“Chiesa e nazione ai confini d’Italia” a cura di Camilla Tenaglia e Marco Bellabarba

Dott.ssa Camilla Tenaglia, Lei ha curato con Marco Bellabarba l’edizione del libro Chiesa e nazione ai confini d’Italia pubblicato da Le Monnier: quale importanza rivestono, per la storia del rapporto tra Chiesa cattolica e Nazione, le vicende dell’area di frontiera tra lo spazio italiano e quello imperiale asburgico, e in modo particolare nelle province che vennero annesse al Regno d’Italia all’indomani del primo conflitto mondiale, il Trentino, il Sudtirolo-Alto Adige, la Venezia Giulia?
Chiesa e nazione ai confini d'Italia, Camilla Tenaglia, Marco BellabarbaIl rapporto tra Chiesa cattolica e Nazione è molto complicato perché vede la contrapposizione tra istanze nazionali e nazionalistiche, quindi particolari, e un’entità che rivendica un profilo universale, più ancora che internazionale. Il volume che ho curato con il professor Bellabarba (Università di Trento) si propone di indagare i casi delle cosiddette province irredente: il Trentino, il Sudtirolo-Alto Adige, la Venezia Giulia. Abbiamo deciso di prendere in considerazione il lungo e travagliato periodo tra la fine dell’Ottocento e la Seconda Guerra Mondiale: un periodo profondamente segnato dalle tensioni nazionali, molto forti in un impero multinazionale come quello asburgico. La dissoluzione dell’impero all’indomani della Prima Guerra Mondiale e l’affermazione del principio di autodeterminazione dei popoli wilsoniano diedero il via a una fase di transizione profonda che investì in primo luogo proprio quei territori che vennero accorpati dall’Italia. Le province annesse non erano però omogenee dal punto di vista nazionale, se il Trentino e l’Alto Adige erano infatti divisi linguisticamente in maniera abbastanza netta, con una piccola zona mistilingue, la Venezia Giulia vedeva la convivenza di italiani, tedeschi e slavi, questi ultimi inoltre considerati culturalmente inferiori. Le difficoltà di quella transizione offrirono terreno fertile per nuove rivendicazioni nazionali e istanze di italianizzazione forzata dei fascisti, che, giunti al potere, portarono avanti politiche brutali di snazionalizzazione. Quello stesso periodo fu poi fondamentale anche per la Santa Sede, che, con la Questione Romana ancora aperta, cercava di affermarsi sulla scena internazionale con un nuovo ruolo di leader universale.

I contributi raccolti nel volume si propongono però anche di mostrare quanto la questione nazionale, sebbene fondamentale, fosse solamente uno di molti nodi all’interno di situazioni molto complesse e quanto sia quindi importante evitare di appiattirle ad un solo fenomeno. Da parte delle gerarchie ecclesiastiche locali erano presenti molte altre preoccupazioni che spesso si intrecciavano con quella nazionale, nel tentativo di difendere i privilegi della Chiesa minacciati dalla modernità e con l’annessione all’Italia anche da un ordinamento non certo favorevole quanto quello asburgico. Le rivendicazioni linguistiche delle minoranze ad esempio, presenti sia da parte italiana e slava prima dell’annessione, che da parte tedesca e slava dopo il 1918, erano strettamente legate alla questione dell’educazione dei giovani, tema cruciale per la Chiesa cattolica anche a prescindere dalle istanze nazionali e che infatti sotto il regime fascista tornerà alla ribalta nella difesa dell’attività dell’Azione Cattolica.

In che modo la Santa Sede affrontò il fenomeno del nazionalismo tra le due guerre mondiali?
Molto è stato scritto sulla posizione della Santa Sede di fronte al nazionalismo tra le due guerre mondiali e ai totalitarismi che ne scaturirono. Nel nostro volume questa tematica è stata affrontata approfondendo un caso di studio caratterizzato da una storia complessa sia dal punto di vista nazionale sia da quello religioso. La questione nazionale era infatti già molto importante nel corso dell’Ottocento con le richieste di maggiore autonomia all’interno di una cornice multinazionale come quella dell’Impero asburgico, dove già si intrecciava alla religione (su questo di vedano i saggi di Andreas Gottsmann e Oliver Panichi). La transizione all’Italia segnò una forte discontinuità da entrambi i punti di vista: la minoranza italiana si trovò a essere parte della maggioranza, ma soprattutto dal punto di vista religioso si passò da una grande potenza cattolica allo stato che teneva il Papa prigioniero in Vaticano. Per quanto riguarda il caso di studi specifico non è poi da dimenticare l’impatto delle politiche italianizzanti del fascismo sui confini, specialmente quello orientale.

La posizione della Santa Sede di fronte al nazionalismo, affrontata nel volume da Raffaella Perin, non può prescindere infine dall’esperienza del Pontefice, Pio XI, che era stato nunzio in Polonia e già si era trovato a confrontarsi con istanze nazionaliste.

