“Come a Gerusalemme. Reliquie, oggetti sacri e devozione nella Bologna medievale” di Beatrice Borghi

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Prof.ssa Beatrice Borghi, Lei è autrice del libro Come a Gerusalemme. Reliquie, oggetti sacri e devozione nella Bologna medievale edito da Carocci: quando e come si sviluppa la Jerusalem bononiensis?
Come a Gerusalemme. Reliquie, oggetti sacri e devozione nella Bologna medievale, Beatrice BorghiIl primo documento scritto a noi pervenuto nel quale viene conferito alla chiesa di S. Stefano in Bologna l’appellativo di Sancta Hjerusalem bononiensis risale alla fine del IX secolo. Il riferimento è infatti al diploma di Carlo III, detto il Grosso, dell’887 in cui si dà per la prima volta notizia di un Sanctum Stephanum qui vocatur Sancta Hierusalem. In particolare l’imperatore vi confermava a favore del vescovo di Parma Vibodo e della monaca Vulgunda i beni che essi avevano acquisito in Romagna e nella Pentapoli dagli arcivescovi di Ravenna e dai vescovi di Bologna. In tali beni era incluso il complesso stefaniano, che sarebbe stato conservato dai loro successori fino al 973, anno in cui al sinodo di Marsaglia il vescovo di Bologna riuscì a recuperarlo.

Questo gruppo di edifici rappresenta una delle più compiute riproduzioni esistenti della chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme e ha lasciato nel corso di una storia ultramillenaria, una significativa impronta nella storia religiosa e civile della comunità bolognese.

Con ogni probabilità in origine si intese riprodurre simbolicamente la città santa di Gerusalemme per dotare Bologna di luoghi sacri atti ad evocare la Passione del Cristo.

A rivelare già presente questo gruppo di chiese è anche la data del 983 a cui risale la più antica attestazione scritta dell’esistenza del monastero: si tratta della concessione livellaria con cui l’abate di Santo Stefano, Vittore, cedeva in enfiteusi ai coniugi Ugo di Gotefredo e alla moglie Anna un terreno donato al monastero da Drasclavo del fu Gotescalco.

In realtà si può far ascendere la presenza del monastero, con quasi assoluta certezza, almeno ad alcuni decenni precedenti, grazie alla Vita di san Bononio, divenuto abate di Lucedio, scritta pochi anni dopo la sua morte (1026) da un anonimo monaco che l’aveva conosciuto; in essa si ricorda che Bononio aveva trascorso qualche tempo nel monastero di Santo Stefano, prima di raggiungere l’Egitto per intraprendere un’esperienza eremitica.

È la tradizione quindi che ci fa risalire a tempi anteriori all’anno 887; la stessa tradizione che attribuisce la fondazione di Santo Stefano a colui che fu vescovo di Bologna tra il 431/432 e il 450, cioè a quel san Petronio che molto tempo dopo ne sarebbe divenuto il patrono principale e di cui si conserverebbe tuttora una parte del corpo in un prezioso reliquiario custodito in una teca del museo stefaniano.

Si tratta solo di tradizione?

Durante l’episcopato di Petronio a Bologna sarebbe stata risanata la diocesi e rinnovata nelle opere e nella fede. Sebbene non ne fosse la cattedrale, è lecito affermare che il mirabile complesso di Santo Stefano abbia rappresentato nei tempi il centro ideale di Bologna.

La versione volgare del XIII secolo o dei primissimi anni del secolo successivo di un testo latino andato perduto, scritto fra il 1164 e il 1180, e considerato finora un rimaneggiamento di una Vita latina di Petronio, ricollega l’origine della storia stefaniana e l’arrivo delle preziose reliquie portate dal vescovo.

Un viaggio che partendo da Gerusalemme potrebbe ascendere alla prima metà del V sec. d.C., quando Petronio – vescovo di Bologna tra il 431/432 e il 450 – raggiunse la città santa, presumibilmente intorno al 410, recandone numerose reliquie e arricchendo così la basilica dedicata al protomartire. In assenza di fonti documentarie, le miniature dipinte da Giovanni Battista Cavalletto in due splendidi corali dei primi decenni del XVI sec. illustrano molto bene quel presunto iter che il futuro patrono di Bologna e i preziosi resti fecero dall’Oriente all’Occidente. In queste decorazioni minuziose, Petronio assiste all’imbarco di una cassa di reliquie, paga il conduttore di un’altra cassa e partecipa a cavallo ad una processione preceduto da preti e diaconi che portano alcuni frammenti contenuti in ampolle.

