“Complicità di Stati nell’illecito internazionale” di Giuseppe Puma

Prof. Giuseppe Puma, Lei è autore del libro Complicità di Stati nell’illecito internazionale edito da Giappichelli: come si configura la fattispecie della complicità di Stati nell’illecito internazionale?
Complicità di Stati nell'illecito internazionale, Giuseppe PumaLa fattispecie della complicità nell’illecito internazionale si configura, in primo luogo, per la sua accessorietà: si tratta di una condotta che integra un fatto internazionalmente illecito solo a condizione che “acceda” ad una condotta altrui, agevolandone la realizzazione. La fattispecie della complicità consta di due elementi essenziali: quello oggettivo, o materiale, e quello soggettivo. Il primo elemento della fattispecie della complicità è costituito da una condotta materiale che si configuri come una forma di partecipazione alla realizzazione dell’illecito principale e che abbia l’effetto di agevolare la commissione di siffatto illecito. Da un esame della prassi, emerge che l’elemento materiale della complicità può assumere le forme più svariate: dal prestito di territorio, alla fornitura di armi e/o di impianti logistici utili alla violazione del divieto dell’uso della forza. In questa prospettiva, finanche una forma di assistenza di carattere “giuridico o politico”, che può realizzarsi nella conclusione di un accordo internazionale con l’autore dell’illecito principale, può configurarsi come complicità nell’illecito altrui. In modo del tutto analogo, la partecipazione alla procedura deliberativa di una fonte di terzo grado può configurarsi alla stregua di complicità al fatto illecito di una organizzazione internazionale. In ogni caso, una elencazione delle forme di assistenza reca uno scarso grado di utilità analitica. Non è possibile indicare condotte astrattamente suscettibili di integrare un fatto illecito a titolo di complicità a prescindere dalla condotta principale: l’unico criterio discretivo è, infatti, rappresentato dall’effetto prodotto da un determinato comportamento. Da quest’ultimo punto di vista, è a nostro avviso sufficiente, al fine di integrare la fattispecie della complicità, che la condotta accessoria sia in grado di agevolare la commissione del fatto illecito principale. Occorre infine precisare che l’elemento materiale può essere integrato tanto da una condotta commissiva, quanto da un fatto omissivo. Quanto all’elemento soggettivo, esso consiste, come dimostrano i dati della prassi, nella conoscenza, in capo al complice, delle circostanze nelle quali si produce il fatto illecito principale, con la precisazione che in un numero considerevole di ipotesi, sebbene non in tutte, la sussistenza di tale requisito può darsi per presupposta. Appare dunque condivisibile, sia pure con esclusivo riguardo alla regolamentazione della complicità, la tesi per la quale spetta al soggetto cui il comportamento sarebbe attribuibile provare di non essere a conoscenza delle circostanze del fatto principale.

Quali norme disciplinano la complicità di Stati nell’illecito internazionale?
La fattispecie illecita in considerazione è prevista da una norma del diritto internazionale consuetudinario, codificata nell’articolo 16 del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale dello Stato e negli articoli 14 e 58 del Progetto sulla responsabilità delle organizzazioni internazionali, adottati dalla Commissione del diritto internazionale nel 2001 e nel 2011. La norma in discorso stabilisce che un soggetto (Stato o organizzazione internazionale) che aiuti un altro soggetto nella commissione di un fatto illecito, incorre in responsabilità per complicità, a condizione che fosse a conoscenza delle circostanze dell’illecito principale e che fosse vincolato dallo stesso obbligo violato dal soggetto assistito.

Come si è evoluta la disciplina della complicità di Stati nell’illecito internazionale?
Non può dirsi che si sia registrata una vera e propria evoluzione della disciplina della complicità – che, a dispetto della nuova formulazione voluta dalla CDI nel 2001, è rimasta sostanzialmente immutata sin dalla sua prima codificazione, risalente al 1978 – quanto, piuttosto, un’applicazione assai frequente della norma medesima a partire dagli anni 2000.

