Codici neri. La legislazione schiavista nelle colonie d'oltremare (secoli XVI-XVIII), Giuseppe PatissoProf. Giuseppe Patisso, come nasce il progetto del libro Codici neri. La legislazione schiavista nelle colonie d’oltremare (secoli XVI-XVIII)?
Sin da quando ho iniziato a tenere i corsi di Storia moderna e Storia del colonialismo all’Università mi sono dedicato allo studio della storia dei diritti umani in epoca moderna. Ho approfondito i dibattiti della celeberrima controversia di Valladolid e fu proprio nell’ambito di queste ricerche che cominciai ad interessarmi al fenomeno della tratta atlantica, al funzionamento dell’economia di piantagione, all’amministrazione e alla regolamentazione delle società schiaviste che vennero a formarsi nel Nuovo Mondo. Analizzando queste ultime e cercando di collocarle all’interno della complessa realtà degli imperi coloniali europei mi è capitato molto frequentemente di imbattermi in ordinanze, regolamenti e codificazioni create esclusivamente per disciplinare il comportamento della forza-lavoro africana. Questi corpi legislativi, concepiti per regolamentare praticamente ogni aspetto della vita e della morte degli schiavi africani, sono conosciuti nella storiografia come Codici neri (Codigos negros, Codes noirs, Black codes). Decine di questi vennero promulgati, praticamente in ogni colonia di sfruttamento europea, tra il XVI e il XIX secolo.

La presenza di un nucleo documentale così importante, mi ha portato a credere che la legislazione speciale per la schiavitù potesse rappresentare un elemento significativo al fine di comprendere le dinamiche socio-culturali sulle quali si fondava il sistema coloniale costituito dagli europei oltreoceano. Un sistema basato sullo sfruttamento delle abbondanti risorse naturali che il continente americano offriva, mediante l’impiego di manodopera a basso costo – vale a dire gli schiavi – prima amerindi e poi africani. Lo studio dei Codici neri è partito con l’intenzione di comprendere in quali circostanze questi venivano promulgati, quali erano le loro disposizioni principali, come si sono evoluti nel corso del tempo e, soprattutto, quale sia stato il loro impatto sulle società che li adottavano. È, in sostanza, da queste domande che è scaturito il progetto.

Nel corso del capitolo introduttivo del libro, lei parla diffusamente dell’istituzione schiavista in età moderna mettendo in luce le trasformazioni che quest’ultima subì nel passaggio dal Vecchio al Nuovo Mondo. Quali furono le principali tappe di questo processo di metamorfosi?
La schiavitù è stata un’istituzione da sempre presente nella storia dell’uomo. In epoca antica, buona parte delle città greche e l’impero romano costruirono il loro benessere e la loro magnificenza sullo sfruttamento del lavoro degli schiavi. Anche per tale ragione, sia nelle civiltà elleniche che in quella romana si ritrova una ricca tradizione legislativa dedicata, per l’appunto, alla gestione della manodopera schiavile.

In epoca medievale, anche per via dell’introduzione di istituzioni quali il colonato e la servitù, la schiavitù perse progressivamente la sua importanza nell’apparato economico delle realtà proto-statali e statali europee. Certamente l’Europa medievale non era priva di schiavi, ma l’impiego di questi nei settori portanti dell’economia risultava limitato; molto più diffuso era il loro utilizzo come servitù domestica. La riduzione in schiavitù degli africani e dei mori erano fenomeni conosciuti nell’Europa mediterranea ed in particolar modo nella penisola iberica, ma si trattava di processi di schiavizzazione legati alle guerre di religione, allo scontro tra cristiani e musulmani. In virtù di ciò, in alcune delle grandi raccolte di leggi promulgate nel corso del medioevo, le norme deputate a regolamentare la schiavitù si trovavano nelle sezioni dedicate alle istituzioni ecclesiastiche. Nei regolamenti medievali, la schiavitù veniva considerata come un’istituzione contraria alla legge di natura, deprecabile dal punto di vista morale. La condizione di schiavo era ritenuta transitoria, un travagliato percorso attraverso il quale un uomo o una donna riconquistavano la propria libertà.

