“Chrétien de Troyes e il realismo del romanzo medievale” di Anatole Pierre Fuksas

Prof. Anatole Pierre Fuksas, Lei è autore del libro Chrétien de Troyes e il realismo del romanzo medievale edito da L’Erma di Bretschneider: come si esprimono le categorie di realismo, realtà e idealizzazione nelle opere di Chrétien de Troyes?
Chrétien de Troyes, romanzo medievale, Anatole Pierre FuksasLa questione del realismo è una delle più dibattute attraverso la storia dei nostri studi ed è anche un po’ inevitabile, considerato che la descrizione letteraria della realtà informa ancora oggi molti aspetti del modo in cui configuriamo e abitiamo l’idea stessa di realtà. Alcuni dei più importanti filologi e critici letterari del novecento, Auerbach, Bachtin, Pavel, hanno scritto pagine importanti, che ancora oggi fanno mediamente testo, specialmente al livello della scuola media superiore. Io ho provato a mostrare in che modo alcune categorie che noi associamo tipicamente al romanzo realista moderno siano in realtà operative fin dalle origini medievali del genere, facendo innanzitutto ricorso alla categoria del “prospettivismo”, introdotta da Cesare Segre, che per primo ha fornito argomenti davvero fondamentali al fine di accorciare le distanze tra medioevo e modernità. Innanzitutto ho provato ad illustrare che la definizione dello spazio del romanzo medievale riflette in maniera inevitabile il modo in cui i personaggi lo attraversano. Se da una parte le descrizioni di Chrétien riflettono in maniera tutto sommato “realistica” la società castrale del secolo XII, è soprattutto vero che il romanzo cavalleresco ha come protagonisti i cavalieri, nel caso specifico quelli della Tavola Rotonda, ed è inevitabile che l’ambiente nel quale questi protagonisti si muovono abbia contorni definiti dal fatto che viene attraversato a cavallo. Quello che a noi può apparire come un mondo dai contorni idealizzati non lo è dunque più di quello che magari vediamo rappresentato in un film western. Se dunque vogliamo parlare di “idealizzazione”, faremo bene a farlo anche a proposito di narrazioni che magari ci appaiono come “moderne” o “realistiche”. Questo ragionamento non vuole naturalmente sottrarre la categoria dell’idealizzazione cortese al romanzo medievale, che è evidentemente fondamentale per capire i romanzi di Chrétien, come ha mostrato bene Erich Köhler. Si tratta però di osservare che il mondo del romanzo medievale non è più idealizzato di quanto lo sia quello del romanzo realista moderno o contemporaneo. Dunque la categoria dell’idealizzazione non si presta a scandire periodizzazioni o cesure radicali nella storia del genere.

