“Colonnelli. Il regime militare greco e la strategia del terrore in Italia” di Dimitri Deliolanes

Colonnelli. Il regime militare greco e la strategia del terrore in Italia, Dimitri DeliolanesColonnelli. Il regime militare greco e la strategia del terrore in Italia
di Dimitri Deliolanes
Fandango Libri

Riportiamo un estratto del reportage edito da Fandango Libri sul colpo di Stato militare in Grecia del 21 aprile 1967 comandato dal colonnello Georgios Papadopoulos, dal colonnello Nikolaos Makarezos e dal generale di brigata Stylianos Pattakos e il successivo coinvolgimento del regime nella strategia della tensione che insanguinerà negli anni successivi il nostro Paese. Sarà infine la questione cipriota a scatenare gli eventi che condussero al crollo del regime, nel 1974: «Nata come un problema di decolonizzazione, la questione cipriota si è evoluta e ha assunto sempre più l’aspetto di una questione di autodeterminazione di un popolo, che si è liberato dal giogo coloniale ma continua a essere minacciato dai progetti di spartizione del potente vicino turco. Washington però, per tutto il periodo della Guerra fredda, ha voluto ignorarlo. Al contrario, dal suo punto di vista, l’unico pericolo esistente era che l’isola cadesse sotto il controllo dello schieramento nemico, quello sovietico. Questo ha determinato fin dall’inizio tutte le mosse dello schieramento occidentale. La scelta dell’indipendenza al posto dell’énosis, l’inserimento della Turchia nella conformazione istituzionale della neonata Repubblica, la permanenza di due basi sovrane britanniche hanno dato il via a un assetto che mirava a garantire all’alleanza occidentale il controllo dell’isola.»

L’ombra dei colonnelli sulla strage di piazza Fontana

«Il 12 dicembre dei colonnelli si chiama Consiglio d’Europa. Ma si chiama anche strage di piazza Fontana. Due avvenimenti strettamente legati tra loro.

Un breve accenno ai fatti, che dovrebbero essere noti, visto che hanno segnato in maniera drammatica la politica italiana per molti decenni. Alle 16:37 di quel fosco venerdì di dicembre, nel grande salone liberty con il tetto a cupola della Banca dell’Agricoltura, in piazza Fontana, in pieno centro di Milano, scoppiò un ordigno contenente sette chili di tritolo. Fu una strage: l’esplosione uccise diciotto persone e ne ferì ottantasette.

Negli anni successivi tante altre bombe scoppiarono in Italia uccidendo innocenti nelle piazze, sui treni, nelle stazioni ferroviarie. A piazza Fontana ha avuto inizio quella che il giornale britannico The Observer appena due giorni dopo chiamerà “strategia della tensione”: un piano di destabilizzazione dell’Italia che nelle intenzioni dei pianificatori avrebbe dovuto portare a quella famosa stabilità di tipo autoritario che era stata già sperimentata in Grecia. Come ormai accertato in sede giudiziaria, nel piano hanno avuto il ruolo di esecutori le maggiori formazioni del neofascismo italiano, sostenute attivamente dai servizi segreti italiani. E tutto avvenne sotto lo sguardo compiaciuto dell’intelligence americana.

Il piano prevedeva di gettare la responsabilità della strage sulla sinistra, attribuendo l’attentato agli anarchici. L’accusa si concentrò in particolare su un capro espiatorio scelto con ogni probabilità per la facilità con cui si prestava al ruolo di “mostro sanguinario”: si chiamava Pietro Valpreda, era un ballerino e un anarchico vero. […]

L’operazione di incriminazione degli anarchici durò solo qualche anno: al contrario dei calcoli di chi puntava sulla paura e sul terrore, la strage mobilitò l’opinione pubblica e un grande movimento democratico che a sua volta spinse alla mobilitazione centinaia di ricercatori, giornalisti, avvocati e semplici militanti antifascisti. Il loro impegno riuscì presto a smascherare il depistaggio; i responsabili della strage, e anche di quelle che seguiranno, saranno individuati: terroristi neofascisti in combutta con settori dei servizi segreti, non solo italiani, in esecuzione di un piano di svolta autoritaria. In particolare, la sentenza della Cassazione del 2005 individuò gli esecutori della strage di piazza Fontana nei militanti della cellula di Ordine Nuovo nel Veneto.

