Prof. Marco Peresani, Lei è autore del libro Come eravamo. Viaggio nell’Italia paleolitica edito dal Mulino: a quando risale il primo popolamento umano della penisola?
Come eravamo. Viaggio nell'Italia paleolitica, Marco PeresaniÈ uno dei tanti motivi che mi hanno spinto a pubblicare questo lavoro. L’Italia vanta un patrimonio preistorico invidiabile, esteso all’intero paleolitico sin dalle fasi più antiche del popolamento umano d’Europa. Siamo quindi in grado di rispondere alla fatidica domanda: a quando risale il nostro primo abitante? Tracce effimere ma incontrovertibili, si sono palesate sotto forma di pietre scheggiate rinvenute nelle fessure carsiche a Pirro Nord nelle Puglie e sui terrazzi del pedeappennino romagnolo a Monte Poggiolo, proiettandoci nel tempo ad oltre 800 mila anni fa, forse fino a 1,4 milioni di anni fa. Un’Europa mediterranea lontanamente diversa da quella attuale, teatro di importanti rinnovamenti faunistici e del primo popolamento umano, peraltro documentato fino alla penisola iberica.

Quando e come arrivò nella penisola Homo sapiens?
L’arrivo di Homo sapiens nelle nostre regioni e l’incontro con «l’altro», il nativo Neandertal, scandiscono uno dei momenti più intriganti dell’evoluzione umana. La diffusione di Homo sapiens coincide con una rivoluzione nel record archeologico. Un fenomeno di scala globale materializzato da grandi innovazioni tecnologiche, dall’organizzazione dello spazio abitato, dal modo di sfruttare un territorio, ma soprattutto dalla piena affermazione dell’arte parietale e mobiliare, dell’adorno personale e della musica. Quale sia stato il corridoio di accesso dei primi uomini anatomicamente moderni provenienti dal Vicino Oriente è francamente materia di vaghe ipotesi. A quel tempo l’Italia era molto più accessibile di oggi grazie all’effetto della regressione marina che creò una vasta connessione con i Balcani nella regione nord-adriatica, forse la nostra «porta d’oriente». Archeologicamente, le tracce del primo arrivo dei sapiens coincidono con l’Uluzziano, un termine utilizzato per identificare un complesso culturale espressione di un ampio rinnovamento avvenuto 45mila anni fa lungo buona parte della penisola, tranne che in Liguria. Si confermerebbe pertanto un flusso migratorio di provenienza orientale. La cultura successiva, l’Aurignaziano, registra una presenza più capillare di questa antica popolazione sapiens, i cui siti si distribuiscono dalle Alpi all’Appennino fino alle coste attuali.

Quali grandi rivoluzioni culturali accaddero 300.000 anni fa?
Una delle chiavi di volta dell’evoluzione culturale dell’Uomo è rappresentata dalla produzione del fuoco. Le conseguenze legate all’accensione sistematica di un focolare sono bene immaginabili sul piano sociale e tecnologico, rafforzando così tanto le nostre capacità di interagire con l’ambiente da rendere possibile il popolamento dell’Europa anche durante le glaciazioni. Pur non vantandone il primato in Europa, qualcuno tra i siti italiani datati tra 250.000 e 150.000 anni fa ne ha restituito testimonianza. La capacità di gestire la combustione di legna e del grasso animale è qui materializzata da residui carbonizzati e addirittura da derivati come la pece, come dimostrato dai manufatti rinvenuti a Campitello, in Valdarno. Alla scoperta del fuoco si accompagna la diffusione del metodo di scheggiatura Levallois, giustamente ritenuto una tra le più raffinate (ed elaborate) tecnologie messe in pratica dai primi neandertaliani e ancora impiegata dai primi sapiens in Africa e nel Vicino oriente. In Italia, tra 270 e 240.000 anni fa questo metodo venne adottato dai Neandertal, fino al tempo della loro scomparsa, 40.000 anni fa. Il successo di questa innovazione risiede nella raffinatezza dei suoi prodotti ma soprattutto nella versatilità della lavorazione, che consentiva di ottenere utensili in funzione delle necessità del momento.