Lo stesso discorso vale per il ricorso al dialogo e alla presenza del narratore nella storia, che nel romanzo medievale in versi denota spesso un notevole e consapevole prospettivismo. Nei romanzi di Chrétien la cosiddetta “exposition” è affidata al narratore quando si tratta di esporre al pubblico questioni note ai personaggi, che invece dialogano tra di loro quando si tratta di precisare questioni ignote ad alcuni di loro. Se confrontiamo questo approccio con quello che troviamo in molta narrativa romanzesca (ma anche cinematografica o televisiva) moderna e contemporanea, ci accorgiamo che forse Chrétien si dimostra più “realista” di quanto non lo siano tanti narratori della modernità o, appunto, della contemporaneità. La questione della “causalità inversa” in funzione della quale molte circostanze narrative sono presentate nei romanzi di Chrétien si presta ad un ragionamento analogo. La costruzione a posteriori di situazioni che conducono a un certo esito narrativo non rappresenta una forma di “ingenuità” del romanzo medievale, ovvero di distanziamento dalla rappresentazione della cosiddetta “realtà”, quanto piuttosto un sapiente gioco di costruzione della suspense, che ritroviamo nella migliore narrativa romanzesca moderna, ma anche, e forse soprattutto, nella cinematografia del novecento, almeno da Hitchcock in poi, e nelle serie televisive che tanto appassionano ai giorni nostri. Potremmo anche osservare che la costruzione a posteriori del senso delle cose rappresenta un processo cognitivo caratterizzante del modo in cui costruiamo la nostra idea di realtà. Prendere compiutamente coscienza del fatto che si tratta di una modalità già caratteristica del romanzo medievale può forse contribuire a ripensare la nostra consapevolezza di chi siamo, anche da un punto di vista sociale e culturale, in una prospettiva di lungo periodo. Merita poi un ragionamento a parte la questione dell’alterità meravigliosa e/o trascendente, che ancora oggi trattiamo come se non ci riguardasse e la cosa sarebbe comica se non fosse tragica. Tendiamo a dimenticarci del fatto che i massimi capolavori della tradizione romanzesca moderna e contemporanea, o comunque i romanzi di maggior successo, sono proprio caratterizzati da aspetti di “real meravilloso”. In un lavoro del 2007, basato sui dati che emergevano dai social network letterari (quando ancora era possibile accedere ai dati di sintesi e alle librerie caricate dagli utenti), mostravo come i romanzi più posseduti al mondo in lingua originale o traduzione, e quindi plausibilmente più letti, fossero quelli della serie di Harry Potter di J. K. Rowling e i “classici” più presenti fossero Cien Años de Soledad di Gabriel García Márquez, Nesnesitelná lehkost bytí di Milan Kundera, O Alquimista di Paulo Coelho e Das Parfüm di Patrick Süskind. Se combiniamo questo dato col fatto che la Science Fiction e il Fantasy sono invenzioni moderne, potremo facilmente mettere da parte l’idea che il medioevo sia magico e meraviglioso, mentre la modernità e la contemporaneità sono invece dominate da un’idea di realismo parametrata su, che ne so, Flaubert e Tolstoj. E invece quando pensiamo al romanzo medievale ci vengono in mente le fate e i draghi, i maghi e le streghe, le pozioni magiche e gli altri prodigi, come se questi espedienti non fossero parte di tutta la tradizione romanzesca. Peraltro, e di questo parlo nel libro, Chrétien de Troyes fa uno sforzo straordinario di “contenimento del meraviglioso”, presentando spesso e volentieri gli elementi “soprannaturali” come interpretazioni formulate dai suoi personaggi, in genere quelli secondari, di fatti che trovano comunque una loro intrinseca ragione e spiegazione giuridica nei rapporti di fiducia o dipendenza che sostanziano le leggi vigenti. In questo senso i romanzi di Chrétien si dimostrano clamorosamente più “realisti” di una grandissima parte della tradizione romanzesca moderna e contemporanea.

In conclusione, ho introdotto un ragionamento su un significativo aspetto di coerenza della tradizione romanzesca che fa seguito ai romanzi di Chrétien, osservando come i suoi continuatori cerchino di situarsi in una dimensione organica e “collaborativa” del genere, usando i suoi personaggi in maniera quanto più possibile coerente. Sembrerebbe che il genere romanzesco si auto-pensi fin dalle sue origini nella mente di tutti coloro che contribuiscono a definirlo come tendenzialmente esaustivo e accumulativo, che cioè gli autori romanzeschi condividano gli uni con gli altri la consapevolezza di partecipare ad un gioco inclusivo del quale assumono, in maniera non necessariamente esplicita e codificata, convenzioni e modelli. Questa consapevolezza potrebbe essere alle origini del successo di un genere letterario destinato a svolgere un ruolo egemonico nella storia della letteratura europea, poi di quella occidentale e ora di quella mondiale. Nel complesso, direi che si tratta di ripensare il concetto di “realismo”, ma anche proprio quello di “realtà”, in una prospettiva che magari ci aiuti a pensarci meno moderni e più medievali di quanto non siamo. Magari dovremmo superare alcuni aspetti dell’idealizzazione romantica che troppo a lungo ha influenzato la nostra idea del medioevo, favorendo un appassionato distanziamento di tutto ciò che è medievale, dunque un’amplificazione della sua cosiddetta “alterità”. Più in generale, dovremmo certamente smetterla di distanziare quello che non ci piace di noi stessi trattandolo come “altro da noi”, proiettandolo altrove, in epoche o culture che decidiamo di percepire come “altre” anche quando in effetti sono parte integrante della nostra.

