Professor Oliva, Lei è autore del libro Combattere. Dagli arditi ai marò, storia dei corpi speciali italiani edito da Mondadori, dedicato ai corpi speciali italiani: qual è il ruolo dei corpi d’élite nel contesto di difesa contemporaneo?
Combattere. Dagli arditi ai marò, storia dei corpi speciali italiani Gianni OlivaIl significato di “corpi d’élite” è mutato negli ultimi due decenni: prima si trattava di corpi ad alto addestramento a fronte di eserciti fatti da soldati di leva, oggi si tratta di “superspecialisti” all’interno di forze armate professionali. L’emergenza terrorismo ha in qualche modo orientato l’evoluzione: i corpi d’élite, oggi, si preparano ad intervenire con azioni-lampo contro basi terroristiche, oppure a liberare ostaggi, oppure ancora ad evacuare concittadini da territori diventati a rischio.

Il Suo racconto comincia con la storia degli arditi, le truppe d’assalto addestrate agli attacchi della guerra di trincea: possiamo considerarli il primo corpo d’élite del nostro esercito?
Gli arditi sono il prototipo italiano dei corpi speciali: sono stati “inventati” dal tenente colonnello Giuseppe Bassi nell’estate 1917, nell’ambito della II^ Armata comandata dal gen. Capello. La guerra di trincea era impaludata in azioni ripetute di assalti e contrassalti, sempre precedute dalla preparazione dell’artiglieria che doveva spianare gli ostacoli (cavalli di frisia, reticolati) ma che finiva per allertare i difensori: i fanti andavano all’attacco storditi dal cognac, impauriti, esposti alle mitragliatrici nemiche. L’intuizione di Bassi fu quella di preparare uomini con forti motivazioni psicologiche, rapidi, superaddestrati, e lanciarli all’attacco senza preparazione di artiglieria: si guadagnava in sorpresa e rapidità, mentre il coefficiente psicologico di consapevolezza garantiva slancio. I risultati si videro sul Monte Gabriele, con conquiste importanti ottenute in pochi minuti. Subito dopo ci fu la rotta di Caporetto e l’esperienza degli arditi non potè essere estesa sul piano numerico: sul piano della propaganda di guerra essa fu tuttavia essenziale e l’immagine di terribilità dell’ardito, all’attacco con la bomba a mano e il pugnale, divenne simbolo di un atteggiamento aggressivo e vincente.

Nel Suo testo Lei racconta anche le gesta dei paracadutisti della «Folgore» a El Alamein e dei «maiali» e gli «uomini gamma» della X MAS.
La storia dei paracadutisti è anomala: addestrati solo a partire dall’inizio della II^ guerra mondiale, di fatto non furono mai utilizzati come tali, ma impiegati tra le truppe a terra nella campagna dell’Africa Settentrionale. Il forte spirito di corpo, l’eccellenza dell’addestramento fisico, la compattezza li resero protagonisti a El Alamein, dove caddero a migliaia di fronte all’offensiva britannica. In termini percentuali, il prezzo pagato in vite umane non fu inferiore a quello degli alpini travolti nella campagna di Russia. Gli incursori della X MAS erano invece un reparto della Regia Marina, addestrato per penetrare nei porti nemici con i Siluri a lenta corsa (più comunemente noti come “maiali”) e far esplodere le nave in rada. Si trattava di operazioni al limite del verosimile: due uomini a cavalcioni di un piccolo sottomarino, guidato come fosse una motocicletta, capaci di penetrare nelle basi della Royal Navy di Alessandria d’Egitto, di Gibilterra, di Malta e di applicare esplosivo sotto la carena nelle corazzate nemiche. Fu così che nel dicembre 1941 venne messa fuori combattimento ad Alessandria la “Queen Elisabeth”, nave ammiraglia della Royal Navy.

Quali sono gli attuali corpi d’élite del nostro esercito?
I più noti corpi d’elite italiani di oggi sono il 17^ stormo dell’Aeronautica (con sede all’aeroporto di Furbara presso Cerveteri), gli incursori specilizzati nell’individuare e recuperare personale isolato in un’area ostile; il “Tuscania”, unità speciale di paracadutisti dei Carabinieri impegnati in operazioni antisequestro, anticontrabbando e anticrimine in aree che, per caratteristiche socio-criminali e morfologiche, risultano difficilmente controllabili con forze di polizia territoriale; i paracadutisti d’assalto del “Col Moschin”, impegnati in tutte le missioni all’estero, protagonisti nel 1994 in Ruanda del salvataggio di connazionali travolti dalla guerra civile; gli incursori e operatori subacquei del COMBUSIN, anch’essi impegnati nelle missioni all’estero e presenti in Ruanda con il “Col Moschin”; e poi i più noti baschi verdi dei “Lagunari” e o paracadutisti della “Folgore”.

Nella Sua ricostruzione spiccano per ardimento alcune figure, come il tenente colonnello Giuseppe Bassi o l’ammiraglio Luigi Rizzo: di quali gesta furono protagonisti?
Luigi Rizzo fu un leggendario ufficiale della Regia Marina che durante la Grande Guerra si rese protagonista di imprese clamorose nel Mar Adriatico: alla guida di un MAS (motoscafo armato silurante, acronimo che Gabriele D’Annunzio trasformò in “memento audere sempre”) riuscì a violare il porto “Franz Joseph” di Trieste e ad affondare la corazzata “Wien”; nel gennaio 1918 guidò un gruppo di MAS nella baia di Buccari, che lo stesso D’Annunzio rese celebre come la “beffa di Buccari”.

Ciascuno dei corpi speciali si caratterizza oltre che per il proprio spirito di corpo, soprattutto per una specifica ideologia e specializzazione d’impiego: quali sono quelle dei corpi da Lei descritti?
Un corpo d’élite ha specificità addestrative proprie, ma alcuni denominatori comuni. In primo luogo, il carattere volontario dell’adesione: nessuno è stato obbligato a fare l’ardito o l’incursore, ma lo ha scelto ed è stato accettato dopo una selezione severa. In secondo luogo, l’intensità dell’addestramento, sia fisico sia militare: i corpi speciali si sottopongono a prove in condizioni estreme sconosciute agli altri reparti. In terzo luogo, la sicurezza in se stessi, la convinzione di essere superiore ai nemici. La quarta, lo spirito di corpo, i vincoli fortissimi tra i combattenti di uno stesso reparto, l’identificazione con il reparto stesso. Sono questi gli elementi che in guerra fanno la differenza

Quali sono a Suo avviso i corpi speciali migliori al mondo?
Difficile fare una graduatoria di merito tra i corpi speciali del mondo, anche perché la loro attività è spesso “coperta” per ovvie ragioni di sicurezza. In generale, credo però si possa dire che i reparti delle nostre Forze Armate hanno un alto livello di addestramento e di affidabilità: non a caso, essi sono stati impiegati dalla Bosnia, al Kossovo all’Iraq, all’Afghanistan e anche in operazioni meno note, come Timor Est nel 1999 o nella Cirenaica nel 2012.

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