È probabile che la liturgia della stessa Via Crucis nata in Sira e Palestina, da una tradizione locale molto antica, abbia assunto una sua prima forma per così dire stabile e fissa grazie a Petronio nel V secolo. Una disposizione topografica degli eventi che rappresentano la Passione di Cristo trovò, in nuclei di gemmazioni avvenuti in tempi diversi, una loro prima esemplificazione proprio a Bologna. Potremmo asserire che le “Sette Chiese”, come la tradizione chiama il complesso di Santo Stefano, furono una iniziale “fotografia”, un po’ sbiadita, con contorni ancora da definirsi, di un certo risultato del sacro; di un’immagine di un luogo sul quale si edificò un primo nucleo cultuale che nel tempo accolse più edifici; la stessa strada che conduce al luogo di pellegrinaggio si tradusse in strada “santuario”, via “della croce”, itinerario devozionale, esercizio di meditazione, iter verso il sacro e la sua espressione, le reliquie. Ed anche nell’Incipit della Vita Sancti Petronii episcopi et confessoris, oltre alla narrazione della vita del vescovo, del suo intendimento di far edificare i sacri luoghi della passio Christi «cum esset Ierosolime» – monastero e chiesa di S. Stefano con l’edicola del S. Sepolcro, l’atrio tra S. Stefano e S. Croce, la chiesa di S. Croce con il Calvario, il monte Oliveto, il monastero e la chiesa di S. Giovanni evangelista, la valle di Giosafat e il campo Haceldam, la piscina Siloe – si parla delle sacre reliquie possedute dalla città di Bologna «et alia multa sanctorum corpora, quae a bononiensium civibus incognita habentur». Ma purtroppo i resti archeologici delle primitive strutture non ci facilitano molto nella lettura del complesso stefaniano.

Fondamenta, muri, iscrizioni, capitelli, trasformazioni, aggiunte architettoniche e ampliamenti sono stati analizzati e interpretati da archeologi, storici, da credenti e non, nel tentativo di fornire nuovi approdi e di dare alcune risposte ai numerosi enigmi irrisolti. Il filo che ci conduce nell’interno di questo scrigno di pietra sembra talvolta lambire realtà e certezze ma molte incognite permangono e il prezioso tesoro custodito da quelle mura ci appare ancora avvolto da un velo che lascia ampie zone di oscurità.

Da dove dunque iniziare per trovare le tracce del primo nucleo che gemmò un susseguirsi di chiese, cappelle, cripte e chiostri? Dal richiamo alla divinità egizia Iside? Dal vescovo Petronio? Dai primi crociati di ritorno dalla Terrasanta? E quale pensiero del fondatore si cela dietro il mirabile simbolismo che avvolge la basilica e il monastero?

Lo stesso nome dato ai vari edifici ci induce a riflessioni che sono ancora oggetto di indagine: perché a questo monumento venne dato il nome del protomartire Stefano quando all’interno di esso i riferimenti al santo sono molto rari, e perché attualmente nessuna delle chiese che compongono il complesso è a lui dedicata?
Queste alcune delle domande a cui ho tentato di dare una risposta, seguendo in particolare il ruolo che le reliquie, oggetti e soggetti essi stessi della storia, hanno ricoperto non solo per il santuario che porta il nome del protomartire Stefano ma per l’intera comunità cittadina bolognese.

Di quale importanza è la storia delle reliquie della basilica di Santo Stefano?
È una storia di grande importanza. Edificazioni e trasposizioni di geografie del sacro che affondano le fondamenta in preesistenti luoghi di culto che nel tempo, adattandosi alle esigenze politico e religiose della comunità, hanno saputo creare e ricreare nuovi e rinnovati paesaggi cristiani – loro stessi protagonisti e soggetti, come le reliquie, della storia cittadina –, serbando memoria di millenarie storie di fede. Ed è proprio questa la chiave di lettura che si propone attraverso questo saggio: la devozione, la sacralità manifestatasi negli anni con intensità e continuità, come fenomeno umano individuale e corale, come parte integrante della vita quotidiana e dell’esistenza stessa e che può indurre a comprendere e ad aggiungere qualche tassello verso lo svelamento del dedalo stefaniano.

La più interessante affermazione del culto delle reliquie la troviamo in quelle magistrature (tendenzialmente) indipendenti che sono i Comuni italiani, e senza ombra di dubbio Venezia ne vanta una ricchissima testimonianza. Sebbene la città felsinea annovera, come del resto molte altre città, i suoi (tanti) santi protettori.