Quali sono le conseguenze della complicità?
Il fatto illecito previsto dalla norma sulla complicità dà luogo ad un nuovo rapporto giuridico tra lil complice e il soggetto leso. Sull’autore del fatto in questione grava, da un lato, l’obbligo di interrompere la condotta, qualora questa abbia carattere continuato e, dall’altro, quello di offrire garanzie di non ripetizione, qualora sussista il rischio di reiterazione del fatto accessorio. Lo Stato complice, inoltre, è tenuto ad adempiere all’obbligo di riparazione: la restitutio in integrum costituisce, nel caso della complicità, un obbligo difficilmente eseguibile da parte dello Stato complice. Il risarcimento, poi, soggiace ad una applicazione rigida del criterio di causalità, oltre che a talune regole relative alla esatta determinazione della somma dovuta a titolo risarcitorio. L’applicazione di questi parametri potrebbe rivelarsi impraticabile in diversi casi riconducibili alla fattispecie della complicità. In simili circostanze, la soddisfazione può rappresentare la forma più appropriata di riparazione del pregiudizio subito dalla parte lesa. Non vi sono ragioni per escludere la configurabilità di contromisure nel quadro di quel particolare rapporto giuridico secondario che si instaura tra lo Stato complice e la parte lesa.

Quali caratteristiche assume la complicità di Stati nell’illecito di organizzazioni internazionali?
Si tratta di una forma di complicità resa, in molti casi, peculiare dal rapporto intercorrente tra lo Stato complice e l’autore dell’illecito principale. Nella più gran parte dei casi, infatti, lo Stato è, contestualmente, complice e membro dell’organizzazione internazionale responsabile del fatto principale. L’analisi condotta nel libro si è concentrata due profili che sollevano questioni giuridiche di grande interesse. Da un lato, la complicità degli Stati in atti compiuti da organizzazioni internazionali nell’esercizio della funzione normativa, dall’altro, la partecipazione ad illeciti internazionali realizzati nel quadro di attività operative dell’ente. Il primo profilo di indagine appare condizionato dalla difficoltà di “scindere” la condotta dell’organo da quella dei singoli Stati che lo compongono e che concorrono, con il proprio voto, alla adozione dell’atto normativo che integra l’illecito principale. La norma sulla complicità assume, in questo contesto, dei connotati del tutto peculiari, con riguardo, in particolare, al nesso di causalità tra il fatto accessorio, costituito dal voto dei membri, e il fatto principale, costituito dall’atto deliberato dall’organizzazione e ad essa imputabile. Il nesso eziologico in discorso si configura in termini di condicio sine qua non della condotta principale. La ricostruzione dell’elemento soggettivo, invece, si svolge secondo i criteri “ordinari”, risultando peraltro agevolata dalle dichiarazioni di voto con le quali, sovente, gli Stati motivano il proprio contegno all’interno dell’organo deliberante.

Quali profili può assumere la complicità degli Stati nell’illecito commesso da organizzazioni internazionali nel corso di missioni di peace-keeping?
Si tratta del secondo profilo di responsabilità cui ho fatto cenno nella risposta precedente. Siamo nell’ambito degli illeciti commessi nel contesto di operazioni di peace-keeping gestite da organizzazioni internazionali e realizzate per mezzo di personale militare messo a disposizione dagli Stati. L’attribuzione di tali illeciti all’organizzazione internazionale non esclude, di per sé, che possa sorgere, in capo agli Stati contributori della missione, la responsabilità fondata sull’art. 58 del progetto di articoli sulla responsabilità delle organizzazioni internazionali. Ci sembra che questa fattispecie possa essere integrata da un fatto accessorio omissivo dello Stato contributore, consistente nella violazione dell’obbligo di assicurarsi che l’organizzazione alla quale “presta” il proprio contingente non commetta, tramite quest’ultimo, violazioni del diritto internazionale, ed in particolare del diritto internazionale umanitario. In questo caso, l’accertamento dell’elemento soggettivo potrebbe fondarsi sulla linea di comunicazione che intercorre, normalmente, tra la catena di comando che fa capo all’organizzazione e gli Stati che contribuiscono alla forza multinazionale.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Non perderti le novità!
Mi iscrivo
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link