Quali furono le ragioni che portarono gli europei a scegliere gli africani come forza-lavoro schiavile nel Nuovo Mondo?
In realtà, nelle prime fasi di colonizzazione del Nuovo Mondo, gli europei avevano predisposto diverse soluzioni per ovviare alla richiesta di forza lavoro proveniente da oltreoceano. Si pensò, inizialmente, di poter reclutare lavoratori a contratto in Europa, ma fin da subito tale progetto si rivelò poco conveniente in termini economici: si dovevano investire molte risorse per convincere gli europei ad attraversare l’Atlantico, senza la garanzia che questi potessero effettivamente svolgere i lavori richiesti.

La seconda soluzione individuata dai colonizzatori fu la riduzione in schiavitù dei popoli nativi. Ma anche questa forza-lavoro si rivelò inadatta a supportare la crescita dell’apparato economico coloniale. Gli amerindi avevano un fisico gracile, erano incapaci di sopportare carichi di lavoro lunghi ed estenuanti. Inoltre, erano particolarmente soggetti a contrarre molte delle malattie che gli europei avevano portato nel Nuovo Mondo con il loro arrivo. Centinaia di migliaia, nel giro di qualche decennio, furono stroncati dalla fatica e dai morbi. Intere civiltà scomparvero.

Il drastico calo demografico delle popolazioni amerindie e la crescente domanda di manodopera proveniente dalle colonie d’oltremare, portò gli europei ad individuare una forza lavoro che si rivelasse più adatta a sostenere la repentina crescita dei propri possedimenti. Fu a questo punto che si prese in considerazione la possibilità di ricorrere alla massiva importazione di schiavi africani.

A tutto questo va aggiunto il grande successo riscosso dal modello di colonizzazione esperito a Madeira e a São Tomé, nelle cui piantagioni, furono impiegati in maggioranza schiavi africani. Questi diedero prova di essere una forza-lavoro formidabile, assolutamente adatta a sostenere i piani di sviluppo che i colonizzatori avevano in mente. Furono tutti questi fattori a far apparire gli schiavi africani come la soluzione più indicata per risolvere il problema della carenza di forza lavoro nelle colonie nate al di là dell’Atlantico. Furono più di 10 milioni, tra il XVI e il XIX secolo, gli africani che, a questo scopo, furono ridotti in schiavitù e deportati nei possedimenti ultramarini europei.

Come nascono i Codici neri?
I Codici neri furono la “necessaria” conseguenza della grande importazione di manodopera schiavile dall’Africa. Fiumi di schiavi, già nella prima metà del XVI secolo, cominciarono ad inondare i possedimenti ultramarini europei. In alcuni tra questi, il numero degli africani crebbe in maniera costante superando anche di diverse volte quello dei bianchi liberi. In tali condizioni sociali e demografiche le comunità bianche faticavano a tenere la situazione sotto controllo. Era comune la paura che gli africani, costretti a condizioni di vita miserrime, da un momento all’altro potessero ribellarsi – come innumerevoli volte effettivamente avvenne – e vendicarsi dei loro aguzzini. I Codici neri dovevano servire proprio per evitare l’insorgere di tali situazioni, mantenendo l’ordine pubblico e tutelando gli interessi economici della classe padronale.

Al fine di regolare questo sistema, volto allo sfruttamento brutale della forza-lavoro, le antiche leggi sulla schiavitù contemplate nelle leggi medievali in vigore nel Vecchio Continente si rivelavano del tutto inadeguate. Vi era necessità di norme più stringenti, adatte a disciplinare una nuova tipologia di schiavitù, quella che ormai si stava affermando nell’Atlantico. Fu per assolvere primariamente a queste problematiche che, tra XVI e XIX secolo, molti Stati colonizzatori si dotarono di Codici specifici per regolamentare la schiavitù.

In quali realtà vennero promulgati i Codici neri?
Il fenomeno della codificazione schiavista fu davvero molto esteso. Vi furono regolamenti generali, concepiti per essere applicati in diverse colonie, e regolamenti locali, ideati tenendo presente le caratteristiche peculiari di un determinato possedimento. Praticamente ogni colonia di sfruttamento nel Nuovo Mondo fu regolata da uno o più ordinanze che, avvicendandosi nel corso del tempo, intervenivano specificamente sul disciplinamento della schiavitù.