Il legame che però unisce al ricordo di san Petronio i cittadini e fedeli di Bologna è antico e profondo. Un affetto, una devozione, un’identità che si manifestano efficacemente nel nome di “petroniani”, con il quale essi vengono spesso indicati. Ma non fu sempre così, poiché quel legame fu il risultato di un lungo processo politico, religioso e culturale svoltosi in gran parte nel Basso Medioevo in cui, prima di prevalere, la figura del futuro patrono fu dapprima recuperata e accostata a quelle tradizionali di sant’Ambrogio e di san Pietro – al quale è intitolata la cattedrale – e poi messa in “concorrenza” con gli altri autorevolissimi “patroni” come san Procolo, san Floriano, san Domenico, san Francesco.

Nel 2005, nell’eseguire la verifica delle reliquie tuttora presenti a Santo Stefano e nel redigere il loro inventario (oltre 450 sacri pegni conservati) – confermato anche nel decennio successivo – ho proceduto alla numerazione dei contenitori divisi in cassette, tabernacoli, reliquiari a croce, reliquiari ovali e urne. Ciò mi ha consentito di effettuare un confronto con gli inventari precedenti (dal 1141 ad oggi e ricordati nel volume) e di riscontrare che nel lasso di un millennio il quantitativo delle reliquie si è mantenuto sostanzialmente invariato, con incrementi dal XVII al XIX secolo.

Infatti, a dispetto di quanto il Concilio di Trento aveva definito in materia di autenticità e di prudenza nel riconoscimento delle reliquie, nella chiesa di Santo Stefano si assiste ad un fenomeno singolare e inverso: la moltiplicazione dei resti sacri, di cui già l’inventario precedente aveva dato una dimostrazione.

La necessità di conservare le reliquie in appositi involucri, confermata altresì dal loro frazionamento, si palesa ulteriormente nel collocare le spoglie in più parti del complesso stefaniano, in chiese ed altari di nuova edificazione, a testimonianza di una significativa intensità devozionale verso questo misterioso scrigno di pietra. E si pensi che nella chiesa di San Francesco a Bologna nel 1622 erano conservate ben 250 reliquie, un numero davvero rilevante, ma pur sempre la metà di quelle contenute nella chiesa di Santo Stefano.

Secondo alcune interpretazioni, i pellegrinaggi alla chiesa di Santo Stefano, alla “Gerusalemme di Bologna”, si inserirebbero nell’ambito dei viaggi devozionali verso mete prossime e secondarie e perciò di impegno e rilevanza inferiore rispetto a quelle lontane e di primaria importanza; sarebbero cioè da annoverare tra i pellegrinaggi considerati “minori”. Ma davvero si deve sempre ritenere quello locale e cittadino un pellegrinaggio minore? Cosa lo distingue da quelli maggiori? Infine, si tratta unicamente di un pellegrinaggio devozionale, o possiamo parlare anche di pellegrinaggio penitenziale? Il complesso di Santo Stefano rientrava tra le mete anche di quest’ultimo fenomeno.

Quale valore simbolico ed emblematico assunsero le memorie del sacro?
L’incontro con la tomba del santo, con i suoi resti, con le reliquie e i suoi luoghi è l’incontro della fisicità con il sacro e il sovrannaturale. Il pellegrino giunge al sacrum sacellum, prega, offre doni, rivolge al santo le sue richieste, i suoi dubbi, le sue paure; beve o tocca l’acqua talvolta posta vicino alle spoglie del santo: egli spera di ottenere la perdonanza, o la guarigione da una malattia. I miracoli compiuti da santo Stefano quando era ancora in vita, quelli compiuti da Petronio, da Bononio, dalla Madonna delle Gravide e della Nunziata, dai Santi Vitale e Agricola, non si discostano da quell’attesa di salvezza del pellegrino d’oggi che si reca devozionalmente alla Madonna di Lourdes o di Medjugorie. Nulla è cambiato: il santuario è per il credente il riferimento per la ricerca di certezze; il pellegrino del XXI secolo, guarito miracolosamente da una grave malattia esprime il suo stato di grazia e di riconoscenza in modo non certo dissimile da quello che faceva il pellegrino medievale. Quello che si è modificato nel tempo sono quei mezzi di trasporto che permettono di percorre più velocemente e più comodamente i luoghi sacri.

È nelle città che le memorie del sacro assumono il loro più alto grado simbolico ed emblematico; è qui che non solo si destinano luoghi per custodirle, ma anche si alimenta l’orgoglio civico con la loro presenza. La comunità cittadina si nutre della consapevolezza di condividere riferimenti, culti e protezioni comuni e di poter assumere un proprio specifico ruolo nel confronto e nell’incontro con altre genti e culture, magari ostili e lontane.

