Come uno Stato. Hizbullah e la mimesi strategica, Marina CalculliDott.ssa Marina Calculli, Lei è autrice del libro Come uno Stato. Hizbullah e la mimesi strategica pubblicato con Vita e Pensiero nel marzo 2018: perché nel sistema internazionale contemporaneo è significativo il caso del gruppo armato e partito politico libanese Hizbullah?
Hizbullah è un caso esemplificativo di una contraddizione presente nel sistema internazionale: da una parte, le politiche di sicurezza internazionale, soprattutto dopo l’11 Settembre 2001, hanno subito una progressiva convergenza nell’adottare una visione potremmo dire ‘ideologica’ dello Stato, ben riflessa nelle misure normative adottate da stati, accordi multilaterali o risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: questa visione vede i gruppi armati irregolari come un cancro, una malattia del sistema internazionale da eliminare, sublimando la connotazione negativa del ‘partigiano’ di Carl Schmitt, ed esaltando l’ideale dello stato come unico legittimo detentore della sovranità. A prescindere dal fatto che questa retorica spesso sia in contraddizione con il sostegno finanziario e militare che grandi potenze prestano a gruppi armati irregolari (si pensi, per fare un esempio tra tanti, al sostegno degli Stati Uniti alle milizie curde nel conflitto siriano), queste politiche spesso ottengono l’effetto opposto: ovvero rafforzano indirettamente i gruppi armati irregolari che si propongono di eliminare. Il Libano è un caso esemplificativo da questo punto di vista: la missione UNIFIL nel sud del Libano, gli Stati Uniti, la Germania, il Regno Unito hanno puntato tutto sul rafforzare le Forze Armate Libanesi e le altre istituzioni della sicurezza nazionale, soprattutto a partire dal 2003, nel pieno contesto della ‘guerra al terrore’, con l’obiettivo di smantellare Hizbullah. Tuttavia, Hizbullah non solo non è stato eliminato, ma si è addirittura rafforzato durante questo periodo. È questo il problema, il nodo da sciogliere, che ha guidato la mia ricerca in Libano negli ultimi 5 anni.

Come si spiega, dunque, la resilienza del «Partito di Dio» nonostante i suoi rivali libanesi e internazionali, a partire da Stati Uniti e Israele, abbiano sistematicamente cercato di smantellarne l’ala militare?
Nel mio libro, io definisco la strategia di Hizbullah come una strategia mimetica: imitazione e camouflage allo stesso tempo. Infatti, Hizbullah è un movimento, un partito politico, un gruppo armato simultaneamente. Questo ha permesso in momenti cruciali al partito di accedere a canali ufficiali dello stato libanese e, in particolare, al sistema delle quote confessionali che regola il sistema politico del Libano post-mandatario. Così, il ‘Partito di Dio’, attraverso il suo partito e le sue alleanze politiche, ha potuto ridefinire l’ideologia, la mentalità e la razionalità politica delle istituzioni della sicurezza, in particolare le Forze Armate Libanesi, contro e non in linea con le prescrizioni degli attori internazionali che pur continuano a sostenere le istituzioni per la sicurezza libanese. Molti pensano erroneamente che Hizbullah controlli l’esercito libanese. Ma questo è sbagliato: non c’è neppure un membro del Partito nell’esercito. Si tratta, al contrario, di una sofisticata azione di persuasione, alleanze e incentivi collegati tra loro, che ha creato una situazione in cui l’esercito libanese è di fatto diventato un complice del ‘Partito di Dio’. Cruciale è da questo punto di vista l’alleanza con il leader maronita Michel Aoun. Quindi, mentre la cosiddetta comunità internazionale finanzia e sostiene le forze armate libanesi, indirettamente essa sostiene anche Hizbullah.

In che modo Hizbullah agisce come uno Stato?
Mentre Hizbullah come partito politico è entrato nello stato del Libano e prende parte al processo politico-decisionale, il partito continua a mantenere la sua totale autonomia come organizzazione che svolge funzioni performative tipiche dello stato – in particolare, fornitura di sicurezza e welfare – e ha una precisa comunità di riferimento. Di fatto, Hizbullah esercita la sovranità, pur senza godere dei diritti di sovranità, così come questi sono codificati nel sistema internazionale. Per questo la strategia mimetica è fondamentale: essa serve per l’appunto all’organizzazione ad avere accesso ai processi politici per deviare le misure che attraverso il sostegno internazionale alle Forze Armate e ai suoi rivali interni, mirino a colpire ad affossare la ‘resistenza’, ovvero la sua organizzazione militare e politica.

Nel Suo libro Lei esamina tre congiunture critiche – la fine della guerra civile libanese nel 1990, la ‘guerra al terrore’ dopo l’11 settembre 2001 e l’inizio della guerra in Siria nel 2011: in che modo Hizbullah ha tratto beneficio da tali eventi?
La fine della guerra civile ha rappresentato il momento in cui Hizbullah ha deciso di farsi partito politico, un’ombra dell’organizzazione che – ripeto – rimane essenzialmente autonoma rispetto allo stato. Questo ha permesso al partito di continuare a esercitare la sua resistenza armata nel sud del Libano durante l’occupazione israeliana. Il 2005, nel pieno di una pressione congiunta da parte di Stati Uniti, Israele e comunità internazionale, è l’anno in cui Hizbullah decide di entrare nel governo per deviare le misure internazionali che, passando appunto dal governo, mirino a smantellare la ‘resistenza’, l’organizzazione militare del Partito. Infine, con l’inizio della guerra in Siria, e soprattutto nel 2013, anno in cui Hizbullah dichiara ufficialmente di essere parte del conflitto siriano, Hizbullah cerca una serie di compromessi indiretti – proprio attraverso le forze armate – con la comunità internazionale, reinventandosi e proponendosi come attore chiave della ‘guerra al terrore’, sfruttando la convergenza tra gli obiettivi internazionali e i suoi stessi obiettivi: stabilizzare il confine tra Libano e Siria e contenere i gruppi jihadisti sunniti che combattono in Siria.

Perché Israele negli ultimi giorni ha attaccato i tunnel di Hizbullah nel sud del Libano?
Come scrivo nelle conclusioni del mio libro, la capacità di Hizbullah di rafforzarsi si è basata sulla costante ricerca di un equilibrio di natura essenzialmente politica, possibile grazie alla strategia mimetica. Dunque, con il cambio degli equilibri politici dopo l’elezione di Trump – che a sua volta ha rinvigorito l’alleanza degli USA con Israele e Arabia Saudita (entrambi nemici acerrimi del gruppo libanese) – non è sorprendente che Israele aumenti la posta in gioco. Per l’appunto, quello che preoccupa Israele non è tanto la forza militare di Hizbullah, quanto piuttosto la sua forza politica in Libano che, fino ad ora, ha provato il successo della strategia mimetica di Hizbullah che ha l’obiettivo di rafforzare l’organizzazione al di fuori dello stato libanese.