Colori e moda, Lia Luzzatto, Renata PompasLia Luzzatto e Renata Pompas sono docenti, giornaliste e note esperte di colore, inteso come espressione segnica e semantica della società – nelle sue declinazioni nell’arte, nel design, nella moda e nell’ambiente costruito – argomento sul quale hanno pubblicato una decina di testi adottati da Università e Accademie e un centinaio di articoli specialistici.

Prof.sse Renata Pompas e Lia Luzzatto, Voi siete autrici del libro Colori e moda (Bompiani-Giunti, Milano, 2018, pag. 309, € 13,00): quale rapporto è esistito tra colore e abbigliamento attraverso i secoli?
Fin dai primordi il colore è stato usato come decoro del corpo e come segno distintivo di appartenenza e di rango, che dal corpo è poi passato ai diversi materiali degli indumenti. Tanto per restare in area occidentale ricordiamo l’usanza dei popoli d’oltralpe di tingersi e di tatuarsi la pelle con macchie più o meno larghe di blu, estratto dalla macerazione e fermentazione del guado (isatis tinctoria). Cesare nel “De Bello Gallico” li descrive “terribili in battaglia”, in realtà questo blu era un segno distintivo di appartenenza e di gerarchia sociale anche nella vita civile.
Il colore nel decoro del corpo si è dunque manifestato già agli albori della civiltà come segno e come significato, e ha poi trovato nell’abbigliamento una delle sue espressioni più compiute e diffuse.

Poiché tutte le società evolute nel corso della loro storia hanno potuto adoperare per la tintura delle fibre, dei tessuti e delle pelli un abbondante numero di materie tintorie in grado di produrre molte e varie tonalità cromatiche, si può ben affermare che nessuna importante area di colore sia mai stata assente nell’evoluzione del costume e della moda, intesi nella loro espressione aulica. Infatti anche là dove mancava la materia prima i commerci internazionali provvedevano alla sua importazione e diffusione. Si pensi alla porpora fenicia esportata in tutte le rotte commerciali conosciute nel mondo antico occidentale e già regolamentata nel suo uso dal decreto di Cesare nel 48-44 a.C.. All’indaco (indigofera tinctoria) importato in Europa dall’Oriente nel XIII secolo. Alla cocciniglia (coccus ilicis) importata dagli Spagnoli dal Messico nel cosiddetto “Secolo d’Oro”, alla base di quell’intenso rosso che conobbe la fama come “scarlatto veneziano”.

Anche prima della diffusione dei coloranti di sintesi, nel XIX secolo, che hanno reso possibile la riproduzione di innumerevoli tonalità sempre identiche a se stesse, la collettività ha disposto liberamente di innumerevoli gamme cromatiche, pur preferendone periodicamente alcune invece di altre. Colore che partecipando ai meccanismi delle implicazioni socio-culturali della moda, del suo sapere, delle sue tecniche e delle sue espressioni, ne è un efficace strumento interpretativo.

Quali trend cromatici hanno accompagnato il costume, la moda e la società nel corso della storia?
Analizzando le periodiche preferenze cromatiche della società si possono definire alcuni trend che hanno accompagnato l’evoluzione del sapere umano, interpretandolo con scelte che non sono mai state lasciate al caso, ma di volta in volta hanno rappresentato il compendio visivo di un’epoca, delle sue condizioni ideologiche, culturali e sociali, oltre che naturalmente economiche e commerciali.
Nel libro raccontiamo come e perché i colori hanno tessuto i fili dell’apparire in una passerella virtuale, che inizia dalla predilezione per il bianco, il porpora, lo zafferano e l’oro dell’epoca imperiale romana e arriva alla “confusione” cromatica del nostro tempo.