La sentenza della Cassazione è la conclusione dell’inchiesta che aveva iniziato molti anni prima il giudice istruttore di Milano Guido Salvini. Il progetto eversivo prevedeva che all’indomani dell’eccidio l’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, procedesse alla proclamazione dello stato di emergenza, in vista di un auspicato intervento militare sul modello greco. […]

Mentre a Milano scorreva il sangue, l’ex comandante della Decima Mas nella Repubblica Sociale Italiana, Junio Valerio Borghese stava progettando un colpo di Stato alla greca, mobilitando cioè alcuni settori delle forze armate. Ci proverà la notte dell’Immacolata, tra il 7 e l’8 dicembre del 1970.

L’ombra dei colonnelli greci aleggiò sulla strage fin dall’inizio. Quello stesso 12 dicembre il deputato democristiano Agostino Greggi aveva presentato un’interrogazione rivolta al ministro degli Esteri. Riguardava le rivelazioni del settimanale L’Espresso sulla “preparazione in Italia di un colpo di Stato militare, promosso o comunque sostenuto dal governo greco”. L’interrogazione definisce la notizia “ridicola e umoristica”. […] Il giornale del PCI L’Unità nominerà fin dall’inizio il regime militare di Atene tra i probabili mandanti. […]

È accertato che il regime di Atene seguisse da molto vicino le mosse di Borghese, fin dalla fondazione del Fronte Nazionale nel settembre del 1968. […] La presenza greca nei preparativi del golpe Borghese era così consistente che tra gli stessi congiurati girava la voce che una nave greca fosse attraccata al porto di Civitavecchia per dare man forte ai golpisti. […] Dopo il fallimento del tentativo di golpe nel dicembre del 1970, lo stesso Borghese troverà ospitalità a Corfù. […] Una volta naufragato il suo progetto di un intervento politico delle forze armate, Borghese avrebbe manifestato l’intenzione di dedicarsi agli affari, inserendosi nel traffico di armi che i colonnelli svolgevano verso i paesi africani. […]

La strategia della tensione in Italia non era un piano escogitato dai colonnelli. Il regime di Atene condivideva e sosteneva i progetti per un’involuzione autoritaria in Italia. Nel caso della strage di piazza Fontana però aveva anche un obiettivo suo proprio: dimostrare la verità delle sue reiterate affermazioni, che l’espulsione dal Consiglio d’Europa apriva la strada al “caos anarchico” e che solo un regime militare come quello di Atene poteva fungere da argine alla “sovversione comunista”. […]

Nei piani della giunta militare, per poter trasmettere con efficacia il suo messaggio destabilizzante l’attentato doveva avvenire proprio il 12 dicembre. Inoltre, accanto agli anarchici bisognava mettere nel mirino anche i democratici greci che si erano rifugiati in Italia. Considerata in questo modo, quella che fin dagli inizi delle inchieste sulla strage venne chiamata “la pista greca”, si trova a costituire un’appendice minore inserita in un piano eversivo più generale che complessivamente andava ben oltre le capacità strategiche del regime militare. […]

Sul piano politico i morti di piazza Fontana, il fallimento del tentativo di coinvolgere la resistenza greca e i successivi avvenimenti avranno l’effetto di accelerare lo scontro tra fazioni all’interno del regime e renderanno più precaria la posizione dello schieramento dei falchi della giunta militare. […]

L’ultimo tentativo di eversione golpista in Italia, effettuato con la collaborazione e il consenso di tutte le componenti interne alla giunta di Atene, è il progetto di colpo di Stato promosso da Junio Valerio Borghese nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970. Da quel momento in poi, e man mano che la “pista anarchica” si dimostrerà nel tempo sempre meno sostenibile, si accenderà e si acuirà sempre più spesso lo scontro tra le fazioni interne al regime. A livello strategico, lo sforzo maggiore comincerà a essere rivolto verso il fronte di Cipro.

L’attività eversiva in Italia continuerà almeno fino alla fine del 1973 ma sarà sempre più opera solo della componente filofascista del regime e dei vari gruppi di estrema destra, non di tutto il regime. […] La data scelta per la strage del treno Italicus, il 4 agosto del 1974, sembra in questo contesto un ultimo omaggio ai “camerati” dell’omonima organizzazione, ormai travolti dalla tragedia dell’invasione turca a Cipro e dal conseguente crollo del regime militare.»

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