Cittadinanza e sogno europeo. Partecipazione e inclusione tra vincoli e opportunità, Antonio CampatiDott. Antonio Campati, Lei ha curato l’edizione del libro Cittadinanza e sogno europeo. Partecipazione e inclusione tra vincoli e opportunità pubblicato da Mimesis: quale ruolo riveste il tema della cittadinanza nella realizzazione del ‘sogno’ dell’integrazione europea?
Il tema della cittadinanza europea è senza dubbio centrale nel processo di costruzione europea. Lo è stato in passato, lo è forse ancor di più oggi, in primo luogo perché la cittadinanza è un elemento che permette di avere contezza del fatto che il ‘sogno’ è diventato a tutti gli effetti realtà. Proprio per capire quale ruolo ha avuto la cittadinanza europea nell’ormai lungo percorso di integrazione, in questa ricerca proponiamo un numero significativo di spunti di riflessione. In particolare, tutti i contributi sviluppano – in filigrana o in maniera evidente – due direttrici, che ne hanno orientato i lavori di preparazione: la prima è quella dei vincoli. L’Unione europea è spesso vista dall’opinione pubblica come un’istituzione che impone vincoli (economici e giuridici in particolare) ai quali occorre sottostare. La seconda direttrice è quella delle opportunità. Nel discorso pubblico sull’Europa le opportunità che questa ha offerto e offre appaiono meno importanti rispetto alle criticità che il percorso di integrazione deve affrontare pressoché quotidianamente. In breve, Il tema della cittadinanza consente di costruire una riflessione interdisciplinare orientata a collocare l’analisi dei vincoli e delle opportunità in una dimensione realista, che quindi non sottovaluta il fatto che una comunità necessita di vincoli per sopravvivere e talvolta è proprio grazie a questi che cresce e si sviluppa. E, allo stesso tempo, che le opportunità (politiche, economiche, sociali) sono altrettanto fondamentali se create a partire da un effettivo (e sincero) interesse comune.

A che punto è il cammino verso la cittadinanza europea?
È un cammino legato alla storia dell’integrazione europea e, a tal proposito, occorre registrare indubbiamente un cambio di rotta, o per lo meno lo sviluppo di una nuova narrazione. Dall’inizio degli anni Novanta e fino alla crisi economica scoppiata poco più di un decennio fa, le analisi sul progetto europeo erano innervate soprattutto da uno spirito ottimista circa il suo futuro. Agli occhi di molti, l’iniziativa dei padri fondatori promossa all’indomani del secondo conflitto mondiale appariva come una delle più importanti e riuscite idee generate nel corso del Ventesimo secolo. Difficilmente ci si poteva imbattere in previsioni pessimistiche e, anzi, l’appartenenza alla Comunità prima e all’Unione europea poi era vista come una meta ideale, specialmente da parte di quei paesi che, dopo la caduta del muro di Berlino, desideravano collocarsi in uno spazio politico, economico e sociale che era stato loro precluso. Negli ultimi anni, molto è cambiato. Probabilmente quasi nessuno avrebbe potuto immaginare che, circa trent’anni dopo il trattato di Maastricht, l’Europa si sarebbe trovata nel mezzo di una crisi profonda, che anche i suoi più convinti sostenitori riconoscono come tale. In realtà, molte delle acquisizioni, dei cambiamenti di mentalità e delle regole che le istituzioni europee hanno prodotto nel corso di questi ultimi decenni sono ben salde negli ordinamenti nazionali e, per la maggior parte dei casi, difficilmente i cittadini europei vogliono liberarsene. Indubbiamente, una serie di congiunture – economiche, ma non solo – ha diffuso un senso di insoddisfazione nei confronti dell’Unione europea tanto da renderla oggetto di accuse gravi, come quella di non aver mantenuto le promesse in base alle quali, con non poco entusiasmo, era stata accolta. Dentro questo contesto, la cittadinanza europea diventa sempre di più un argomento di polemica politica (nazionale) e quindi corre il rischio di perdere gradualmente quel fascino che per molti anni ha emanato e che, effettivamente, ha comportato un miglioramento della vita di molti europei.