Quali sono gli aspetti caratterizzanti dei romanzi di Chrétien de Troyes?
Invertirei la questione, osservando che Chrétien de Troyes inventa gli aspetti caratterizzanti di ciò che ancora oggi definiamo “romanzesco”. Oltre a tutto ciò di cui parlavo poco sopra, cioè degli aspetti che ho discusso nel libro, menzionerei il tratto caratterizzante che ad essi presiede, cioè l’idea che si possa dare senso agli eventi e alle storie in considerazione della loro iscrizione all’interno di un quadro tematico. Possiamo pensare a Chrétien come a un grande “interprete” delle storie dei cavalieri della Tavola Rotonda e ai suoi romanzi come a “interpretazioni” di quelle storie in considerazione di alcuni temi ricorrenti. Dal momento che Chrétien si presenta come grande traduttore di Ovidio nel prologo del romanzo di Cligés (ed è un peccato che delle sue traduzioni ci sia rimasto pochissimo, per non dire quasi nulla), non sorprende che i temi in base ai quali elabora la sua interpretazione siano sostanzialmente di carattere amoroso. Il fatto che le varie avventure dei cavalieri della Tavola Rotonda siano inquadrate all’interno di una prospettiva amorosa che sostanzia l’idea di cortesia ci consente di osservare come alcune categorie perduranti nello spettro del romanzesco siano caratteristiche del genere fin dalla sua gestazione, anche in considerazione di un’idea del “tragico” che è propria della teoria medievale dei generi. La vicenda di Erec et Enide, come quelle di Cligès e di Yvain nel Chevalier au Lion fondano l’idea stessa del marriage plot in un’ottica che trascende in senso “moderno” la tradizione romanzesca “storica” antecedente (ad esempio l’idea inevitabilmente provvidenziale del matrimonio che emerge dal Roman d’Eneas). Questi tre romanzi di Chrétien insieme al Chevalier de la Charrette tematizzano variamente, ma in maniera tutto sommato coerente, il rapporto tra sentimento amoroso e onore cavalleresco che ancora oggi struttura molta parte del modo in cui costruiamo la percezione romanzesca della nostra identità. Quanto al Conte du Graal potremo forse osservare che ad esso fanno capo gli aspetti più enigmatici e misteriosi che il romanzesco ha saputo sviluppare attraverso la sua storia, anche in considerazione del fatto che si tratta di un’opera incompiuta e, per questo, soggetta a plurime continuazioni interpretative. Questi sono spunti che certamente potrebbero essere meglio sviluppati e motivati, ma spero di rendere almeno l’idea di cosa intendo quando parlo di Chrétien de Troyes come di un “interprete” delle storie dei cavalieri della Tavola Rotonda. Voglio in sostanza dire che interpreta le loro avventure, recepite da una tradizione che purtroppo conosciamo solo indirettamente, in considerazione di una visione tematica elaborata in base alla sua personale elaborazione di un modello culturale incentrato su alcune opere fondamentali della classicità.

In che modo i romanzi di Chrétien de Troyes accorciano la distanza tra il romanzo cavalleresco medievale e quello cosiddetto realista moderno?
Le nostre periodizzazioni letterarie si dimostrano ancora oggi centrate su un’idea realismo che a ben vedere riflette visioni profondamente schematiche e approssimative. Ad esempio la perdurante distinzione tra romance e novel rimonta a Walter Scott, secondo il quale il romance sarebbe «a fictitious narrative in prose or verse; the interest of which turns upon marvellous and uncommon incidents», mentre nel novel «events are accommodated to the ordinary train of human events and the modern state of society». In realtà la tensione dialettica tra queste due categorie è sostanzialmente operante all’interno di qualunque romanzo mai scritto, medievale, moderno o contemporaneo che sia. Le opere appartenenti al genere romanzesco possono situarsi più vicine ad un estremo o all’altro dello spettro in base a quanto efficace si dimostri il loro tentativo mistificatorio di identificazione con la “realtà”. Gli argomenti che suggerivo rispondendo alla prima e alla seconda domanda confermano questa ipotesi, o così almeno mi pare.