Nel volume assume particolare rilevanza la figura di Celestino Endrici: quale concezione caratterizzò l’idea di Patria, nazione e Stato nelle riflessioni e nell’azione del mondo cattolico trentino durante il suo episcopato?
Il volume raccoglie gli interventi di un convegno organizzato all’Università degli Studi di Trento nel marzo 2019 in occasione della chiusura del mio percorso di dottorato, il cui oggetto era una ricerca appunto su monsignor Celestino Endrici, vescovo di Trento dal 1904 al 1940. Il prelato trentino fu nominato secondo le norme asburgiche dall’imperatore e, in quella sede, valutato anche per la sua lealtà vista la rilevanza della questione nazionale in quegli anni, era anche il periodo degli scontri sull’università italiana a Innsbruck. Durante la Prima Guerra Mondiale però fu dapprima confinato in una sua residenza nei pressi di Trento e successivamente in un’abbazia cistercense vicino a Vienna proprio perché si metteva in dubbio la sua fedeltà all’Imperatore, a causa soprattutto della fredda reazione all’entrata in guerra. Nonostante le molte pressioni egli non rassegnò le dimissioni e nel 1918 tornò in sede, presentandosi quindi come il martire dell’italianità del Trentino. Nella realtà però la questione nazionale per Endrici era molto più complessa e l’utilizzo che fece delle sue benemerenze fu soprattutto strumentale per ritagliarsi un ruolo di primo piano nella definizione degli assetti legislativi e sociali nel Trentino del primo dopoguerra con il passaggio all’Italia, nel tentativo di difendere i molti privilegi goduti dalla chiesa sotto il dominio asburgico. Come sottolineo nel mio saggio e come emerge chiaramente anche dai contributi di Paolo Pombeni, Armando Vadagnini e Severino Vareschi, Endrici fin dall’inizio del suo episcopato si fece promotore della difesa della cultura italiana in Trentino, ma senza mai invero mettere in dubbio il legame con la corona austriaca. La rivendicazione era piuttosto quella di un’autonomia amministrativa, che era poi anche parte della tradizione trentina. Questa richiesta di autonomia sarà poi accolta dal popolarismo, in particolare nella figura di De Gasperi. Endrici fu infatti il cuore del mondo cattolico trentino, a cui partecipò attivamente prima della sua nomina vescovile e a cui diede forte slancio da dietro le quinte.

In quanto vescovo, e dal 1929 arcivescovo, con molta esperienza nella gestione di una grande e variegata diocesi come quella trentina, Endrici emerse anche come uno dei punti di riferimento nell’ambito episcopale delle Tre Venezie, svolgendo un ruolo di intermediario e promotore di iniziative a livello della conferenza episcopale. Mantenne infatti legami con gli altri vescovi delle diocesi irredente, soprattutto Francesco Borgia Sedej, arcivescovo di Gorizia, promuovendo anche un incontro tra loro nel 1921 a Venezia.

Quale posizione assunse la Santa Sede riguardo ai diritti religiosi delle minoranze nazionali ai nuovi confini d’Italia?
Dopo la Prima Guerra Mondiale il Regno d’Italia annesse alcuni territori fino ad allora sottoposti alla corona asburgica: il Trentino e l’Alto Adige (fino al passo del Brennero) e la Venezia Giulia. Per la prima volta nella sua storia si dovette quindi confrontare con la presenza all’interno del territorio nazionale di minoranze linguistiche di una certa rilevanza. In aggiunta questi territori, in particolare il Trentino, vedevano un ruolo sociale molto attivo anche politicamente della Chiesa Cattolica, che in Italia era inibito dal perdurare della Questione romana.

La chiesa, con in prima linea gli episcopati locali, fu quindi molto attiva nella difesa dei propri privilegi, che molto spesso si allineavano con la difesa delle minoranze. L’esempio principale in questo senso è senz’altro quello dell’educazione religiosa nelle scuole. Nella diocesi di Trento, che comprendeva all’epoca anche la maggioranza dell’Alto Adige, l’insegnamento era affidato a religiosi, che nell’area di Bolzano erano di lingua tedesca. L’obbligatorietà dell’utilizzo dell’italiano fu una delle ragioni dell’allontanamento di molti sacerdoti dalle scuole e quindi, dalla prospettiva della curia trentina, di un forte ridimensionamento dell’insegnamento religioso ai bambini, che non avrebbe potuto essere trasmesso altrettanto efficacemente dai laici. Anche nella Venezia Giulia la questione linguistica era profondamente legata alla presenza nella società della Chiesa, visto che la popolazione slava era tendenzialmente più religiosa di quella italiana.

La Santa Sede agiva nell’ambito della questione nazionale su più livelli in base alla migliore strategia per le contingenze politiche. Se infatti nel primo dopoguerra le attività in questo senso vennero svolte principalmente dagli ordinari, in particolare Endrici e Borgia Sedej (Arcivescovo di Gorizia), con l’avvento del fascismo e il crescere delle tensioni con il regime si privilegiò un controllo più centralizzato. Come descritto da Daiana Menti nel suo saggio, un ruolo importante fu svolto dal gesuita padre Pietro Tacchi Venturi, il maggiore mediatore tra Vaticano e regime sia prima che dopo la stipula dei Patti lateranensi del 1929.

Camilla Tenaglia collabora con l’Istituto Storico Italo-Germanico (FBK) in Trento dal 2015. Si occupa di storia della Chiesa in età contemporanea e storia del Trentino. Si è addottorata presso l’Università di Trento con una tesi dal titolo Celestino Endrici: un Principe Vescovo in Italia 1918-1940. Ha pubblicato il saggio «Da cardinale volante a Papa internazionale: Pacelli sul trono di Pietro», nel volume a cura di Bernardini e Cornelißen La medialità della storia. Nuovi studi sulla rappresentazione della politica e della società (Il Mulino 2019).

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