Cittadinanze nell'antica Roma, Antonello CaloreProf. Antonello Calore, Lei è autore del libro Cittadinanze nell’antica Roma edito da Giappichelli: cosa significava essere ‘cittadini’ (civis) a Roma, nel periodo in cui la civitas cominciò a formarsi?
Prima di rispondere alla sua domanda è necessario chiarire alcuni concetti da lei utilizzati con significato univoco, i quali però, soprattutto se riferiti al periodo delle ‘origini’ (di qualsiasi oggetto; nel nostro caso poi si tratta dell’origine di una città che ha segnato la storia dell’umanità), non sempre risultano essere pacifici.Lei parla, ad esempio (e anche giustamente), di una Roma che va ‘formandosi’, intendendo con ciò, secondo il senso comune, la nascita di una città. Eppure per Roma noi abbiamo due ipotesi relative alla sua ‘nascita’: la prima, tramandata dalla tradizione letteraria antica e risalente quindi agli stessi romani, che omogeneamente attesta la ‘fondazione’ di Roma ad opera di Romolo nella metà dell’VIII sec. a.C. (così scrive Dionisio di Alicarnasso, storico greco vissuto a Roma alla fine del I sec. a.C.: «Romolo… tracciò una figura quadrangolare attorno al colle, tracciando con un bue e una vacca aggiogati all’aratro un solco continuo destinato ad accogliere le fondamenta delle mura; da allora è ancora viva questa usanza dei Romani di arare attorno ai luoghi delle fondazioni»; oppure Plutarco, biografo del I-II sec. d.C.: «Romolo, dopo aver sepolto nella Remoria il fratello e allo stesso tempo quelli che li avevano cresciuti, fondò la città…»); la seconda, prevalente in dottrina e facente capo allo studioso tedesco Müller-Karpe (1925-2013), che invece prospetta un graduale processo di agglomerazione pre-urbana (‘sinecismo’, cioè «abitare insieme») di piccole collettività (pagi e vici) sparse sul colle Palatino vicino al Tevere, fino al costituirsi della struttura cittadina. Optare per l’una o per l’altra significa inquadrare in ottiche diverse i problemi anche rispetto alla natura della ‘cittadinanza’. La quale potrebbe apparire, nella prima ipotesi, come appartenenza al gruppo di potere di Romolo; mentre, nella seconda, come legame ai clan gentilizi che insieme dominavano la collettività. Personalmente sono più propenso alla teoria della ‘formazione’, anche se non escluderei del tutto momenti fondativi nel lungo consolidarsi del coagulo cittadino. Non abbiamo quindi certezze e ciò perché manchiamo di testimonianze dirette sulla nascita di Roma. E qui introduciamo un secondo chiarimento, su cui sarà opportuno tornare, ma che è bene accennare subito: non possediamo il racconto delle origini di Roma. Le ‘fonti’, che ce ne parlano, sono molto più tarde (gli storici annalisti del III sec. a.C.; Cicerone e Varrone del I sec. a.C.; Dionigi di Alicarnasso della fine del I sec. a.C.; Livio del I sec. d.C. e così via).

