Classici veri e falsi alla scuola degli umanisti, Luigi SilvanoDott. Luigi Silvano, Lei è autore del libro Classici veri e falsi alla scuola degli umanisti pubblicato dalle Edizioni dell’Orso: qual era la dimensione del fenomeno dei falsi e della letteratura pseudepigrafa in epoca medievale e umanistico-rinascimentale?
Il fenomeno dei falsi è vastissimo e complesso, e non ancora conosciuto in tutte le sue sfaccettature – o, per meglio dire, probabilmente impossibile da mappare nella sua interezza. Molto noti sono alcuni casi di falsi storici e documentari (le leggende sul Prete Gianni e il Graal, la Donazione di Costantino ecc.). Meno studiati sono invece alcuni falsi letterari come quelli di cui mi occupo in questo libro. In molti casi si tratta di ingenue falsificazioni nate come esercitazioni sui banchi di scuola, e composte da latinisti alle prime armi o dai loro insegnanti: ci si poteva cimentare, ad esempio, nella scrittura di epistole attribuite a personaggi famosi dell’antichità, di discorsi di uomini politici, generali e simili. Non di rado però gli autori di questi opuscoli non sono studenti, bensì umanisti già affermati: si pensi alla divertente e raffinatissima Orazione di Eliogabalo alle meretrici romane, immaginaria allocuzione alle prostitute di Roma per bocca del notoriamente dissoluto imperatore Eliogabalo, che esorta la platea a praticare l’amore libero spontaneamente, anche quando non esplicitamente richiesto, dal momento che egli, per suo decreto, tutto concede e tutto rende lecito. Questo discorso, tanto paradossale quanto elegante nella sua prosa di gusto ciceroniano, fu composto da uno dei maggiori umanisti di primo Quattrocento, Leonardo Bruni, ed è conservato in decine e decine di copie manoscritte, a dimostrazione del suo successo tra il pubblico.

Ugualmente popolare fu la letterina di cui tratto in uno dei capitoli del volume, la ben nota epistola di Virgilio a Mecenate. Com’è noto, del poeta Mantovano non sono conservate lettere autentiche (tranne, forse, un lacerto citato da un erudito tardo, Macrobio). Si capisce, quindi, quale curiosità possa aver accompagnato il primo diffondersi, negli anni Venti del XV sec., di questa presunta lettera di Virgilio, che tra l’altro sarebbe stato l’unico testo in prosa superstite del principe dei poeti latini. L’eccitazione degli eruditi del tempo per questa ‘scoperta’ si evince bene da alcune missive del poeta Antonio Beccadelli (il Panormita), uno dei primi ad avere tra mani la lettera e farla circolare. Ma cosa conteneva, precisamente, questa letterina? Essa è un biglietto dal contenuto molto semplice: Virgilio (meglio: lo Pseudo-Virgilio) dapprima si lamenta con Mecenate di aver ricevuto la visita importuna di tal Rufo Pompeo, liberto del medesimo Mecenate, che avrebbe reclamato insistentemente la consegna di un non meglio precisato liber; quindi intima al destinatario di smettere di domandargli tale volume, che promette di inviargli quanto prima. Fornisce, poi, notizie sulla salute dell’amico comune Vario; infine domanda a Mecenate di intercedere presso Orazio affinché costui gli restituisca un volume omerico, e gli chiede di raccomandare al medesimo di riappacificarsi con un certo Filelfo. L’affastellarsi bignamesco di riferimenti a poeti notissimi dell’età augustea, con cui notoriamente Virgilio era amico (Orazio, Lucio Vario Rufo) è di per sé sospetto: l’autore li ha chiaramente inseriti a bella posta, strizzando l’occhio al lettore di media cultura; il testo, poi, pullula di termini ed espressioni estranei al latino classico, e invece propri di quello medievale e umanistico; infine, si fa fatica a non riconoscere qui un riferimento all’umanista Francesco Filelfo, che proprio a partire dagli anni Venti inizia imporsi come una delle figure di spicco dell’umanesimo italiano. Gli studiosi più accorti dovettero fin da subito comprendere la natura fittizia dell’epistola, anche se non mi risultano pronunciamenti in proposito. A oltre un trentennio dalla prima comparsa della letterina, l’ormai attempato Pier Candido Decembrio, uno degli intellettuali di punta del ducato di Milano, rivendicò la paternità dell’opera, e in una lettera del 1461 narrò a un suo corrispondente la genesi della contraffazione: egli avrebbe redatto la lettera da ragazzo, a seguito di una scommessa con alcuni compagni di scuola, ai quali aveva promesso di esibire una vera epistola virgiliana. Alcuni elementi emersi dall’analisi del testo sembrano smentire questa ricostruzione, finora ritenuta plausibile dai più. Stando così le cose, ci troveremmo di fronte una doppia contraffazione: quella operata dal falsario che compose la letterina pseudepigrafa, e quella del Decembrio, che cercò di attribuirsene la paternità (per trarne vanto, per essere stato in grado di ingannare tanti lettori; o semplicemente per burlarsi del suo corrispondente).

