Professoressa Raboni, Lei è autrice del libro Come lavorava Manzoni pubblicato per i tipi di Carocci: cosa intende per “il primato della dialettica”?
Come lavorava Manzoni Giulia RaboniManzoni è un autore troppo spesso percepito in maniera monolitica, come se il suo cattolicesimo lo rendesse un autore un po’ tutto d’un pezzo, moralistico, per non dire barboso. Viceversa il suo pensiero è estremamente mobile e aperto alla discussione, e infatti nelle sue opere il dialogo è molto frequente, tanto con il lettore quanto con gli autori del passato, quanto infine con sé stesso; ma anche fuori dalla scrittura nelle postille ai libri e nelle lettere e, stando alle testimonianze, soprattutto nelle conversazioni con gli amici. Di più, la stessa forma del suo ragionamento è sempre dialettica: presuppone un contraddittorio, procede attraverso obiezioni e contro-obiezioni via via più analitiche in modo da rendere vigile e partecipe l’attenzione di chi legge, da sollecitare la riflessione e un’adesione non empatica ma intellettuale e razionale ai temi che discute. E non è certo né privo di contraddizioni, né timoroso di dichiarare apertamente di aver cambiato opinione nel corso del tempo, anzi spesso è lui stesso a sottolineare pubblicamente quelli che ritiene suoi errori o passi falsi, in modo da mostrare quasi in presa diretta la necessità del confronto e della capacità di rinnovarsi e migliorarsi nel dialogo con gli altri. Certo le sue convinzioni religiose e morali sono fortissime e hanno provocato a volte delle prese di posizione, specie nel privato, che possono sembrare discutibili.

Cosa è possibile sapere sull’autore dalle carte del Manzoni?
Studiare gli autografi manzoniani è un’esperienza che definirei commovente. Non c’è variante, o pagina magari poi del tutto cestinata che non riveli la sua intelligenza sempre limpidissima e la sua ironia. Quel che possiamo meglio vedere, studiando i testi nel loro processo elaborativo, è, come si diceva prima, la mobilità del suo pensiero; il fatto cioè che un’opera partita con certi presupposti debba poi scontrarsi nel corso della scrittura con contraddizioni che obbligano a un ripensamento, a volte anche radicale; e come, ancora, il lavoro su un testo si incroci con quello su un altro, intersecando temi, soluzioni, snodi di pensiero. La cosa che più colpisce è la scioltezza della scrittura, che certo patisce inizialmente di una impostazione ancora fondamentalmente letteraria, ma che procede con grande adesione al pensiero, inseguendo e plasmandosi sulla analiticità dei ragionamenti. Per questo nel rendere nell’edizione critica le varianti genetiche del romanzo si è optato per un apparato che non fosse troppo spezzettato (per intenderci schematicamente, parola che sostituisce parola), ma che riuscisse a rendere le trasformazioni di segmenti più ampi, frasi o addirittura paragrafi, in modo da rendere meglio proprio questa capacità di sviluppare il discorso seguendone e dettagliandone ogni singolo aspetto, esplicitando e confutando ogni possibile obiezione. Quello che può ricavarsene poi sul piano della personalità manzoniana è la fotografia di una mente estremamente logica, al limite della nevrosi, certamente mossa anche da un bisogno di razionalizzazione che contrasti una visione fondamentalmente pessimistica; così come l’ironia serve ad abbassare i toni troppo drammatici e a creare un diaframma che attenui l’impatto emotivo.

Quali testi costituivano la biblioteca manzoniana?
La biblioteca di Manzoni non è una biblioteca immensa. I volumi rimastici, divisi oggi tra Casa del Manzoni a Milano, Biblioteca Braidense e Villa di Brusuglio raccolgono all’incirca 5000 volumi e anche se sono sicuramente moltissimi i libri dispersi (regalati, persi, trafugati) nel corso del tempo, resta abbastanza esigua. Sappiamo però che molti libri venivano prestati dalle biblioteche o dagli amici; e in effetti un compito che ci ripromettiamo, nel corso di un progetto che stiamo sviluppando all’università di Parma insieme a quelle di Milano e Bologna è di riuscire a ricostruire anche la biblioteca virtuale, attraverso le citazioni esplicite o meno nei testi. Quel che si può dire è che ci sono settori ovviamente ben rappresentati: testi di lingua, classici latini, libri religiosi e di devozione, testi botanici, e che si tratta di una biblioteca molto letta e molto sfruttata, come mostrano anche le numerosissime postille e segni di ogni tipo che si trovano nella gran maggioranza dei libri: dalla sottolineatura, alle crocette o manine, alle semplici orecchie; interessantissimi sia come elemento a volte di datazione del nascere di certi progetti, o dei cambiamenti in corso, sia come segnalazione di fonti, sia perché spesso nelle annotazioni si trovano condensate riflessioni che verranno poi sviluppate nelle sue opere e che ci offrono, per così dire, delle linee guida forti.

Come si svolse la stesura de I promessi sposi?
Il lavoro sui Promessi sposi è lunghissimo, e occupa praticamente vent’anni, dalla prima stesura che inizia nell’aprile del ’21 all’edizione definitiva, uscita in fascicoli tra 40 e 42, naturalmente con ritmi diversi e con una lunga pausa tra la princeps (la cosiddetta Ventisettana) e la Quarantana, che comunque è sostanzialmente una revisione linguistica (e stilistica: due piani del resto difficili da scindere con precisione)  e non tocca tranne in pochissimi punti la narrazione. Gli anni cruciali dal punto di vista del contenuto del testo sono quelli della prima e della seconda minuta che comportarono un lavoro quotidiano e intensissimo, con molti ripensamenti e riscritture praticamente integrali, difficili da sintetizzare in poche righe, e a fatica in un volume;  in effetti quelle che ho delineato nel  capitolo sui Promessi sposi sono delle linee essenziali concentrate su quelli che possono essere considerati i punti nevralgici, ma a cui occorrerebbe aggiungere molte altre riflessioni. Schematizzando in maniera un po’ brutale potremmo dire che la prima minuta del romanzo (il cosiddetto Fermo e Lucia) mostra tutta la libertà di un testo che nasce senza uno schema preciso e che a poco a poco stabilisce dei legami fra l’ossatura storica centrale e la vicenda particolare dei due protagonisti, con moltissime divagazioni e anche con talune difficoltà di intreccio. Anche la lingua è sperimentale: dove quella della tradizione non soccorre (ad esempio nei dialoghi, ma non solo) Manzoni si rifà alle altre lingue che conosce, dal dialetto al francese al latino per creare espressioni più quotidiane, meno diciamo così ingessate. La seconda minuta è il momento della ricerca di maggior equilibrio: la struttura diventa più razionale e funzionale, cadono le divagazioni eccessive, si compattano certi nuclei di riflessione; e così la lingua comincia a resecare le punte espressive, a cercare una linea omogenea sul toscano della tradizione. Tutto questo però è un percorso complesso, che ad esempio crea squilibri su un punto fondamentale, quello del rapporto tra storia e invenzione, continuamente ricalibrato e ripensato nel corso della scrittura, in modo da rendere sempre più visibile la linea centrale di riflessione, che è poi, come sappiamo, il tema della giustizia, del male, della responsabilità individuale. Insomma, si può dire che leggere i Promessi sposi nella loro diacronia rende più visibili i punti su cui Manzoni più a lungo si è interrogato, e le diverse risposte, di merito e di stile, che ha cercato nel tempo e ci dà uno strumento in più per apprezzarne la profondità.