Va notato che anche se ci sono stati periodi in cui una singola tinta era prevalente e poteva essere considerata come colore-icona del periodo stesso, tuttavia era ciò che abbiamo proposto di chiamare qualità di gamma– cioè la gradazione e finitura del colore inteso come intenso, polveroso, morbido, cangiante, ecc. – il vero trend che racchiudeva le tendenze della società. Per fare un esempio le tinte acquarellate e chiare del Rococò hanno espresso nella loro complessiva lievità il contenuto politico di una società aristocratica, leziosa e disimpegnata. Qualità generale della gamma che risulta predominante nell’analisi del significato, rispetto al riferimento a una singola gradazione, quale che sia: celeste, rosa, grigio-argento chiaro o verde-acqua, tra le preferite.

La storia dei colori nella moda – come si legge nel nostro libro Colori e moda – è veramente interessante perché ci offre una chiave di lettura originale e inusuale per comprendere e partecipare all’evolversi della società, una storia che nel nostro libro è arricchita da una sezione “Documenti” a conclusione di ogni capitolo, che ne ampliano la comprensione con approfondimenti curiosi e a volte ironici.

Quali fattori hanno influenzato i colori degli abiti?
Oltre a quelli a cui abbiamo prima accennato, che coinvolgono nel loro insieme il sapere di ogni società (ad esempio l’Italia ha espresso anche nella qualità di gamma dei colori dell’arte e della moda quel fecondo e rivoluzionario periodo che è stato il Rinascimento), sono state le scoperte e l’uso delle sostanze tintorie, insieme alle rotte commerciali che le hanno diffuse e all’abilità dei tintori, a influenzare il colore dell’abbigliamento.

Non si può dimenticare inoltre che i significati sottintesi alle singole tinte hanno subito un apprezzabile cambiamento a partire dalla fine del XIX secolo, quando è mutata la relazione tra la produzione, o l’approvvigionamento di una specifica materia tintoria, e il suo consumo. Fino a quel momento infatti tanto più la sua reperibilità era stata difficoltosa e costosa, tanto più il relativo colore aveva assunto valore di status symbol, esclusività, ruolo sociale; come di volta in volta si è verificato con il nero, con il carminio e con l’indaco. Con l’avvento delle tinture di sintesi, nel XIX secolo, il costo delle singole tinte si è democraticamente uniformato, dissolvendo i significati di lusso, rarità, preziosità: oggi un nero profondo o un verde lucente costano esattamente come un rosa anticato o un grigio polveroso. Tuttavia l’avvento della chimica non ha cancellato il potere comunicativo dei colori nella moda che si intreccia inesorabilmente con le vicende della società, colori che sono anche espressione di significati psicologici e che esprimono il benessere o il disagio di particolari periodi storici.

Come esempio indicativo si faccia un confronto tra due trend cromatici antitetici e molto significativi, di cui si può leggere nel nostro libro: quello che interpretò il periodo di congiuntura economica che caratterizzò la fine dell’Ottocento e quello che contrassegnò l’aspirazione al benessere diffuso, negli anni Cinquanta del Novecento. Il primo trend è riferito all’ultimo quarto del XIX secolo, quando gli intellettuali e gli artisti reagirono all’indebolimento della fede nel progresso con uno spiritualismo individualistico, con un’esasperazione della sensibilità e un eccitamento dei sensi che si tradusse – nell’abbigliamento come nella poesia, nella letteratura e nella pittura – nell’espressione della mutevolezza, nella ricerca di una raffinatezza estrema ed estenuata. I colori che rappresentarono questa situazione sociale si ispirarono alle qualità di gamma della natura morente: tinte ceree, malate, inebrianti, evanescenti e fluide, esaltate dalla profondità di scuri lucenti e cupi. Tra le diverse tonalità dominavano le sfumature del viola – dal lilla, al malva, all’eliotropo – che avvolgevano il dandy di Oscar Wilde, le dame di Marcel Proust e di Gabriele d’Annunzio, divenendo il colore feticcio dell’epoca, icona del Decadentismo.