Emblematico è il caso della tradizione dei tre discorsi agli Ateniesi di Eschine, Demade e Demostene e l’orazione di Demostene ad Alessandro.
Si tratta di quattro brevissimi discorsi in latino, che fanno la loro (ri-)comparsa nei primissimi anni del Quattrocento e godono immediatamente di un enorme successo, per una serie di motivi: innanzitutto vengono presentati come traduzioni di altrettanti discorsi di alcuni dei più celebri oratori attici, in un frangente in cui gli studi greci in Italia erano agli albori, e non v’era disponibilità di edizioni né di traduzioni degli scritti di quegli oratori, noti soltanto attraverso le citazioni degli autori latini. Sullo sfondo dei quattro discorsi, poi, si staglia la figura di Alessandro Magno, per la quale il Rinascimento, così come il Medioevo, nutrì particolare venerazione. Infine essi potevano essere presi a modello come esempi di scrittura argomentativa in latino, rispettivamente di discorsi deliberativi (i primi tre) e di perorazioni (il quarto, una supplica al Macedone affinché risparmi Atene, accusata di collusione coi ribelli tebani). Queste furono ragioni sufficienti per garantire la sopravvivenza e la diffusione, in centinaia di copie, di queste orazioni.

Lorenzo Valla fu tra i primi ad accorgersi dell’inconsistenza dell’attribuzione, e a dimostrare che i testi non potevano essere traduzioni da originali greci di IV sec. a.C., ma che con ogni probabilità erano stati composti da un occidentale, in latino (tanto più che il quarto è un centone di passi ciceroniani). Valla coglieva nel segno, perché in effetti i quattro discorsi si trovano tali e quali in un anonimo compendio dell’opera di Curzio Rufo, databile a fine XI sec. Si deve supporre che tra l’ultimo scorcio del XIV sec. e l’inizio del XV un erudito, per il momento non identificabile, li abbia estrapolati di lì e li abbia messi in circolazione come traduzioni di genuine orazioni attiche. Anche dopo la confutazione del Valla i discorsi continuarono a riscuotere un certo credito, tanto che ancora nel XVI secolo si possono rinvenire umanisti di buona levatura disposti ad accettarne l’autenticità.

Quali erano i contenuti effettivi dei corsi universitari dedicati all’interpretazione degli auctores nell’Italia (e nell’Europa) del Quattro e Cinquecento?
I corsi universitari come quelli che cerco di ricostruire qui erano quelli progrediti, destinati a studenti già in possesso di un adeguato bagaglio di conoscenze grammaticali e lessicali. Essi prevedevano la lettura di un testo d’autore: un dialogo di Platone o di Luciano, una commedia o una tragedia, una selezione di libri di un’opera storica, una scelta di versi dai maggiori poeti. Come già a Bisanzio, Omero faceva la parte del leone nel curriculum scolastico, ed era solitamente il primo testo affrontato in classe una volta superata la fase delle letture per principianti (che si esercitavano a tradurre antologie di sentenze e favole di Esopo). Un corso prevedeva innanzitutto una prolusione, ossia una lezione introduttiva che si articolava solitamente intorno a due punti: la presentazione dell’autore e dell’opera oggetto di studio, di cui si tessevano immancabilmente lunghi elogi, e di cui si mettevano in luce l’utilità pratica e morale per i discenti; e l’esortazione allo studio e all’impegno rivolta alla platea, sovente accompagnata da indicazioni pratiche sullo svolgimento delle lezioni. Questi elementi si trovano anche nella prolusione che presento qui, quella redatta da Angelo Poliziano per un corso sull’Odissea da lui tenuto nell’autunno 1488 a Firenze – un testo molto interessante perché vi si trovano rifusi alcuni brani dalla Poetica aristotelica, testo da poco riscoperto e di cui questo è forse il primo esempio di riuso all’interno di un corso dedicato alla poesia epica.