Che da altrove giungano pellegrini per venerare i propri santuari o la tomba del santo patrono diviene un suggello della propria identità e spunto per aprire un dialogo fecondo. Per quanto concerne la storia del complesso monumentale di S. Stefano, le tradizioni cittadine e la devozione popolare furono le fondamenta dello spirito che animò principalmente i monaci a redigere opere, libretti, cronache e cronichette e inventari delle reliquie che dal 1141 si sono succeduti fino ai giorni nostri.

Il Sermo de inventione sanctarum reliquiarum del 1141 è la prima fonte pervenutaci in cui si elencano le reliquie custodite nella basilica stefaniana. È il nostro primo inventario, ed è altresì il primo documento che descrive gli edifici sacri che componevano il santuario nel XII secolo. L’analisi di questa rara fonte consente di rilevare come la tradizione ritenesse essenziale la figura di Petronio nell’edificazione del complesso.

In quell’anno nella chiesa del Santo Sepolcro furono ritrovate la maggior parte delle reliquie. La più importante, quella maggiormente rappresentativa per la storia del complesso, fu la salma del vescovo bolognese posta all’interno dell’edicola che imitava il sepolcro di Gesù a Gerusalemme. In particolare, a destra dell’edicola stessa era posizionata un’arca marmorea in cui, secondo la tradizione, Petronio avrebbe collocato la “manna” e innumerevoli resti sacri; a sinistra l’arca che conservava il corpo del nostro vescovo unitamente ad altre reliquie e a tre fiale di vetro custodite in una capsella d’argento.

Ma il ritrovamento del corpo di Petronio si deve considerare un evento di straordinaria eccezionalità? I monaci scoprirono davvero la tomba del vescovo bolognese? O piuttosto i monaci erano già a conoscenza dell’ubicazione dell’arca e quindi di fatto più che di “inventio” vera e propria dovremmo parlare di rivelazione della tomba?

È l’autore del Sermo che al riguardo, credo, ci chiarisce la questione: Adest enim in ipsa s. Stephani aecclesia ad instar eius, in quo Dominus noster Ihesus Christus positus fuerat, sepulchrum a beato Petronio fabricatum…

Della presenza della salma di Petronio nella basilica di S. Stefano, i monaci erano al corrente già da tempo. Si può presumere che il ritrovamento di alcune reliquie abbia indotto i monaci a cercare altre vestigia e in particolare la tomba dell’antico vescovo. Quelle reliquie non potevano essere state nascoste da Petronio, dato che il periodo del suo vescovado non era così tanto tumultuoso e inquieto da giustificare un loro occultamento.

Per solennizzare il grande ritrovamento del 4 ottobre 1141, il vescovo Enrico concesse un’indulgenza di due anni a coloro che fossero venuti in pellegrinaggio a Santo Stefano proprio in quel giorno oppure negli otto giorni precedenti e successivi, e i consoli cittadini si impegnarono ad assicurare sia l’immunità che la salvaguardia ai devoti per lo stesso periodo.

Dal 1141 ad oggi le reliquie hanno fatto da sfondo alle vicissitudini del complesso. Sono fonti materiali, simboli della coesione comunitaria, rappresentazioni della solidarietà civica e devozionale di tutti i bolognesi e non solo. Ed è come se lo studio del fenomeno dei pellegrinaggi e delle reliquie non ammettesse la pluralità dei punti di vista. I sacri pegni attestano oggettivamente la devozione e la sacralità riservata da tutti coloro che per millenni giunsero in questo luogo. Delimitano una geografia del sacro, uno spazio che sollecitò, o meglio produsse il sacro, l’edificazione cioè del complesso stefaniano.

Su quello spazio si è costruita e realizzata la devozione verso i sacri pegni. Le reliquie sono sopravvissute ovunque e sempre, là anche dove situazioni politiche e cambiamenti sociali cercarono di limitarne ed ostacolarne il culto. Lontane pratiche che si sono preservate.

Antichi viaggi e recenti itinera. Questa storia inizia ben prima di Petronio. Inizia probabilmente da Iside.

Beatrice Borghi insegna Storia medievale all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Si occupa di storia del pellegrinaggio, in particolare dei santuari nell’area euromediterranea a partire dai modelli gerosolimitani. Tra le sue pubblicazioni: Viaggio in Terrasanta. La basilica di Santo Stefano in Bologna (Bologna 2010), San Domenico. Un patrimonio secolare di arte, fede e cultura (Bologna 2012), Il Mediterraneo di Anselmo Adorno. Una testimonianza di pellegrinaggio del tardo medioevo (Bologna 2019), Præcepta del Cardinale Anglic Grimoard de Grisac (Spoleto 2021).

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