Professoressa Italia, Lei è autrice del libro Come lavorava Gadda pubblicato per i tipi di Carocci: lo stesso Gadda però si disse incapace di svelare il segreto della propria arte.
Come lavorava Gadda Paola ItaliaNel 1949 venne chiesto a Gadda di partecipare a un’inchiesta intitolata: Come lavoro, in cui alcuni scrittori avrebbero potuto spiegare i segreti della propria arte. Ma nella risposta a questa domanda, poi raccolta in un volume di saggi, Gadda inizia provocatoriamente a descrivere l’esatto contrario: “come non lavoro”. Ma dietro alle provocazioni c’è sempre un fondo di verità e questo saggio – che prenderà il titolo dell’inchiesta – è una guida indispensabile per addentrarci nel laboratorio dello scrittore più rocambolesco della nostra letteratura, che ha fatto della sua opera, come ha scritto in un altro saggio dedicato ad Amleto, “l’indefettibile strumento per la ricerca e l’enunciazione della verità”. Un’altra guida per addentrarsi nel mondo della scrittura di Gadda sono le sue carte e la sua biblioteca, che studio da più di vent’anni, e che ci offrono una mappa, spesso molto complessa, dei meccanismi di costruzione della sua prosa: una specie di carta geografica del suo pensiero creativo. Del resto, uno dei suo primi racconti, su cui mi soffermo nella seconda parte del volume, si intitolava originariamente: Studio 128 per il racconto inedito: L’incendio di Via Keplero, segno che Gadda, con un esplicito riferimento alle “128 prove”, voleva sottolineare il fatto che il risultato finale della sua prosa era frutto di moltissime scritture e riscritture, come mostrano direttamente i suoi manoscritti.

Nel Suo testo, Lei definisce Gadda un “archiviòmane”.
È Gadda stesso che si è definito un “archiviòmane” e questa definizione gli si adatta perfettamente! Gadda ci ha lasciato non uno ma tre archivi di documenti, a Firenze, a Milano e l’ultimo, recentemente scoperto, a Villafranca di Verona, di proprietà dell’erede di Gadda, Arnaldo Liberati, nipote della governante Giuseppina. Dallo studio di questi archivi, che nel volume sono per la prima volta presentati ai lettori nel loro complesso – in modo da permettere ai giovani studiosi che magari si avvicinano per la prima volta all’opera di Gadda, di studiarla attraverso le sue carte – emerge la sua attenzione, quasi maniacale, al dettaglio. Gadda conservava tutto. Dalle liste della spesa ai biglietti del treno, dalle tessere del Circolo Filologico alle ricevute del barbiere, e ovviamente tutti i documenti relativi alle esperienze che hanno cambiato la sua vita, dalla prima guerra mondiale (si sono conservati gli scarponi e il baule in cui trasportava i suoi effetti personali) al viaggio in Argentina (dove lavorò per due anni presso la Compañia Generale de Fosforòs, un’esperienza che avrebbe poi ispirato il suo capolavoro: La cognizione del dolore), all’impiego, durato un decennio, all’Ammonia Casale, dove dirigeva gli impianti per la produzione di ammoniaca sintetica. Una volontà di ordinamento dell’entropia del mondo che si riflette anche nella sua concezione della realtà e nella trasposizione letteraria offerta dalla sua opera. Nel 1927, infatti, quando era ancora studente di filosofia presso l’Accademia di Scienze e Lettere (dove diede tutti gli esami per la seconda laurea, ma non riuscì a discutere la tesi…), scriveva: “L’ordine, lo spirito meticolosamente analitico di un organizzatore di servizî tecnici, la catastrofica precisione del nevrastenico che chiude tutto a chiave in bell’ordine e poi non riesce più a trovare quel che cerca e confonde le chiavi e i lucchetti e le chiavi delle chiavi, il sordo livore del domenicano contro la gazzarra senza senso contraddistinguono la mia persona”.