Alla prima lezione faceva seguito l’enarratio, ovvero la paziente illustrazione del testo, che prevedeva in primo luogo la lettura ad alta voce dell’originale, di cui non tutti gli studenti, fino alla fine del Quattrocento, possedevano una copia (procurarsi trascrizioni, anche parziali, di un’opera in greco, era dispendioso; e non esistevano ancora edizioni ridotte ed economiche a uso degli studenti, come sarà poi più frequente nei secoli successivi); seguivano la traduzione in latino e il commento, anch’esso in latino, lingua ufficiale dell’istruzione superiore. Gli insegnanti dell’epoca svolgevano solitamente un’analisi minuta dei testi, spesso soffermandosi su ogni singola parola e sciorinando una messe di nozioni di natura linguistica e lessicale, con il duplice obiettivo di arricchire il vocabolario e di consolidare le competenze grammaticali degli studenti. Questo schema però è suscettibile di variazioni anche significative, come dimostra il testo da me pubblicato e studiato qui: gli appunti di Basilio Calcondila per un corso da lui tenuto allo Studium Urbis, l’università di Roma, nel 1514 dimostrano che il suo approccio al testo era discorsivo e incentrato non tanto sugli aspetti prettamente grammaticali e stilistici dell’opera, quanto piuttosto sui contenuti, la caratterizzazione di ambienti e personaggi, la trama.

Tra i casi di studio radunati nel Suo libro, alcuni dei quali si basano su letture dirette di testi e documenti in parte inediti, quali ritiene i più notevoli?
Questi saggi si basano tutti sullo studio di manoscritti finora poco esplorati o mai collazionati in precedenza. È questo il caso dei summenzionati appunti di scuola di Basilio Calcondila, professore di greco nella Roma di Leone X, conservati in un codice della Biblioteca Ambrosiana a Milano. Delle quattro orazioni pseudo-attiche e della letterina pseudovirgiliana a Mecenate esistevano già trascrizioni, fondate però su manoscritti singoli, scelti dai precedenti editori in maniera pressoché casuale: quel che ho cercato di fare in questo lavoro è stato rintracciare quante più copie possibili dei testi, al fine di ricostruirne la genesi e di tracciarne la circolazione e diffusione in epoca umanistico-rinascimentale. Il confronto e lo studio dei vari manoscritti ha consentito non soltanto di stabilire con maggior certezza il testo degli opuscoli, ma soprattutto di mettere in luce alcuni momenti significativi della loro ricezione, cioè del modo in cui essi furono letti, interpretati, riutilizzati (cioè parafrasati, tradotti, citati).

Mi sono molto divertito a scoprire che ancora in pieno Cinquecento alcuni illustri studiosi prestavano fede all’attribuzione fasulla di questi testi, e d’altra parte a constatare che altri, che invece erano a conoscenza di aver per le mani delle contraffazioni, tentarono di spacciarli a incauti e malcapitati studiosi come primizie imperdibili, autentici lacerti di un passato lontano, sia per burlarsi dei loro ingenui interlocutori, sia per ricavarne un guadagno. Esemplare, a tal proposito, la vicenda raccontata da Alardo di Amsterdam nella sua edizione delle opere di Rodolfo Agricola (1539): Alardo rivela di aver acquistato a caro prezzo da un’insegnante presso la scuola latina ad Alkmaar, Barbara Vrije, una copia dei discorsi di Eschine, Demade e Demostene e dell’orazione Ad Alessandro di Demostene, che la donna gli aveva spacciato per traduzioni dal greco dell’Agricola. Trascorso qualche tempo, Alardo, rileggendo la ciceroniana Pro Ligario, scoprì che essa era inequivocabilmente il modello della presunta orazione di Demostene ad Alessandro, e realizzò di aver scambiato “oro per bronzo”, cioè di aver sborsato una somma ingente per testi che difficilmente potevano risalire, nella loro versione originaria, al IV sec. a. C. E ad ogni modo, pur col beneficio del dubbio, li incluse nella sua edizione, come latinizzazioni dell’Agricola: l’ennesima dimostrazione della fascinazione esercitata da questi pseudepigrafi.

Luigi Silvano è ricercatore presso l’Università di Torino, dove tiene corsi di bizantinistica, filologia classica, filologia umanistica. In precedenza ha insegnato presso l’Università di Roma La Sapienza (2011-2015). È stato fellow presso università e istituti di ricerca in Italia e all’estero (Università di Aarhus, Amburgo, Berlino FU, Leuven, Institut für Byzanzforschung – Vienna, Villa I Tatti – The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies, Ludwig-Boltzmann Institute for Neo-Latin Studies – Innsbruck); è membre associé dell’équipe d’accueil SAPRAT – Ecole pratique des Hautes Études. È condirettore di «Medioevo greco. Rivista di storia e filologia bizantina». I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulla ricezione dei classici a Bisanzio e nell’Italia umanistico-rinascimentale e sui rapporti tra mondo bizantino e mondo occidentale. Si occupa anche, tra l’altro, di letteratura medico-scientifica tardoantica (i problemata dello Pseudo-Alessandro di Afrodisia e la loro fortuna), di apocalittica e di letteratura polemico-dogmatica bizantina, di epistolografia umanistica, di testi e documenti connessi con l’insegnamento del greco e del latino in Italia e in Europa tra Quattrocento e Cinquecento.