È pertanto logico chiedersi: tali attestazioni sono vere? gli autori saranno stati veridici oppure si sono lasciati suggestionare dalla grandiosità politica, militare, culturale di Roma? avranno inteso bene la tradizione orale? avranno copiato fedelmente i documenti archiviati e poi andati distrutti? Domande a cui è difficile rispondere. La ‘formazione’ della civitas (nel suo significato particolare di ‘città-stato’, che è poi alla base del termine ‘cittadinanza’), ebbe nell’appartenenza dell’individuo alla comunità un elemento costitutivo importante. Cicerone, quando la repubblica romana è ormai al vertice del mondo mediterraneo, nel risalire alle fondamenta dello ‘Stato’ sottolinea questa capacità aggregante della comunità individuandola nell’organizzazione giuridica (ius): «Che cos’è la civitas (lo ‘Stato’) se non una comunità tenuta insieme dal diritto?» (De republica 1,32,49). Appartenenza alla comunità, riconoscimento giuridico di tale appartenenza, sono ‘pezzi’ determinanti del concetto moderno di ‘cittadinanza’ (Citizenship, ingl.; Citoyenneté, franc.; Ciudadanía, spagn.; Staatsangehörigkeit, ted.). Essere cittadino nella cultura moderna occidentale, dominata dalla figura dello Stato-nazione (anche se di recente in crisi a causa della ‘globalizzazione’), può essere coniugato in diverse modi, a seconda dell’accezione scelta. Così l’appartenenza alla comunità può essere misurata dalla ‘partecipazione’ alla vita politica della stessa (accezione politica); oppure dall’‘inserimento’ nei processi sociali della comunità (accezione sociologica); oppure dal ‘riconoscimento’ dell’ordinamento giuridico con l’attribuzione di diritti e doveri (accezione giuridica). Queste tre grandi sfumature di significato del termine ‘cittadinanza’ (P. Mindus, Cittadini e no, 2014) hanno il loro comun denominatore nell’essere l’individuo parte di una comunità (così come ho accennato per la civitas romana; e lo stesso può dirsi per la politeia [= cittadinanza] dell’antica Grecia), dove l’astratto concettuale tradotto nel concreto sociale mette in evidenza la differenza tra un insieme omogeneo di individui e l’‘altro’ (‘estraneo’, ‘straniero’, ‘emarginato’, ‘nemico’). Fuori dall’astrattezza teorica, la ‘cittadinanza’ può essere pensata come snodo di una situazione conflittuale nella società. La sua gestione, questo il vero problema, consente di tenere sotto controllo il conflitto oppure di farlo degenerare nello scontro violento.

E giungiamo così a un altro punto importante che la sua domanda sottende: il rapporto tra lo studio del passato e il presente. In che modo l’analisi sulla cittadinanza nell’antica Roma interagisce con l’istituzione attuale? Non attribuendo alcun credito alla massima «historia magistra vitae», sono convinto che approfondire l’uso che i romani fecero della ‘cittadinanza’ aiuti a mettere in prospettiva la problematica attuale, consentendo così di comprenderne meglio la natura e le possibili conseguenze, senza che ciò comporti la soluzione automatica dei problemi. Non quindi un richiamo ai ‘tempi d’oro’, né tanto peggio un ritorno (impossibile) alla civitas. Espressioni quali ‘ius sanguinis’ o ‘ius soli’, oggi tanto in voga, altro non sono che sintagmi presi in prestito dal linguaggio medioevale con i quali, convenzionalmente, si fa riferimento ai diversi tipi di cittadinanza, che nulla hanno però a che vedere con le situazioni del passato (dove, per fare un solo e macroscopico esempio, lo Stato e con esso l’elemento territoriale non esistevano).

Fatte queste premesse, sottintese alla sua domanda, posso finalmente rispondere sul significato di essere civis nella Roma dell’età regia, o meglio prospettare la mia ipotesi. In generale, il «dare civitatem» significava riconoscere l’individuo come facente parte della comunità. Ciò si realizzava, nel periodo gentilizio, certamente con il vincolo parentale. Nascere all’interno di un potente gruppo gentilizio si traduceva ‘automaticamente’ (ipso iure) nella appartenenza alla civitas. Nei racconti su tale periodo molto antico della storia di Roma, si fa spesso riferimento, accanto al vincolo di sangue, anche all’accoglienza (del migrante, del vinto, dell’alleato) nella comunità gentilizia. Come ho cercato di mettere in evidenza nel mio saggio, spesso si racconta del coinvolgimento ‘stratificato’ di ‘nuovi’ cittadini, come l’annessione-assimilazione di populi limitrofi, che si celerebbe dietro la vicenda leggendaria del ‘ratto delle sabine’ (Liv. 1,9,1-16); dell’accoglienza degli stranieri nel mitico ‘asilo’ (asylum), edificato da Romolo nella zona sacra del Campidoglio, e il loro inserimento nella comunità con la concessione di un appezzamento di terreno (Liv. 1,8,4-7); oppure ancora del caso dei nobili albani che furono invitati a far parte del consiglio reggente di Roma  (Liv. 1,28,7). Ora, prescindendo dalla autenticità di nomi e date, l’elemento onnipresente nella tradizione scritta è che gli stranieri inclusi diventarono cittadini romani. Sì che possiamo ipotizzare che il nascente ordinamento cittadino romano, a differenza di quello greco, si configurò come un sistema ‘aperto’ allo straniero, senza però che ciò comportasse eguaglianza partecipativa dei cittadini: la piena cittadinanza fu appannaggio sempre e soltanto di una élite, una sorta cioè di oligarchia cittadina.

