Cittadinanza, Giovanni MoroProf. Giovanni Moro, Lei è autore del libro Cittadinanza edito da Mondadori Università: quale rilevanza ha acquisito nel dibattito contemporaneo il tema della cittadinanza democratica?
Un enorme rilievo, se solo si pensa da una parte alla produzione scientifica davvero imponente e dall’altra alla crescente attenzione del pubblico ma anche dei policy maker, degli osservatori e degli stessi cittadini su questo tema. Tuttavia, tale interesse è emerso solo a partire dagli anni ’90 del XX secolo. Prima la cittadinanza era per lo più considerata un effetto della statualità perché era interpretata essenzialmente in termini di status legale. Ci sono importanti eccezioni, ma questa è stata la regola per molto tempo: basta ricordare che il celebre “Dizionario di politica” curato da Bobbio, Matteucci e Pasquino nel 1976 non conteneva questa voce; e, malgrado le tante riedizioni, essa è stata inserita solo un paio di anni fa.

La svolta degli anni ’90 ha, secondo gli studiosi, diverse origini, ma un punto di convergenza: la cittadinanza è un fenomeno relativamente autonomo dalle istituzioni statuali e mette in gioco una pluralità di dimensioni, da quella culturale a quella sociale, da quella politica a quella istituzionale, a quella economica. Ciò ha enormemente allargato il campo di indagine, ma nello stesso tempo ha reso più stringente il problema di dare una precisa definizione della cittadinanza come fenomeno, al di là delle teorie e dei modelli. Il rischio, infatti, è che in mancanza di una chiara definizione, la cittadinanza possa essere predicata di qualunque cosa avvenga nella società, o addirittura diventi una “parola magica”.

Cosa ha significato la sua riscoperta come realtà autonoma?
A questo proposito, un altro elemento di importanza centrale in questa svolta è stato quello di riconoscere le “pratiche di cittadinanza” – ossia le relazioni quotidiane tra il cittadino e la comunità politica con le sue istituzioni – come vettore della definizione e della trasformazione della cittadinanza. Questo significa, in altre parole, che la cittadinanza è costruita anche grazie al modo in cui i cittadini stessi la utilizzano. Ciò ha permesso di mettere al centro dell’analisi e della valutazione della vita pubblica la figura del cittadino e non solo quella dello Stato con le sue istituzioni.

Certo, resta aperto il problema di una chiara definizione della cittadinanza democratica (l’aggettivo fa una differenza) come fenomeno. A questo scopo, il libro propone di considerare la cittadinanza come un dispositivo di inclusione, coesione e sviluppo delle società. E, utilizzando per questa concettualizzazione i principali contributi teorici che si sono fatti strada nelle ultime decadi, definisce il dispositivo come costituito da tre componenti fondamentali: l’appartenenza, intesa sia come status legale e sociale che come senso di identità; i diritti con i correlati doveri; la partecipazione dei cittadini alla definizione di finalità, standard e regole del gioco della vita della comunità.

Si deve però anche tenere conto del fatto che nel corso del ‘900 nei paesi a regime democratico il dispositivo della cittadinanza si è consolidato in un modello canonico, o paradigma. Di questo modello nel libro presento le caratteristiche essenziali con riferimento alle tre componenti che ho citato prima.

Quali sono le difficoltà e le trasformazioni che registra il modello canonico della cittadinanza nelle sue componenti fondamentali?
In effetti, nello stesso momento in cui la cittadinanza democratica è stata scoperta o riscoperta nella sua rilevanza, è stata registrata anche una sua crescente difficoltà. Ho chiamato questa situazione “paradosso del ritorno e della crisi”.

Fenomeni planetari connessi all’avvento della seconda modernità hanno infatti minato le basi su cui la cittadinanza era stata costruita e aveva funzionato. Basta pensare alle migrazioni; alla crisi degli stati; alla metamorfosi delle tradizionali strutture sociali su cui si fondava la cittadinanza come la famiglia e il lavoro; all’indebolimento dei legami sociali; all’affermarsi del sovranismo e della sua “comunità immaginata”; alla moltiplicazione delle identità individuali e collettive; alle domande di riconoscimento di diritti fondati sulle differenze anziché sulla eguaglianza; alle difficoltà di garantire i diritti sanciti dalle leggi; alla fuga dalla tassazione; ma anche all’abbandono da parte dei cittadini dei tradizionali attori del sistema politico (i partiti) e all’emergere di forme nuove e spesso alternative di rappresentanza.

