Prof. Ferruccio Biolcati, Lei ha curato con Giancarlo Rovati e Paolo Segatti l’edizione del libro Come cambiano gli italiani. Valori e atteggiamenti dagli anni Ottanta a oggi pubblicato dal Mulino: come siamo cambiati noi italiani dagli anni Ottanta a oggi?
Come cambiano gli italiani. Valori e atteggiamenti dagli anni Ottanta a oggi, Ferruccio Biolcati, Giancarlo Rovati, Paolo SegattiCome recita il sottotitolo, il focus del volume è sul cambiamento di valori e atteggiamenti degli italiani dagli anni Ottanta ad oggi. Il tema viene sviluppato sulla base di dati unici e cercando di mettere a fuoco diversi motori di cambiamento, motori che a volte possono anche sovrapporsi. Da una parte c’è il mutamento strutturale delle condizioni contestuali che porta al cambiamento valoriale. Si pensi alle ripercussioni dell’espansione del sistema educativo su un’ampia gamma di atteggiamenti e comportamenti, a partire da una maggiore partecipazione nella sfera politica. Altro motore del cambiamento è quello istituzionale, qui sono le norme istituzionali che cambiamo e gli individui perlopiù si adattano di conseguenza. In questo caso il cambiamento è sollecitato dall’alto, dalle élite che danno forma al dibattito pubblico. A nostro avviso questo è successo per l’atteggiamento verso l’omosessualità che è diventato più inclusivo con una velocità incredibile per i temi di cui stiamo qui parlando, incompatibile con i tempi più lenti del cambiamento strutturale. Altro motore del cambiamento è il ricambio generazionale. Le generazioni più giovani sono diverse da quelle più anziane di cui prendono il posto. Questo meccanismo sta alla base, ad esempio, del processo di secolarizzazione in atto in Italia. Infine c’è il cambiamento che investe tutti, al di là dell’anno di nascita. È questo il caso, ad esempio, del calo della fiducia nell’Unione Europea. Ma attenzione, questi sono i meccanismi del cambiamento, su tanti aspetti però gli italiani non cambiano.

Quali tendenze di fondo dell’opinione pubblica e della nostra società hanno attraversato gli ultimi quarant’anni?
Nell’introduzione al volume cerchiamo di fornire al lettore qualche chiave interpretativa della ricchezza di risultati che si possono osservare. In particolare proponiamo di distinguere due periodi, il primo che va dall’inizio degli anni Ottanta ai primi anni Novanta, il secondo che arriva fino a i giorni nostri. I dati a nostra disposizione ci permettono di osservare la fase finale della stagione di cambiamento iniziata negli anni Sessanta. In questo primo periodo il cambiamento è relativamente coerente nei diversi ambiti e procede in modo abbastanza uniforme: si diffondono valori post-materialisti improntati alla realizzazione dell’individuo, avanzano le posizioni libertarie sui temi morali, le pratiche della cittadinanza si fanno più critiche. Nel periodo successivo – a partire dalla seconda metà degli anni Novanta – quelli che potremmo chiamare gli orologi del cambiamento si sfasano, vanno a velocità differenti, alcuni addirittura cominciano a girare in senso antiorario. È questo il caso dello stesso post-materialismo e dell’importanza attribuita al lavoro. In altri ambiti il cambiamento continua anche se più lento, l’immagine qui è quella della deriva. Penso alla religiosità individuale che si indebolisce sempre più, alla disaffezione verso l’istituzione del matrimonio, all’avanzamento delle istanze di parità di genere. Cambiano invece velocissimamente gli atteggiamenti verso l’omosessualità, e le differenze più in generale, che diventano sempre più inclusivi. Infine ci sono gli orologi che si fermano. Ne ho in mente in particolare due: l’ambientalismo, non penso sorprenderà più di tanto; gli atteggiamenti verso l’immigrazione, questo decisamente più inaspettato. L’atteggiamento degli italiani verso gli immigrati è sempre rimasto lo stesso – non particolarmente positivo – dagli anni Ottanta a oggi, se qualcosa è cambiato è la salienza del tema nel dibattito pubblico.

Come si sono modificati i nostri atteggiamenti nei confronti della società, della famiglia e della religione?
La ringrazio di questa domanda che mi permette di sviluppare alcuni dei temi a cui ho accennato in precedenza. Iniziamo dalla religione che per lungo tempo e parzialmente tuttora influenza valori, atteggiamenti e comportamenti degli individui. I nostri dati confermano l’avanzamento del processo di secolarizzazione, qui inteso a livello individuale, nelle sue varie dimensioni: affiliazione, credenze e pratiche. La religione riveste un ruolo sempre meno importante nelle vite degli individui e ne influenza sempre meno le condotte. Nel confronto con gli altri paesi europei l’Italia rimane un paese relativamente religioso ma il processo è continuo perché affidato al ricambio generazionale: ogni nuova generazione è più secolarizzata delle precedenti. Questo mutamento si accompagna a molti altri cambiamenti. Ad esempio, aumenta il libertarismo morale degli Italiani, ossia un atteggiamento a difesa dei diritti della persona e della libertà di scelta rispetto alla sessualità, al proprio corpo e in generale ai temi legati alla vita. Aumenta anche il civismo, inteso come la capacità di anteporre l’interesse collettivo a quello individuale: questo è misurato dalla giustificabilità attribuita dagli individui a comportamenti come non pagare il biglietto dei mezzi pubblici o le tasse, l’accettare mazzette o benefici statali a cui non si avrebbe diritto. L’aumento del civismo è lento ma costante, mettendo in dubbio molti pregiudizi di casa nostra. A questo proposito, già in precedenza ho detto della sensibilità ai temi ambientali che rimane stabile nel tempo. Non sorprende se pensiamo alla salienza della questione nel dibattito politico, sorprende invece se consideriamo la crisi climatica che si aggrava. Ci sono però segnali di cambiamento e riguardano le generazioni più giovani, il probabile frutto dei movimenti come i Fridays For Future.

