Professor Pigliucci, Lei è autore del libro Come Essere Stoici, pubblicato da Garzanti: in che modo lo Stoicismo può rispondere alle esigenze dell’uomo contemporaneo?
Come essere Stoici Massimo PigliucciLa vita contemporanea è, ovviamente, per certi versi molto diversa da quella dei tempi di Seneca, Epitteto e Marco Aurelio. Loro non rispondevano a interviste usando un’iPad come sto facendo io, tanto per dirne una… Eppure ci sono anche molte cose in comune tra noi e loro. Per esempio, a un certo punto Seneca si lamenta con il suo amico Lucilio del fatto che il suo appartamento a Roma è situato in una strada rumorosa, e lui non riesce a concentrarsi quando deve scrivere. Succede anche a me…

In maniera più generale, la natura umana stessa non è cambiata molto. Dopo duemila anni abbiamo ancora a che fare con gli stessi problemi fondamentali della vita, da quelli piccoli e quotidiani (come appunto i vicini rumorosi) a quelli grandi e catastrofici (guerre, terrorismo). Anche noi ci preoccupiamo del significato della vita e di come viverla bene, del come gestire le nostre relazioni con gli altri, di come raggiungere i nostri obiettivi, così come facevano gli Antichi Greci che originarono lo Stoicismo e gli Antichi Romani che lo svilupparono. Dato che questa filosofia aveva lo scopo di aiutare la gente a vivere bene e con serenità, e che i nostri problemi sono sorprendentemente simili a quelli dell’epoca, lo Stoicismo può decisamente essere utile anche nel ventunesimo secolo.

Quali sono i principi dello Stoicismo?
Fondamentalmente due. In primo luogo, gli Stoici pensavano che la cosa più importante nella vita sia di viverla rettamente, sviluppando e mantenendo un carattere capace di affrontare qualsiasi avversità. Questo è possibile tramite la pratica di quattro virtù cardinali, riconosciute poi anche dal Cristianesimo: la saggezza pratica, cioè la capacità di gestire situazioni complesse nella migliore maniera possibile; il coraggio, non solo fisico, ma soprattutto morale; la giustizia, nel senso del trattare gli altri come si vuole che loro trattino noi; e la temperanza, cioè l’autocontrollo, il fare le cose in misura giusta. Praticando le quattro virtù si diventa persone migliori, gli altri si relazionano in maniera più positiva con noi, e noi siamo in grado di gestire meglio ciò a cui l’universo ci sottopone.

In secondo luogo, la dicotomia del controllo. Epitteto diceva che certe cose stanno a noi, altre cose non stanno a noi. Nella prima categoria rientrano i nostri giudizi, i nostri valori, e le nostre decisioni per agire; nella seconda rientra tutto il resto, compresa la nostra salute, la nostra reputazione, il nostro lavoro, i beni materiali. Queste ultime cose possono essere influenzate dalle nostre azioni, ma alla fine dipendono anche da fattori esterni che non controlliamo. L’idea è che per vivere una buona vita bisogna concentrarsi sulle cose che possiamo controllare e prendere il resto, come si suol dire, con filosofia. Anche questa idea è stata poi assorbita dal Cristianesimo, ed è alla base della cosiddetta preghiera della serenità, con la quale iniziano tutte le riunioni di diverse organizzazioni basate sul metodo dei 12 passi, come Alcolisti Anonimi.

Quando nacque e come si sviluppò lo Stoicismo?
Attorno al 300 a.e.v., per opera di Zenone di Cizio (la moderna Cipro). Zenone era un mercante, ma perse tutto in un naufragio. Approdò ad Atene con poche dracme in tasca e si fermò in una libreria a leggiucchiare. Interessatosi alla filosofia, cominciò a studiare con il Cinico (nel senso antico della parola) Cratete. A un certo punto fondò la sua propria scuola, che prese il nome di Stoicismo perché le lezioni e conversazioni avvenivano nella Stoa Poikile, il colonnato dipinto dove si teneva il mercato di Atene. Quando poi il generale Romano Lucio Cornelio Silla mise al sacco Atene nell’86 a.e.v., la maggior parte dei filosofi residenti emigrarono in altre città, soprattutto Roma. Fu qui che lo Stoicismo ebbe una fase di espansione, sopratutto durante l’Impero, fase culminata forse con la figura del filosofo-imperatore, Marco Aurelio. La scuola poi andò in declino, come tutte le altre scuole ellenistiche, a causa dello sviluppo e presa del potere del Cristianesimo, ma diverse idee fondamentali dello Stoicismo vennero assorbite da teologi Cristiani quali Paolo di Tarso, Agostino d’Ippona, e Tommaso d’Aquino. Gli Stoici influenzarono in seguito alcuni dei filosofi più importanti del periodo post-Rinascimentale, quali Cartesio e Spinoza.