Come si acquistava la cittadinanza romana in età regia?
Precisiamo preliminarmente che, quando parliamo di età regia a Roma, si intende quel lungo periodo di tempo che va dalla nascita della città (metà dell’VIII secolo a.C.) fino alla cacciata del settimo e ultimo re, Tarquinio il Superbo, da cui (sempre secondo la tradizione) ebbe inizio la repubblica consolare romana (509 a.C.). Gli studiosi sono ormai unanimemente concordi nel suddividere tale periodo in due momenti: il primo, proprio della ‘formazione’ della civitas in cui etnie differenti (latini, sabini, etruschi, greci) si aggregarono in comunità e a cui sarebbe da ricondurre il regno dei leggendari quattro re romani (Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio e Anco Marcio); il secondo, la «grande Roma dei Tarquini», dove il consolidamento della civitas fu portato a termine dai tre re di origine etrusca (Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo).

Fatta questa precisazione e avendo presente le ‘difficoltà’ prospettate nella precedente risposta, ritengo che nella prima fase dell’epoca regia sarebbe inutile andare alla ricerca di enunciati normativi specifici sulla cittadinanza. Sono invece convinto che l’appartenenza alla comunità si determinasse d’emblée, nascendo in un gruppo gentilizio dominante (vincolo parentale), oppure, come leggiamo spesso nelle fonti, accogliendo lo straniero per volontà regia: «Ai supplici che avessero trovato asilo in questo tempio (Romolo) garantì che non avrebbero subìto alcun danno in virtù della pietà verso il divino e inoltre, se avessero voluto rimanere nella sua città, avrebbe concesso loro il diritto di cittadinanza e di un lotto di terra…» (Dionisio II,15,4).

Nella seconda fase, quella etrusca, l’intera materia della cittadinanza fu influenzata dalla riforma con la quale, secondo la tradizione, il re Servio Tullio riordinò l’esercito e, per il peso che l’assetto militare aveva nella società romana, ristrutturò l’intera organizzazione cittadina. La formazione delle milizie romane veniva ora dettata dal complesso di beni posseduto dal soldato o dalla sua famiglia: più si era ricchi e più prestigiosi erano i ranghi dell’esercito cui si aveva diritto. Pertanto, in una società fortemente militarizzata come era quella romana del periodo, l’appartenenza all’esercito significava avere un ruolo nell’organizzazione cittadina: il modello politico era cioè incentrato sul cittadino-soldato. Anche l’organizzazione cittadina veniva modellata sul censo, copiando dall’esercito. L’appartenenza alla città tramite la nascita fu dunque affiancata dalla ricchezza della familia, scalzando il potere dei clan gentilizi. Così cambiò, tra il VI e il V secolo a.C., l’acquisto della cittadinanza romana: «(Servio Tullio) instituì infatti il censimento, cosa utilissima per uno stato che doveva diventare così grande, in seguito al quale i doveri in pace e in guerra non furono più uguali per tutti, come prima, ma proporzionati all’entità del patrimonio» (Liv. 1,42,5).

La struttura sociale rimaneva sempre disuguale, con il potere ben saldo nelle mani dell’aristocrazia; la differenza fu che in precedenza questa era composta dai gruppi parentali delle gentes, mentre ora coincideva con gli uomini più ricchi.

La scansione dei diversi momenti storici evidenzia un’articolazione della cittadinanza, che sarebbe errato ridurre a una formula di sintesi. Diventare cittadino romano aveva certamente nella nascita (padre e madre della stessa comunità) una situazione acclarata, ma non era la sola, vigendo altre possibilità di acquisire la cittadinanza.

Assistiamo quindi a un dinamismo attorno alla figura della cittadinanza molto distante dall’attuale ‘passività’ caratterizzante lo status di cittadino, dove il tutto si circoscrive al riconoscimento di determinati diritti a fronte di altrettanti doveri.