Quali questioni ancora aperte sfidano il corretto funzionamento delle istituzioni politiche, economiche e sociali dell’Unione?
Questa è certamente una domanda complessa, ma, per così dire, necessaria soprattutto per chi ha a cuore le sorti dell’Unione. Il nostro lavoro offre certamente delle risposte. I sette contributi che proponiamo non indugiano semplicemente in un’analisi su ciò che il riconoscimento della cittadinanza europea avrebbe dovuto produrre e che, invece, non ha concretamente realizzato. L’intento alla base dei diversi saggi è stato più problematico: la cittadinanza europea viene esaminata proprio in relazione alle questioni aperte che sfidano il funzionamento delle istituzioni politiche, economiche e sociali dell’Unione. Vorrei ricordare, a grandi linee, gli argomenti approfonditi. Fabio G. Angelini e Giusy Conza ripercorrono alcune tappe dell’evoluzione storica del concetto di cittadinanza europea per comprendere quale sia il legame che questa instaura con la cittadinanza nazionale e, nello specifico – anche attraverso l’ausilio di casi giurisprudenziali – quale ne sia l’argomentazione offerta dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia europea. Un aspetto cruciale per comprendere la relazione tra dimensione nazionale e dimensione interna è quello dell’identità. Mauro Bontempi traccia un profilo della dimensione identitaria dell’homo religiosus ponendo l’accento sul fatto che l’identità europea è il frutto dell’insieme di diversi ethos europei, che può rafforzarsi solamente mediante la crescita di un demos europeo definito in termini di un complesso di diritti e doveri condivisi, capace di consolidare i vincoli della cittadinanza entro istituzioni democratiche liberamente scelte. Questo è un passaggio cruciale per avviare una seria riflessione su uno dei problemi più impellenti che attanaglia l’Unione europea in questi anni, ossia l’adozione di politiche “illiberali” da parte dei governi di alcuni suoi paesi membri. Nel mio saggio mi soffermo allora sulle problematicità che investirebbero il concetto stesso di cittadinanza europea qualora si venissero a consolidare tali tendenze “illiberali” nel cuore dell’Europa, ossia la propensione a non rispettare i principi liberali attorno ai quali le istituzioni europee sono state forgiate e che da queste sono considerati imprescindibili. Per comprendere a fondo il motivo per il quale ci si trova davanti all’attuale situazione di “crisi” dell’Unione, è utile allora tornare a riflettere su quella che Silvio Cotellessa indica come l’“ambiguità costitutiva” della cittadinanza europea. Questa viene analizzata attraverso la “lente inattuale” offerta dalla riflessione di Michael Oakeshott, capace di chiarire la natura ambivalente delle organizzazioni politiche (sia a livello statale così come sul piano internazionale), nel momento in cui si assiste all’odierno scontro tra due visioni dell’Unione europea (europeismo e anti-europeismo). Se oggi la cittadinanza è in crisi, occorre specificare, però, di quale crisi si tratta. A tal proposito, Maurizio Serio sottolinea che è possibile sia delineare la potenziale crisi di una cittadinanza fondata su basi “derivate”, sia la sua utopia, qualora la si giunga a concepire come altra, diversa e non dipendente dagli spazi politici nazionali. Inoltre, per ripensare eventualmente il concetto di cittadinanza europea non si può prescindere dalle sfide che ci pone la tecnologia. In tal senso, il contributo di Massimiliano Vatiero ed Emanuele Martinelli offre uno spaccato sui meccanismi di funzionamento della tecnologia blockchain e sulle sue capacità rivoluzionarie (fatte non solo di vantaggi) all’interno del discorso democratico. Per addentrarsi dentro cambiamenti così profondi occorre avere ben chiaro quel è il modello cui si tende, o per lo meno quello che si intende riformare. A tal proposito, giunge in aiuto l’intervento di Dario Velo, che, infatti, ripercorre i caratteri costitutivi dell’Unione europea, con l’intento di chiarire i lineamenti dello specifico “modello” europeo che oggi si vuole mettere in discussione.

