“Con la cultura non si mangia?” di Dario Franceschini

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Con la cultura non si mangia?, Dario FranceschiniInterviene su un annoso dibattito, con un libro edito da La nave di Teseo, e da un pulpito quanto mai autorevole, quello di Ministro della cultura e del turismo italiano – il «lavoro migliore» che esista, come lo apostrofò Barack Obama in visita al Colosseo – Dario Franceschini, trasformando in una domanda, Con la cultura non si mangia?, quella che, nella bocca del collega Tremonti, era invece un’affermazione, destinata a godere di un enorme, inatteso successo.

Per Franceschini, quello da lui guidato, rappresenta il principale ministero economico del nostro Paese, in grado di generare ricchezza e occupazione, tanto che si calcola che il sistema culturale e creativo abbia un effetto moltiplicatore di 1,8: per ogni euro prodotto al suo interno se ne generano 1,8 nel resto dell’economia. Eppure, sulla medesima linea di pensiero tanto stigmatizzata, sono in realtà anche coloro che considerano qualunque iniziativa di valorizzazione con il coinvolgimento di privati come «uno svilente ingresso dei mercanti nel tempio», bollando ogni tentativo in tal senso come «una volgarizzazione, una perdita di purezza se non addirittura un bieco processo di mercificazione.»

L’azione di Franceschini, a capo del dicastero, si è sempre ispirata all’idea della cultura «come strumento di crescita civile», del sapere e della conoscenza «come leve fondamentali per superare le disuguaglianze e le ingiustizie, per promuovere la crescita dei singoli e della collettività», cercando di superare contrapposizioni dogmatiche e ormai anacronistiche: conservazione contro valorizzazione, cultura contro turismo, pubblico contro privato.

I principi della tutela e della promozione patrimonio culturale e artistico sono inscritti nella Costituzione del nostro Paese, l’unico al mondo a contemplarli nella propria Carta fondamentale: «Valorizzare il nostro straordinario patrimonio culturale e artistico non significa minacciarlo o mercificarlo, quanto piuttosto creare le condizioni per poterlo custodire e proteggere nel migliore dei modi. Immaginare che possa creare buona occupazione e coesione nel territorio, significa dischiuderne le potenzialità. Comunicarlo a un pubblico più ampio non vuol dire sminuirlo, bensì non imprigionarlo in una concezione elitaria.»

Il patrimonio culturale e artistico italiano è alla base del nostro soft power mondiale: «Nell’immaginario globale rappresentiamo una meta sognata e vagheggiata, il luogo dell’arte e del paesaggio, della qualità della vita, del bello e del ben fatto.» Una reputazione da custodire e preservare.

Franceschini elenca i casi di eccellenza, i traguardi, le best practices che hanno costellato gli anni alla guida del dicastero, snocciolando dati più che incoraggianti per il futuro. Anche oggi, nonostante la pandemia e mentre i venti di guerra lambiscono l’Europa. Illuminante, al riguardo, è l’aneddoto raccontato dal Ministro: «Durante la seconda guerra mondiale, i generali proposero a Winston Churchill di ridurre i fondi culturali per destinarli al sostegno dello sforzo bellico. Churchill li guardò e replicò: “Ma allora per cosa combattiamo?”»

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