La cittadinanza, così, si è mostrata sempre meno in grado di demarcare precisamente “chi sta dentro” e “chi sta fuori” della comunità politica; di costruire un senso di identità comune; di garantire i diritti riconosciuti e di fronteggiare la domanda di nuovi diritti; di definire nuovi doveri, o standard di comportamento, dei cittadini; di far funzionare il sistema politico come materializzazione della sovranità popolare. Stiamo però parlando del modello canonico, non del dispositivo della cittadinanza in sé.

Come si traduce la crisi della funzione di dispositivo di inclusione, coesione e sviluppo delle società della cittadinanza?
Secondo diversi autori, la cittadinanza sta vivendo un tramonto. È un po’ la stessa cosa da qualche anno si dice della democrazia. Tuttavia, anche nel caso della cittadinanza ritengo che siamo piuttosto di fronte a processi di trasformazione. Il caso degli immigrati, a cui dedico un capitolo che riguarda il caso italiano, ci dice che, da una parte, gli immigrati “entrano” nella cittadinanza attraverso molte “porte”, non solo quella dello status legale; e che, dall’altra parte, la loro presenza innesca trasformazioni del modello italiano di cittadinanza che sono già in corso e non attendono decisioni politiche o legislative per avere luogo.

Più in generale, le trasformazioni della cittadinanza democratica si possono osservare sia nel lavoro dei ricercatori, sia in fenomeni sociali e politici emergenti.

Quanto ai ricercatori, è in corso da tempo una riflessione sul modo di riconfigurare il modello canonico – o paradigma – della cittadinanza democratica che abbiamo ereditato. Vanno in questa direzione, ad esempio, le proposte di distinzione tra cittadinanza e nazionalità, di riconoscimento del principio di residenza come base di legittimazione della cittadinanza in alternativa alla discendenza e al luogo di nascita, di identificazione della comunità politica in termini di destino comune e non di comune origine, di pluralizzazione della base identitaria della cittadinanza, della centralità di forme nuove di partecipazione politica e civica.

Quanto ai fenomeni che hanno luogo nella realtà, è importante notare una quantità di rivendicazioni di cittadinanza, o “cittadinanze”: dalla cittadinanza globale a quella urbana, da quella di genere a quella multiculturale, da quella digitale a quella attiva, da quella legata al consumo a quella d’impresa. Si può includere in questo elenco, del quale tratto nel libro, anche la cittadinanza europea, l’unica che abbia uno statuto istituzionale. Ciò che accomuna queste rivendicazioni è, da una parte, che esse utilizzano il codice linguistico della cittadinanza, nel senso che si definiscono e vengono riconosciute come “cittadinanze”; e dall’altra che rappresentano anomalie rispetto al paradigma che abbiamo ereditato. Sono però fenomeni reali: persone che si mobilitano, risorse finanziarie che vengono investite, leggi che vengono promulgate, politiche pubbliche che vengono promosse, orientamenti dei media che si modificano, il senso comune che cambia di segno.

Quale futuro per il paradigma della cittadinanza democratica?
Vedremo. Le trasformazioni che sono in corso, sia in termini di tentativi dei ricercatori di riconfigurare il paradigma, sia in termini di fenomeni sociali e politici che si qualificano come “cittadinanze” – si pensi alla cittadinanza urbana, a quella multiculturale, a quella attiva, a quella digitale, a quella globale, ma anche alla stessa cittadinanza europea – confermano la natura dinamica di questo fenomeno, ma non indicano una chiara direzione. Tuttavia, dal momento che la cittadinanza prende forma anche sulla base del modo in cui si pratica (come ho già detto, anche i cittadini definiscono la cittadinanza), si può affermare che il destino di questo grande strumento di inclusione, coesione e sviluppo, è nelle mani di tutti noi. Anche per questo ritengo che la disponibilità di un approccio empirico, o meglio fenomenologico, alla osservazione, all’analisi e alla valutazione della cittadinanza democratica come fenomeno sia una condizione necessaria.

Giovanni Moro è professore associato di Sociologia politica al Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Sapienza e si occupa di cittadinanza, politiche pubbliche, analisi concettuale e terminologica e organizzazioni a impatto sociale. È inoltre responsabile scientifico di Fondaca, una fondazione di ricerca che ha sede a Roma. Tra le sue pubblicazioni: Azione civica (2005), La società civile tra eredità e sfide (2007), Cittadini in Europa (2009), Euro e cittadinanza. L’anello mancante (2013), Cittadinanza attiva e qualità della democrazia (2013), Contro il non profit (2014).

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