Come dovrebbe articolarsi un più effettivo percorso di integrazione europea e alla luce di quale visione?
Nella prefazione alla nostra ricerca, Flavio Felice sottolinea che, fin dal titolo, si fa riferimento al “sogno europeo”, una formula che quasi automaticamente richiama alla memoria il pensiero e l’azione di quelli che sono comunemente definiti i padri fondatori, i veri e propri ideatori di un così ambizioso progetto. Quindi, per tracciare qualche indicazione per il futuro, ancora una volta, il primo passo è voltarsi indietro per conoscere, apprezzare e criticare ciò che è stato fatto. Indubbiamente, il riferimento ai “fondatori” è spesso ammantato da una coltre di retorica, che in molti casi oscura l’effettivo contributo che essi hanno apportato alla costruzione dell’architettura ideale e istituzionale che garantisce ancora oggi il funzionamento dell’Unione europea. In tal senso, la riflessione di Felice crea uno sfondo storico, teorico e concettuale all’intera ricerca attraverso l’analisi di tre figure in particolare, quella di Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Luigi Sturzo. Chiaramente, la scelta di De Gasperi, Adenauer e Sturzo non è casuale: dal loro pensiero e dalla loro azione è possibile trarre soprattutto una serie di insegnamenti per affrontare le sfide che oggi rischiano di scuotere, forse in maniera letale, l’intera Unione. Dunque, c’è una chiara visione che ha orientato la nascita del percorso di integrazione europea. Ciò, però, non deve essere inteso come un perimetro rigido ed esclusivo. Anche perché – come sottolinea ancora Felice – i saggi elaborati nella ricerca che ho coordinato sottolineano come, in fondo, negli ultimi anni, si sia dimenticata l’eredità dei padri fondatori dell’Unione. Questi avevano una visione dell’Europa come famiglia di nazioni che unificava realtà affratellate da radici comuni: un’Europa “nazione di nazioni”, in cui la propria originaria identità nazionale si amplia in una più comprensiva identità europea. Oggi si dovrebbe ripensare, in termini nuovi, l’idea di “ampliamento” non per alzare steccati, ma per cercare di includere (e quindi non considerare con colpevole superficialità) quelle istanze critiche che sono emerse in maniera piuttosto dirompente negli ultimi anni.

In che modo è dunque possibile offrire nuovo slancio al ‘sogno’ europeo?
Sembrerà una risposta retorica, ma non vuole assolutamente esserlo: occorre costruire una nuova visione politica dell’Unione europea. La crisi causata dal Covid-19 ci ha messo davanti a una realtà inequivocabile: l’interdipendenza è un elemento ormai intrinseco nella nostra società. Possiamo isolarci per qualche settimana, addirittura per mesi interi, ma poi ci ritroviamo a dover affrontare i problemi in un’arena pubblica che non conosce confini. Da diversi punti di vista, questa è ormai una consapevolezza acquisita anche da diversi leader europei, che hanno aggiornato le loro posizioni politiche in maniera più includente, proprio per rispondere alle crisi provocate dalla pandemia. Chiaramente il futuro è incerto. Altre crisi ci aspettano, ma non dobbiamo cedere il passo al pessimismo. Nelle scorse settimane, in alcuni momenti critici nella gestione della pandemia, in molti erano convinti che l’architettura europea stesse collassando, ma poi la situazione è tornata quasi alla normalità. Ciò non basta, anzi, uno degli errori più gravi commessi dalle classi dirigenti europee del passato è stato quello di trovarsi impreparati davanti all’eccezionalità. Costruire una nuova visione politica europea non è affatto semplice perché occorre che le élite siano realmente tali – cioè in grado di guidare un processo rappresentativo del sentimento dei cittadini.

Antonio Campati è ricercatore di Filosofia politica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove ha conseguito anche il titolo di Dottore di ricerca in Istituzioni e politiche. È fellow del Tocqueville-Acton Centro Studi e Ricerche. È membro del comitato di redazione della Rivista di Politica, dell’inserto Prospettiva Civitas della rivista Prospettiva persona e de La Società. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulle trasformazioni della rappresentanza politica e sul ruolo delle élite e dei corpi intermedi all’interno delle democrazie. Su questi temi ha scritto diversi saggi apparsi su riviste e volumi collettanei. È autore di I migliori al potere. La qualità nella rappresentanza politica (Rubbettino, 2016).

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