Quali diritti e quali doveri comportava la cittadinanza romana in età regia?
Anche per rispondere a questa domanda c’è bisogno di fare un chiarimento preliminare. Parlare di ‘diritti’ e ‘doveri’ del ‘cittadino’ è linguaggio che possiamo convenzionalmente usare anche per una realtà lontano nel tempo come quella romana, consapevoli però che si usano concetti propri dell’esperienza giuridica attuale. Se ci serviamo di una delle tante definizioni giuridiche di ‘cittadinanza’ presenti nel diritto moderno, come ad esempio quella riportata nel Digesto delle Discipline Pubblicistiche, (III, 1989): «la tendenza a identificare la cittadinanza come uno status (lo status civitatis), intendendo per lo più come status l’appartenenza di un soggetto a una determinata categoria, caratterizzata da una particolare sfera di capacità; perciò tale appartenenza si traduce in una posizione giuridica dei soggetti uniforme ed omogenea, fonte di particolari diritti e doveri», vi troviamo termini, come ‘diritti’ e ‘doveri’, ed espressioni, quale ‘capacità del soggetto’, che sono propri della teorica dei diritti Stato-individuo. Concetti quali ‘Stato’, ‘diritti’ e ‘doveri’ si sono formati a partire dal 1500-1600, il primo, e dopo la Rivoluzione francese del 1789, i secondi; non si possono trasferire sic et simpliciter nel mondo romano antico, pena il fraintendere quella realtà. Occorre precauzione! Possiamo usarli, consapevoli però che i romani non li conoscevano. Dobbiamo cioè fare i conti con le discontinuità dell’indagine storico-giuridica.

Ciò detto, il cittadino romano, in quanto tale, partecipava alla vita politica della città. Come ho già accennato, con la riforma di Servio Tullio essere cittadino significava ricoprire un ruolo nell’esercito e, conseguentemente, essere inserito nella vita politica di Roma. La qualcosa consentiva all’individuo di godere degli spazi, della protezione, dei benefici di quella comunità (come ad esempio, prendere parte alla divisione delle terre conquistate ai popoli limitrofi). Il civis romano era Roma e non, come oggi, semplice persona titolare di diritti. Questo essere cittadino in ‘concreto’ si articolava a diversi ‘livelli’: politici, sociali, familiari. Non quindi una cittadinanza ‘astratta’, come l’attuale. Per questa ragione nel titolo del mio libro ho usato il termine al plurale: ‘cittadinanze’.

Quali fonti supportano le nostre conoscenze sullo ius civitatis arcaico?
Il discorso sulle ‘fonti’, come già premesso, è molto delicato, per il semplice fatto che non possediamo documenti testuali di prima mano su quel periodo storico, anche se poche ma fondanti testimonianze sono state portate alla luce dai recenti scavi archeologici nella zona del Foro romano, precisamente nell’area del Lapis Niger. Conosciamo, invece, di quella fase della storia di Roma il racconto puntuale, pieno di notizie leggendarie e mitiche, redatto dalla letteratura successiva a partire dal III secolo a.C. La dottrina ‘ipercritica’ dell’Ottocento, fino alla prima metà del secolo scorso, è stata sempre molto scettica nel prestare fede a tale tradizione, ritenendola un insieme di falsificazioni.

Oggi però, grazie agli scavi archeologici stratigrafici, a più affinate ricerche storico-linguistiche e al ripensamento storico-culturale dei miti indigeni-latini, gli eccessi ipercritici sono stati mitigati, tant’è che gli studiosi spingono indietro lo sguardo oltre il VII secolo a.C., tendendo a confermare i dati spazio-temporali della narrazione tradizionale. Bisogna ovviamente procedere sempre con le dovute cautele e i necessari dubbi, ma coniugando tali differenti analisi con metodo interdisciplinare, riusciamo a formulare non ‘verità’, quanto invece congetture più verosimili. D’altronde, come recita un famoso detto, «la verità è figlia del tempo» (Bacone, Pensieri e conclusioni sull’interpretazione della natura): questo libro è un tentativo di conoscenza della cittadinanza romana delle origini.

Antonello Calore è Professore Ordinario di Diritto romano presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Brescia