Maria di Robertsbridge: chi lo sottrae, lo vende, lo toglie a questa casa o ne porta via una qualsiasi parte, sia anatema maranatha. Amen.

A questa iscrizione segue poi una postilla vergata dall’acquirente che giustifica la proprietà del volume:

Io Giovanni vescovo di Exter, non so dove sia la casa predetta e non ho rubato questo libro, ma ne sono venuto in possesso in maniera legittima.

Lucio Coco vive a Verbania e affianca all’attività di docente, il lavoro di ricerca sulla tradizione patristica. Collabora con diverse case editrici e sue sono le edizioni di importanti opere dei Padri della Chiesa quali Giovanni Crisostomo, Evagrio Pontico, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa. Spesso si è interessato al libro e alla lettura, nei volumi L’atto del leggere (2004), La lettura spirituale (2005), Seneca. Sulla lettura (2012) e alla storia delle biblioteche con particolare riguardo ai profili di alcuni importanti bibliotecari, come l’umanista Giusto Lipsio, il gesuita Francesco Antonio Zaccaria, successore di L. A. Muratori all’Estense di Modena, e Jean-Baptiste Pitra, l’editore delle Patrologie del Migne.

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