“Classici in cammino” di Giorgio Ficara

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Classici in cammino, Giorgio FicaraUn nuovo libro sui classici potrebbe apparire inutilmente ridondante, dal momento che sul tema «è stato detto tutto fin da principio, da quando Petrarca scriveva lettere a Cicerone, apud superos, e Boccaccio leggeva Dante ai fiorentini, nella chiesa di Santo Stefano». Eppure, proprio agli «immortali» (secondo la definizione di Leopardi) è dedicato Classici in cammino, il libro di Giorgio Ficara edito da Marsilio. Con una domanda, però, forse inedita: «dove sono i classici oggi? Quale sarà il loro destino?»

Se si considera infatti che «in alcune università americane, Omero e Platone, in quanto «bianchi ed eurocentrici», sono tenuti a distanza di sicurezza» mentre «Comitati per il multiculturalismo prevedono trigger warnings per ogni classico che dimostri negligenza verso le identità di genere.» A Oxford, poi, «nei celebri corsi di “Literae Humaniores”, da qualche anno, lo studio dell’Iliade e dell’Odissea è facoltativo»: «Di questo passo, probabilmente i classici spariranno, o tuttalpiù saranno conservati e dimenticati su qualche scaffale. Eppure, proprio loro realizzano il nostro mondo o, su un altro piano, ne sollecitano l’esistenza spirituale: «ci innamorano alla vita», diceva Francesco De Sanctis».

«Orazio disapprovava vivamente che ai classici si riconoscesse un valore assoluto che ad altri – a lui, innanzitutto – era negato. È sufficiente essere antichi, o morti, per essere classici? si chiedeva; e «chi è poi antico a buon diritto? Forse chi è morto da cent’anni, o da duecento?». Cicerone, che morì quando Quintiliano aveva otto anni, per Quintiliano era senz’altro antico e sommo. Se il classico, secondo la famosa definizione di Aulo Gellio, è sempre chi «viene prima» e detta la sua legge, a volte tuttavia sembra invecchiato di colpo di fronte ai poetae novi di turno. […] Insomma, tra antichi e moderni, vecchi e nuovi, classici e no, fin da principio si è fatta molta confusione. Ma chi sono, di fatto, al di là di querelles e critica della tradizione o del canone, i veri lettori dei classici, quelli che in ogni tempo li hanno amati e mandati a memoria per non perderne una sillaba? Chi sono i classici, per loro? Petrarca li chiama amici o amici segreti. I loro libri per lui sono vivi come persone vive e tra essi alcuni, detti peculiares, sono i più vivi.»

A ragion veduta, dunque, possiamo annoverare tra di essi Giuseppe Pontiggia il quale, ne Le parole necessarie «ci consegna, postumo, un fenomenale autoritratto di lettore che nei libri cercava non piacere, non sogno né acquisto di idee, ma qualcosa di risolutivo e ultimo: «Il cliente», scriveva,

che si aggira impaziente e inquieto in una libreria, nessuno immagina che stia ancora cercando la salvezza e che si illuda di trovarla in un libro. In un testo che operi il miracolo di una conversione. Magari alla rinuncia, alla desistenza, all’abbandono. Se interrogato in proposito sorriderebbe. Come faccio io che lo descrivo. Eppure io sono lui.

«Quest’uomo che si salva leggendo è lo stesso che salva noi scrivendo. Chi sarebbe, dopotutto, l’incerto e strabico Petrarca senza il suo Agostino? Come la sua incertezza diventerebbe esemplare e ineccepibile fino a noi senza quelle Confessioni aperte un giorno, a una certa pagina? Il libro che converte e sconvolge la vita di chi lo legge è in effetti il solo cui Pontiggia abbia dedicato la sua ostinata e irrequieta curiositas

In lui la concezione di “classico” si fa immanente: «Pontiggia ha sempre guardato con un certo orrore alle “bare filologiche” e, in qualche modo, al miraggio della conservazione integrale del passato che incanta moltitudini di accademici. Nel filologismo puro erra lo spettro della totalità: «Quel dilemma che pongono gli amanti deliranti, o tutto o niente, che è un modo di troncare la relazione, se lo pone anche la filologia: o tutto o niente, o perfezione o rinuncia». Al contrario, per Pontiggia i classici sono «depositi di significati anche potenziali, miniere di possibilità speculative» al di là della condizione storica, e leggerli ora significa incontrare, sorprendente e imprevedibile, la loro verità umana […]

Il fatto è che noi leggiamo i classici secondo una superstizione diacronica, come se dovessimo immobilizzarli nel loro tempo, e alle loro condizioni: «Li leggiamo come immaginiamo possa piacere a loro. E non possiamo fare torto più grande, a loro e a noi». Quando visita le rovine di Pergamo o legge Omero, Pontiggia avverte da una parte intera e irrecuperabile la distanza storica dei classici, dall’altra il «momento vitale» del riconoscimento e del sovvertimento che i classici compiono in lui. Che cosa direbbe uno studioso accademico, probabilmente riluttante alla vita stessa, se il grande autore che studia da anni improvvisamente gli comparisse davanti? L’idea fissa di Pontiggia – critico prima che romanziere, critico in quanto romanziere – è precisamente quella di ridurre la mediazione critica al punto da consentire ai suoi classici di comparirgli davanti, nel suo tempo. Leggere i classici significa peraltro spingersi al di là del loro stesso significato letterale e, addirittura, della somma di significati autorizzati dall’esegesi:

perché dovremmo fermarci a quello che Dante voleva dire? Dante voleva creare qualcosa che andasse appunto al di là delle sue possibilità di controllo. In forma intuitiva io penso che questo sia presente in tutti quelli che scrivono, l’idea che alla fine il testo ne sappia di più dell’autore. Un testo importante, un testo vivo, un testo felice, ne sa di più di chi l’ha scritto. Altrimenti uno non si metterebbe a scrivere, per trascrivere quello che sa.»

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