In questo volume si analizzano alcuni esemplari di Codici schiavisti promulgati negli imperi di Spagna, Portogallo e Francia. Ma un impressionante numero di codificazioni schiaviste o di norme consuetudinarie volte a regolamentare il trattamento della manodopera schiavile si ritrovano anche nell’impero britannico, negli Stati Uniti d’America e perfino in realtà coloniali di piccole dimensioni come le Isole Vergini danesi, l’isola di Saint-Barthélemy posseduta dagli svedesi o gli avamposti di tratta che il Brandeburgo acquisì in Africa e nel Caribe. La legislazione schiavista inglese, americana, danese, svedese e brandeburghese rappresentano dei filoni di ricerca che sto seguendo e ai quali sto dedicando un apposito lavoro che dovrebbe uscire entro due anni.

Quali erano le disposizioni che ricorrevano più frequentemente nei Codici?
Fornire delle indicazioni di carattere generale si rivela davvero complesso. Ogni Codice aveva le sue particolarità. Alcuni si dimostravano molto più tolleranti nei confronti dello schiavo, gli concedevano alcuni diritti (essere nutrito e vestito, per esempio), cercavano di tutelarlo dagli abusi padronali. Altri, invece, erano Codici prettamente punitivi, un vero e proprio florilegio di reati e relativi castighi. Tenendo conto di questa premessa e volendo individuare delle disposizioni comuni a buona parte dei Codici analizzati si potrebbero indicare quelle relative alla concezione dello schiavo, alle limitazioni della libertà di movimento e alla lotta al marronage (la fuga dal padrone).

Tutti i regolamenti schiavisti partono da un presupposto fondamentale: lo schiavo non è un uomo ma una cosa, un bene, una proprietà, esattamente come lo erano un magazzino o un capo di bestiame. Pertanto, l’assoggettato era sottoposto all’arbitrio del proprio padrone e doveva assecondarne le volontà.

Appartenendo, come spesso sottolineano i Codici, ad un popolo barbaro ed essendo governato da istinti animaleschi, lo schiavo africano era ritenuto una seria minaccia per l’incolumità del proprio padrone e per il mantenimento dell’ordine pubblico. In virtù di questo comune preconcetto, sono numerosissime le norme votate all’assoluto controllo della manodopera schiavile. Particolarmente significative, in questo senso, sono quelle dedicate alla liberta di movimento. L’assoggettato non poteva muoversi senza autorizzazione: non poteva assembrarsi in gruppi eccessivamente numerosi, non gli era concesso – se non con un permesso firmato dal proprio dominus – recarsi in luoghi pubblici (mercati, chiese, piazze e vie principali).

Gli schiavi fuggiaschi, inoltre, potevano ordire congiure e ribellioni, assassinare i propri padroni nel cuore della notte e soprattutto rappresentavano un cattivo esempio per gli altri: simboleggiavano un atto di resistenza verso un sistema che li voleva sottomessi e alienati. Per tale motivo, praticamente in ogni Codice, vi sono leggi che mirano a punire severamente gli schiavi fuggitivi.

Come si è evoluta la legislazione schiavista spagnola, portoghese e francese nel periodo da lei analizzato?
Fondamentalmente, la legislazione schiavista seguì l’evoluzione della tratta atlantica: nei periodi in cui aumentò considerevolmente l’importazione di manodopera africana, i corpi normativi deputati a regolare la schiavitù divennero sempre più diffusi. Quando il numero degli schiavi aumentava, cresceva anche la possibilità che questi creassero problemi di ordine pubblico ed è partendo da tale presupposto che si può comprendere la necessità di legiferare più frequentemente. Allo stesso modo si spiega perché i Codici promulgati tra la fine del XVII e la prima metà del XVIII secolo, fossero in molti aspetti più severi rispetto a quelli emanati in precedenza: tra Seicento e Settecento la tratta raggiunse il suo apice, in talune colonie la popolazione era composta per oltre il 70% da schiavi. In queste condizioni, l’inasprimento delle punizioni venne sancito con un obiettivo politico ben preciso: usare la violenza come deterrente per scongiurare eventuali rivolte o disordini. Una strategia che quasi mai riuscì ad ottenere i risultati sperati. Anzi, le condizioni di vita più dure furono spesso foriere di ribellioni. Chiara prova ne fu l’alto numero di sommosse schiavili che si registrarono nelle colonie europee nel corso del XVIII secolo.