Lo Stoicismo guidava personaggi come Seneca e l’imperatore Marco Aurelio: quali grandi lezioni ci hanno lasciato costoro?
Marco Aurelio è considerato uno dei cinque imperatori romani “buoni”, e con ragione. Durante il suo regno dovette affrontare una pestilenza che uccise probabilmente cinque milioni di persone, una guerra in Partia, una, prolungata, coi Marcomanni sulla frontiera germanica, e una rivolta interna guidata dal suo fidato governatore della Siria, Avidio Cassio. Non solo, sul piano personale, la moglie gli era probabilmente infedele, e la maggior parte dei suoi figli morì in età giovane.
Marco affrontò tutto questo con serenità veramente Stoica, come si evince non solo dai documenti ufficiali del suo regno, ma anche e soprattutto dal suo diario personale, poi pubblicato con il titolo di Ricordi, e che a tutt’oggi rappresentano un esempio raro e prezioso di riflessioni filosofiche di un grande personaggio.

La figura di Seneca è più complessa e controversa. Alcuni lo considerano un mostro che aiutò Nerone a coprire l’assassinio della madre, altri un santo che pagò con la vita la sua opposizione all’imperatore e il (possibile, ma decisamente non certo) coinvolgimento nella congiura pisoniana. La verità sta molto probabilmente nel mezzo. Seneca ebbe inizialmente successo come guida filosofica e politica di Nerone, anche per via dell’aiuto che si procurò dal Prefetto del Pretorio, Afanio Burro. Poi però le cose peggiorarono rapidamente, e il filosofo cercò di sottrarsi alla politica andando in pensione, cosa che gli fu ripetutamente proibito da Nerone. Seneca ci lascia un’immenso tesoro filosofico e letterario, specialmente le sue varie tragedie, che influenzarono Shakespeare, e le sue lettere all’amico Lucilio, una sorta di testamento filosofico che ancora oggi è una delle fonti principali della nostra comprensione dello Stoicismo.

Lo Stoicismo si propone come etica del non credente alternativa al Cristianesimo?
No, lo Stoicismo è una filosofia che può essere praticata sia da credenti di varie denominazioni che da agnostici e atei. Gli Stoici antichi credevano in un dio materiale, che identificavano con l’universo stesso. In termini moderni erano panteisti. Ma come ho detto molte delle loro idee furono assorbite ed elaborate dai Cristiani durante il Medioevo e fino al Rinascimento, e tra gli Stoici moderni si contano individui di diverse credenze religiose.
Uno dei concetti fondamentali della metafisica Stoica è quello di Logos, il principio attivo della ragione che permea l’universo. Ora, se uno è panteista, come gli Stoici antichi, allora interpreta il Logos come una sostanza che si trova dappertutto, ma è particolarmente sviluppata negli esseri umani, che sono gli unici animali capaci di ragione. Se si è Cristiani, invece, il Logos può essere pensato come la Parola di Dio. E se si è agnostici o atei, allora diventa il cosiddetto “dio di Einstein”, cioè la constatazione che le leggi che regolano l’universo rispondono ai dettami della logica.

Qual è la lezione dello Stoicismo per i mali della nostra società?
La lezione fondamentale è che il mondo funziona come funziona, ma che può essere migliorato, e che a noi sta appunto il compito di migliorarlo per quanto possibile, a beneficio di tutti gli esseri umani (gli Stoici erano tra i primi cosmopoliti). La nostra ragione di essere è proprio quella di usare le nostre capacità — specialmente il raziocinio — per comportarci al meglio che sia possibile per un essere umano, praticando costantemente le quattro virtù cardinali. Se lo facessimo tutti un tantino di più questo sarebbe un mondo di gran lunga migliore.