Come è cambiato il rapporto tra gli italiani e la scienza in questi quarant’anni?
La nostra ultima raccolta dati è della fine del 2018. Questo non ci consente di dire nulla sull’attuale situazione condizionata dalla pandemia. Possiamo però fare alcune considerazioni su come gli italiani si sono presentati a questo tragico appuntamento. Uno dei temi a centro del dibattito riguarda sicuramente la fiducia nella scienza e l’atteggiamento rispetto ai vaccini. In Italia l’ottimismo rispetto alla scienza prevale sullo scetticismo, questa tendenza è aumentata negli ultimi anni ma di poco. Inoltre, la fiducia nella scienza è a livelli simili a quelli tedeschi ma inferiore a quella di altri paesi europei come la Grecia e la Romania. Un risultato che ci ha sorpreso è l’assenza di relazione con l’età, ci saremmo aspettati che le generazioni più giovani esibissero la più alta fiducia nella scienza, che questa andasse invece scemando tra quelle più anziane. Così non è, conta invece moltissimo l’istruzione, anche tra i giovani avere ottenuto un elevato titolo di studio o stare ancora studiando fa la differenza in positivo. I nostri dati confermano inoltre l’esistenza di un 15% di persone che hanno un atteggiamento abbastanza o molto negativo rispetto ai vaccini, stima confermata anche da altre indagini. Insomma, una fiducia non granitica nella scienza e uno zoccolo duro di persone ostili ai vaccini. Si tratta di due elementi di cui tenere assolutamente conto durante una pandemia come quella che stiamo vivendo.

Come è cambiato l’atteggiamento nei confronti delle istituzioni?
Su questo tema ha scritto un bel capitolo un giovane collega, Riccardo Ladini. L’andamento del rapporto di fiducia tra gli Italiani e le istituzioni è piuttosto variegato a seconda di quali istituzioni si considera. Per quanto riguarda le istituzioni d’ordine, come la polizia e le forze armate, il livello di fiducia è sempre stato elevato ed è anche incrementato nel tempo. Sono le istituzioni in cui gli italiani ripongono la maggiore fiducia. Invece, è sembra stata scarsa la fiducia nelle istituzioni politico-amministrative, anche se non è sostanzialmente mutata nel tempo. In ciascuna delle rilevazioni degli ultimi trent’anni, circa tre italiani su dieci hanno infatti dichiarato di riporre abbastanza o molta fiducia nel parlamento. La variazione più sostanziale nel tempo riguarda la fiducia nelle istituzioni sovranazionali, come l’Unione Europea e l’Onu, su livelli decisamente elevati fino agli anni Novanta e crollata nell’ultimo decennio. Circa tre italiani su quattro avevano infatti abbastanza o molta fiducia nell’Unione Europea all’inizio degli anni Novanta, mentre sono diventati circa quattro su dieci nel 2018. L’ampia perdita di fiducia, da imputare principalmente alla percezione di una cabina di comando europea carente nel dare risposte alle molteplici crisi (economica, migratoria), appare comune tra tutte le generazioni. Tuttavia, sono stati soprattutto quei soggetti più svantaggiati, i cosiddetti perdenti della globalizzazione, a perdere maggiormente fiducia nelle istituzioni sovranazionali.

Cosa rivela il confronto con i dati analoghi emersi in ricerche precedenti riguardo alle opinioni e agli atteggiamenti degli italiani nel corso degli ultimi quarant’anni?
I cambiamenti che ho appena descritto sono il frutto di un impegno di ricerca collaborativo, internazionale e protratto nel tempo. Questi dati fanno parte della European Values Study (EVS), una infrastruttura di ricerca che a partire dal 1981 e ogni nove anni ha rilevato il cambiamento di valori e atteggiamenti nei paesi europei. Per quest’ultima raccolta dati in Italia EVS ha collaborato con un’altra importante infrastruttura di ricerca, quella della World Values Survey (WVS), promossa dal noto politologo statunitense Ronald Inglehart. Le due università italiane a capo di queste infrastrutture per l’Italia – la Statale di Milano per WVS col coordinamento del prof. Paolo Segatti e mio e la Cattolica di Milano per EVS col coordinamento del prof. Giancarlo Rovati – hanno collaborato ottenendo risultati dei quali siamo molto soddisfatti. Con l’aiuto di Doxa abbiamo raccolto dati di qualità per un ampio campione di italiani. Abbiamo aggiunto un ulteriore tassello a un patrimonio conoscitivo unico, abbiamo più di 9.000 interviste che ci permettono – come abbiamo scritto nell’introduzione – di «raccontare una storia degli italiani raccontata da loro stessi». Copriamo quarant’anni di storia italiana – dal 1981 al 2018 – e molto di più in termini generazionali: nella prima rilevazione abbiamo persone nate alla fine dell’ottocento, in quest’ultima i ragazzi nati all’inizio del nuovo secolo. Speriamo che il volume contribuisca anche ad aumentare la consapevolezza di questo patrimonio.

Ferruccio Biolcati è professore associato di Sociologia presso il Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università Statale di Milano. Con il Mulino ha pubblicato anche L’analisi secondaria nella ricerca sociale (con C. Vezzoni, 2012).

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