Tanto le rivolte – la più famosa fu sicuramente quella di Haiti, capeggiata dal generale nero Touissant Loverture, a cavallo tra XVIII e XIX secolo – quanto l’affermazione degli ideali abolizionisti indussero molti Stati colonizzatori, già a partire dagli ultimi decenni del Settecento, a rivedere in maniera sostanziale la propria legislazione schiavista. L’obiettivo fu quello di rendere la schiavitù atlantica un’istituzione “più umana”, vietando i maltrattamenti, le punizioni ingiustificate, proteggendo l’incolumità fisica dell’assoggettato e cercando di limitare fortemente la sovranità del padrone su di esso. Come è facile immaginare, tali disposizioni andavano a ledere gli interessi della classe padronale che in sostanza rappresentava la classe dominante nelle colonie. E per quanto le autorità si sarebbero sforzate di interferire con l’autorità del dominus, morigerare i maltrattamenti e rendere più sopportabile la condizione dello schiavo, la volontà del padrone sarebbe rimasta l’unico vero Codice realmente vigente.

Quale fu l’impatto che i Codici neri ebbero sulla società coloniale?
I Codici schiavisti non si limitarono a regolare i molti aspetti della vita degli schiavi ma contribuirono in maniera sostanziale a velocizzare il processo di de-umanizzazione della manodopera africana. Le sferzate, le amputazioni degli arti, le norme sulla spartizione della prole degli schiavi, così come la possibilità di decidere con chi farli riprodurre, erano tutte disposizioni che equiparavano la condizione della manodopera africana a quella delle bestie da lavoro. In molti degli articoli che componevano le codificazioni, lo schiavo non aveva dignità umana. Questo ebbe senza dubbio delle ripercussioni sull’applicazione di quelle norme a tutela dello schiavo che gli stessi Codici prevedevano (nutrimento, vestiario, proibizioni sulla tortura e le punizioni eccessivamente violente). Ottriare simili privilegi, agli occhi di una classe padronale già poco incline a vedere diminuita la propria sovranità sulla quella che era la sua proprietà, non era ammissibile. Si rischiava di perdere il controllo della colonia, di vedere pregiudicati i propri profitti.

Pertanto, al di là di ciò che la legge prescriveva, ogni padrone si considerava sostanzialmente, sovrano del proprio podere, della propria piantagione o dell’appezzamento di terra che possedeva. All’interno di questo confine i Codici riuscirono raramente a penetrare. Molte delle loro prescrizioni furono raggirate o del tutto trascurate.  Vigeva una sorta di sagace ignoranza delle norme: una legge era applicata quando esprimeva gli interessi della classe padronale, rimaneva inosservata quando metteva in discussione l’autorità del signore. L’applicazione dei Codici avvenne, perciò, in maniera sporadica e arbitraria.

Assai più importante fu l’impatto culturale che le leggi schiaviste ebbero sulle società nelle quali furono adottate. I Codici legittimarono e perpetuarono tutto il sistema culturale sul quale la tratta atlantica e le colonie di sfruttamento erano fondate: l’idea di assoggettato come fattore di produzione, come oggetto e non soggetto del diritto, nonché le teorie sull’inferiorità della razza africana. Tali ideali si radicarono a tal punto che sopravvissero all’abolizione della schiavitù. Anche per via di ciò, in molti degli Stati nati durante il processo di decolonizzazione gli schiavi affrancati e, più generalmente, tutti gli afro-discendenti hanno a lungo faticato ad ottenere il riconoscimento dei propri diritti.

Giuseppe Patisso è Professore di Storia moderna e Storia del colonialismo presso il Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo dell’Università del Salento di Lecce