Nel libro Lei accenna alla verità delle emozioni dei personaggi, come il più importante dei tratti “moderni” del poeta francese: quale aperta formulazione trova tale principio da parte del nostro?
Si tratta di un argomento che in effetti ho solo accennato nella parte conclusiva del libro, perché ci sto ancora lavorando nell’ambito di un ampio progetto di ricerca sulle emozioni nella letteratura arturiana che coinvolge studiosi di tutto il mondo. In realtà ho già scritto parecchio sulla questione in vari articoli scientifici apparsi qua e là e mi rendo conto che si tratta di un tema meritevole di una trattazione sistematica, perché l’elaborazione una nuova idea di realismo basata sulla realtà più profonda, quella delle emozioni che danno forma e senso alla nostra esperienza del mondo, è secondo me urgente e necessaria, soprattutto per ragioni pedagogiche. Proveniamo da una tradizione culturale che ha fatto della soppressione delle emozioni un’esigenza predominante e non sorprende che ancora oggi quando parliamo di emozioni facciamo in sostanza riferimento a una tradizione che fa capo alla teoria galenica, così come facevano i nostri antenati medievali. Almeno fino all’ultimissimo scorcio del millennio scorso, quando Damasio ha cominciato a pubblicare i suoi studi sull’argomento, mettendo in discussione l’idea che le emozioni non siano qualcosa di “reale” e scientificamente studiabile poiché rappresentano un aspetto troppo soggettivo dell’esperienza umana, sapevamo pochissimo di che cosa le emozioni siano e come funzionino. Forse ancora oggi la lettura di un romanzo ci dice di più sui sentimenti che proviamo di quanto non ci dica la lettura di un trattato scientifico.sull’argomento. Solo ora comincia a farsi spazio l’idea che non ci sia nulla di più reale delle emozioni che proviamo, poiché la nostra esperienza del mondo è emotiva e ogni evento percettivo acquisisce significato in considerazione delle risposte emotive che suscita, avviando processi decisionali dai quali conseguono le nostre azioni. Proiettando tutto questo ragionamento alle origini del genere romanzesco, e già alcune osservazioni che proponevo in risposta alla seconda domanda andavano in questa direzione, possiamo osservare come l’interpretazione delle storie dei cavalieri della Tavola Rotonda fornita da Chrétien sia proprio basata sull’analitica disamina delle risposte emotive dei personaggi. Ci sono molti passi nel corso dei quali Chrétien tematizza questa sua lettura emotiva degli eventi in modo esplicito. Ad esempio quello in cui spiega per quale motivo un cavaliere prestante come Cligès possa aver paura di una damigella minuta come Fenice (perché ha in realtà paura di Amore, temibile forza tematica che prende le forme di una baronessa medievale, e della sua legge), o ancora quello in cui Guenièvre spiega a Lancelot i sentimenti che ha provato al momento in cui si è trovato ad esitare prima di salire sulla carretta dell’infamia. Nel prologo del Chevalier au Lion, poi, sembrerebbe che Chrétien voglia proprio spiegare che il romanzo non si ascolta con le orecchie (i romanzi in versi erano pensati per essere letti in pubblico, quindi ascoltati), ma col cuore, poiché la verità del racconto non è necessariamente la verità dei fatti narrati, quanto piuttosto quella dei sentimenti dei quali si fa interprete, con i quali il lettore e il pubblico devono empatizzare. Sarebbero tanti gli spunti da menzionare per ragionare sul fatto che l’idea di “realismo” di Chrétien è informata dalla verità dei sentimenti e che la sua idea di realismo si fonda su un principio di empatia. Spero che i pochi ai quali ho fatto riferimento spieghino perché dovremmo ricominciare ad interrogarci su cosa cerchiamo quando cominciamo a leggere un libro o andiamo al cinema per capire cosa veramente rende un racconto “realistico”.

Anatole Pierre Fuksas è professore di Filologia e Linguistica Romanza all’Università degli Studi di Cassino

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