Com’era diffusa la presenza dei Neandertal in Italia?
Poco si sa sulla dimensione delle comunità neandertaliane e sulla struttura del loro nomadismo, certo è che queste si dimostrarono pienamente organizzate ad affrontare le condizioni ecologiche dell’Europa glaciale. Non si può negare che anche le nostre Alpi e l’Appennino venivano frequentati fino a 2.000 metri di quota. Altri insediamenti si distribuiscono lungo le principali valli appenniniche e sui distretti collinari fino alla Calabria, mentre la Sicilia non fu mai frequentata. Si tratta di accampamenti che riflettono il nomadismo stagionale di gruppi i cui spostamenti interessavano le valli, l’alta pianura e la montagna stessa, rispondendo a una forma di adattamento che richiedeva di diversificare lo sfruttamento delle risorse alimentari, praticando la pesca per buona parte dell’anno e la caccia alla fine della stagione estiva. Inoltre, chi l’avrebbe mai detto che i Neandertal frequentavano le nostre coste? Dipinti tradizionalmente come dei rozzi cacciatori, esclusivi consumatori di carne, si sono invece rivelati capaci di ampliare la dieta alimentare e sfruttare le risorse disponibili in questi ambienti.

Chi erano l’Uluzziano e il Gravettiano?
Ne abbiamo accennato prima, in occasione del primo arrivo di Homo sapiens in Italia. L’Uluzziano è un complesso della cultura materiale identificato nelle grotte della Baia di Uluzzo nel Salento, scavate a partire dagli anni ’60. Lo si riconosce per la presenza di specifici manufatti a forma di semiluna, di schegge ricavate con particolari tecniche di percussione e di strumenti in osso. Sono state anche rinvenute conchiglie marine forate, considerate tra i più antichi oggetti ornamentali d’Europa. Dopo quelle prime scoperte, altri siti uluzziani emersero in Puglia, Campania, Toscana, Lazio e a ridosso delle Alpi in Veneto.

Il Gravettiano corrisponde a una vasta unità culturale della popolazione europea del Paleolitico superiore, sulla cui origine vi è un dibattito in corso. La questione riguarda la sua origine: locale oppure dovuta a un fenomeno di diffusione da altre regioni europee o di movimenti migratori? Il Gravettiano coincide con il massimo raffreddamento del clima nell’ultima glaciazione, quindi potrebbe essere il risultato di improvvisi fenomeni migratori. Specifiche procedure nella scheggiatura della pietra e l’impiego di lunghe punte a dorso, taglienti e robuste allo stesso tempo, indicano il principale cambiamento nella cultura materiale.

Quali sono i principali siti paleolitici in Italia?
Numerosi sono i siti del Paleolitico in Italia e fortunatamente molti di essi sono accessibili, visitabili e talora associati a un museo o a un centro di archeologia didattica. La loro distribuzione dalle Alpi alla Sicilia permette di ricostruire la storia del popolamento delle nostre regioni e la presenza di depositi stratificati consente di osservare come i cambiamenti climatici e ambientali possono avere influenzato l’insediamento umano e la diffusione delle culture di questi antichi cacciatori-raccoglitori. Nel libro vengono passati in rassegna i siti principali, come le grotte dei Balzi Rossi in Liguria, la Grotta di Fumane in Veneto, il Riparo Dalmeri ai margini dell’Altopiano di Asiago, il Bilancino in Toscana, i siti con le faune a elefanti della regione vulcanica laziale e i noti siti all’aperto di Isernia la Pineta e Venosa tra Molise e Basilicata. Sempre al sud non vanno dimenticate Grotta Paglicci con la sua lunga sequenza del Paleolitico superiore e le numerose grotte frequentate dai Neandertal e dai primi sapiens in Campania e nelle Puglie.