Il secondo trend riguarda invece gli anni della frenetica ricostruzione seguita alle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, quando il nuovo potere d’acquisto permise una declinazione più democratica della moda, con la nascita del prêt-à-porterdestinato a un più ampio ceto sociale e dello street style, con la sua creatività “dal basso”. La qualità di gamma che visualizzò l’ottimismo post-bellico degli anni Cinquanta si ispirò agli allegri colori dei fiori e della frutta da cui le tonalità proposte traevano i loro nomi: “rosso- aragosta, giallo-limone, giallo-giunchiglia, mandarino, fragola, lampone, blu- giacinto, blu-maiolica, lavanda, verde-prato, giungla, verde-menta, rosso-veneziano, peonia, turchese, grigio-petrolio e grigio-perla”, che affiancavano le tradizionali tonalità del cosiddetto “buon gusto”: ambra, beige, champagne, nocciola e marron glacé.Su tutti dominava la presenza massiccia del rosa – intenso oltre Oceano, delicato in Europa – scelto come supporto cromatico a una visione sostanzialmente fiduciosa nel futuro. I colori degli anni Cinquanta rispecchiavano, anche nel nome scelto, la visione positiva, l’allegria e l’atteggiamento ottimista e costruttivo del decennio.

Quando e come si giunge alla cromoclastia?
La cromoclastia è figlia del periodo più oscurantista dell’Europa che tra il 1500 e il 1600 colpì, soprattutto oltralpe, i magnifici affreschi delle chiese su cui venne stesa un’impietosa mano di bianco perché vedeva nel colore un elemento di seduzione e di corruzione. Mentre il bianco copriva l’inganno e la tentazione del colore, il nero diventava il colore moralizzante della modestia.
Nel libro riportiamo due gustosi e ironici documenti: una satira menippea contro il lusso delle donne, che fa riferimento soprattutto al colore dell’abito che secondo l’autore per una donna dovrebbe essere sempre nero per acquistare  virtù e bellezza e il documento della controsatira di una monaca – femminista ante litteram – che con molta ironia fa il punto sulla vanità maschile.

Un periodo dunque che, come si legge nel libro, riveste il nero di un significato ideologico e costrittivo, dapprima nella società protestante dove la nuova etica lo considerava come il colore conveniente dell’abito pubblico, che veicolava la mortificazione della carne e dei piaceri e favoriva la vocazione al lavoro, e in seguito anche nelle nazioni dove il cattolicesimo conobbe il suo periodo più oscuro, con la caccia alle streghe e gli autodafé.

Quale valore ha assunto il colore nella società contemporanea?
Possiamo affermare che il colore nella società moderna e contemporanea si è democratizzato. Come abbiamo già accennato la spinta in questa direzione è stata data dalle scoperte della chimica avvenute nel XIX secolo, dal candeggio ai coloranti di sintesi, e successivamente dall’organizzazione tessile.

Così via via il gradimento cromatico si è andato trasformando: se prima si era espresso in modo progressivo – secondo una struttura piramidale che diffondeva le sue espressioni con chiarezza di direzione dal vertice verso la base – già verso gli anni Sessanta del Novecento la nuova organizzazione industriale del settore tessile-abbigliamento ha richiesto strumenti di individuazione e anticipazione delle domande del mercato. Sono nate così le Agenzie di previsione-tendenza dei colori, dove team di ricercatori – composti da stilisti, designer, sociologi, psicologi ed esperti del marketing – dopo aver analizzato i consumi e i comportamenti, ipotizzavano le linee di tendenza del gradimento cromatico, con l’anticipo necessario alla sua produzione industriale.

Tuttavia oggi, come si legge nell’ultimo capitolo del libro Colori e moda, i colori sembrano avere una vita propria: instabili, volubili e mutevoli, provvisori, incoerenti e incostanti oscillano, nella moda e nel design, in un panorama dove i trend nati nel secolo scorso pare abbiano esaurito la loro funzione narrativa della società, per esprimere posizioni individuali. Ogni stilista e ogni brand di moda presenta la sua visione cromatica in cui un solo colore-icona o una specifica qualità di gamma parla di sé, ma non della società; una società dove le idee, come i colori, si moltiplicano in un panorama globalizzato e interconnesso, diffondendosi non più a piramide ma orizzontalmente e forse è propria questa ‘confusione cromatica’ a raccontarci.

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