Quali testi costituivano la biblioteca gaddiana?
Gadda è stato un lettore vorace e onnivoro, tanto che non è possibile parlare di una sola biblioteca ma di due biblioteche: quella ora conservata presso la SIAE, e da lui donata alla Biblioteca Teatrale del Burcardo, studiata già vent’anni fa da Giorgio Patrizi e Andrea Cortellessa, e quella recentemente scoperta nell’archivio di Villafranca di Verona, e costituita dai libri che Gadda aveva tenuto presso di sé nella casa di via Blumenstihl a Roma, lasciati alla governante Giuseppina. Vi sono poi anche i libri donati ad Alessandro Bonsanti, conservati al Vieusseux, e quelli regalati a Giancarlo Roscioni, ora presso la Biblioteca Trivulziana di Milano. Una situazione complessa, che solo recentemente è stato possibile ordinare per avere un quadro completo della sua “enciclopedia mentale”. Da questo primo panorama di insieme, la Biblioteca “virtuale” dell’ingegner Gadda – ovvero l’insieme dei libri ricostruito virtualmente, e tuttora dispersi nei due archivi – riflette la molteplicità dei suoi interessi: storici, filosofici, letterari, classici e moderni (non solo di letteratura italiana, ma anche di letteratura francese, tedesca, inglese), e ovviamente scientifici.
Ma l’aspetto nuovo, che in questo studio ho cominciato a esplorare, è costituito dalle postille di lettura che Gadda ha apposto ai suoi libri (su cui sta lavorando una giovane studiosa, Giorgia Alcini). Note di possesso, segni di sottolineatura e richiami di concetti sui libri di studio, ma anche note di commento apposte ai classici della letteratura e della filosofia, in un confronto continuo tra il proprio pensiero e quello dei grandi. È il caso delle postille ai Canti di Leopardi, studiati per il corso di Michele Scherillo seguito all’Accademia di Scienze e Lettere, e soprattutto di quelle alle Operette morali, che Gadda commenta non solo in relazione all’aspetto letterario, ma sotto il profilo filosofico, ammirando il contenuto conoscitivo di quelle prose, ma contestandone apertamente il fondo pessimistico, come in questo appunto all’operetta Il Parini o vero della gloria: «Il Leopardi è condotto dal suo pessimismo e dal desiderio di maledire tutto, a considerazioni relativistiche che noi accettiamo interamente, mentre non accettiamo affatto il pessimismo». Irriverente, umorale, pignolo, Gadda non sopporta l’approssimazione, l’errore materiale, il vaniloquio: «che pagliaccio!» (a Montesquieu), «allora?» (a Piero Gadda Conti), «gratuito, vano» e «ma perché tutto questo?» e ancora «mal detto» (a Gianna Manzini), «cane» (a Marcel Aymé), «imbecille» (a Balzac), «o somaro!» (allo storico Luigi Fatta) e perfino «Asino! Tirato coi denti», al latinista Luigi Ferrero, di cui non tollera l’irriverenza nei confronti di Cesare – Grandezza e declino di Roma, Treves, Milano 1926 – rovesciandogli addosso una sequela di insulti.

Cosa rivelano le vicende relative alla stesura de L’incendio di via Keplero?
L’incendio di Via Keplero è uno dei racconti più famosi di Gadda, ed è anche uno dei suoi più divertenti. Scritto tra il 1930 e il 1931, è un caso di studio estremamente interessante perché ne possediamo tutta la documentazione manoscritta e possiamo seguire passo dopo passo, variante dopo variante, tutte le fasi di composizione del testo, osservando in vitro la sua genesi. L’analisi che propongo nella sezione finale del libro ha confermato le ipotesi che avevo avanzato anni fa sulla metodologia di lavoro di Gadda, che è un autore che non procede “per bussola”, indirizzato da una meta lontana che lo spinge intuitivamente, senza sapere dove andare, ma “per mappa”, muovendo i passi della sua narrazione su una carta geografica di cui ha stabilito inizialmente i confini, che ha per così dire schematizzato prima di mettersi al lavoro. Il rapporto tra il desiderio di rappresentare l’interiorità dell’uomo, l’anima, e la necessità di organizzare la disarmonia del mondo in una razionalità schematica – Anime e schemi è il titolo di un saggio che risulta illuminante a tal proposito – si traduce spesso in uno schema compositivo che preesiste alla scrittura. Schema, a volte, molto ambizioso, e che ambisce a “omnia circumspicere”, a comprendere sempre più ampie fette di realtà – esterna e interiore – nella propria rappresentazione. Ma è proprio nella sproporzione tra gli schemi e il loro sviluppo che i testi di Gadda spesso finiscono per non concludersi, franando la loro ingombrante architettura sotto il peso di un progetto troppo ambizioso. Nell’Incendio, pensato originariamente come prima parte di un testo più ampio, Gadda finisce per sviluppare solo la prima parte, quella descrittiva, dedicata alle conseguenze di un incendio, scoppiato non si sa per quale causa, in un condominio popolare della Milano degli anni Venti popolato da ladruncoli, pingui signore claudicanti, pappagalli parlanti, giovani procaci e vecchi garibaldini, emblema di una realtà “barocca” che la prosa di Gadda è riuscita a rappresentare meravigliosamente, con le spericolate invenzioni della sua scrittura.