Chi ha paura dei classici?, Enrico TerrinoniProf. Enrico Terrinoni, Lei è autore del libro Chi ha paura dei classici? edito da Cronopio: innanzitutto, cos’è un classico?
Un classico è un libro del futuro, che vive una vita silenziosa, e ha un dopo morte clamoroso ed eterno. Questa è la mia visione personale e idiosincratica, perché di definizioni di classico ce ne sono a centinaia, in tutte le culture e in tutte le lingue. Come a dire che un classico è quel che vogliamo definire classico. È una battaglia a metà tra il soggetto e l’oggetto, l’oggettività coriacea e solida, e l’ineludibile aerea singolarità delle scelte e dei gusti soggettivi. Paradosso? Certamente, ma la letteratura vive di paradossi, e chi crede il contrario si illude. Per questo, mi piacerebbe che si ritornasse a una critica letteraria e culturale incentrata non sulle certezze ma sui dubbi; e dirò di più, sul piacere della lettura, più che su un fantomatico desiderio di vivisezionare i testi per comprenderli, perché a casa mia comprendere significa anche perimetrare, e non si può tracciare un perimetro attorno a ciò che si sogna infinito. Di conseguenza non si può nemmeno insegnare la letteratura, nonostante siamo tanti a farlo, io compreso. Ma chi ci riesce davvero, a mio avviso, è soltanto chi “insogna”, non chi insegna. Per questo dico che per me il classico è un non-morto vivente, che si ciba di eternità, dell’abisso che imprigiona la luce. Non delle visioni luminose, artefatte, e dunque presto museificate dell’immaginario.

Nel Suo libro, si interroga provocatoriamente «Perchè mai non ci è concesso di considerare classico un libro come The Da Vinci Code, oppure Io uccido di Giorgio Faletti?»: come si costruisce il canone degli autori classici?
È una domanda retorica, ovviamente. Il canone dei classici, chi lo vuole costruire, lo costruisca pure. Io semmai mi interesso di decostruirlo. La parola canone per me rimanda più alla musica, una musica fatta di contrappuntismi. Di risposte che rincorrono domande, ben consapevoli che sono queste ultime le più interessanti. Un canone letterario per me dovrebbe essere fatto di domande, e non di risposte, come invece avviene. Detto questo, non voglio negare che esista un canone, ma soltanto affermare che esiste in un’idea di pluralità. Ossia, esistono canoni, ma la loro stessa esistenza può essere smontata in base a parametri culturali, temporali, teorici, psicologici, e così via. Il canone per me è un muro da abbattere, affinché se ne sostituisca la materia costitutiva, e la composizione. Dalla materialità dei mattoni che non consentono di guardare attraverso, ma solo oltre, scavalcandoli, dovremmo pensare a un canone aereo. Un muro d’aria, insomma. Sapendo bene che la densità della stessa cambia anche in base all’altitudine. Sono quindi io l’ultima persona che può provare a suggerire come si costruiscono i canoni, se intendiamo questa frase dal punto di vista di chi li costruisce. E questo capita. Se invece la domanda riflette su se stessa, ci si accorge che i canoni si costruiscono da sé. E come tutte le costruzioni del sé, sono destinati a esser messi in discussione. Pensiamo, invece che a costruzioni del sé, a costruzioni del se congiunzione, aporetiche, aperte alle possibilità.

Ulysses di James Joyce rappresenta «un classico dei classici della contemporaneità, libro studiatissimo ma non sempre così letto (forse proprio perché troppo studiato)»: cosa lo rende straordinario?
Il suo non esser capito, ovvero come dicevo sopra, compreso. Puoi studiare Joyce e la sua opera infinita per decenni, come capita al sottoscritto, ma se ti azzardi a dire che l’hai capita, sei un ingenuo. Perché l’idea di comprensione, oltre ai rimandi geometrici che dicevamo, ha anche una sua applicabilità condizionata dalla materia a cui vogliamo applicarla. Comprendere il vento, ad esempio, le nuvole, o le onde dell’oceano, è inutile. Allora, i classici, come dico nel libro credo, e Ulisse prima di tutti, non rivelano, ma ri-velano, pongono ulteriori veli. E dirò di più: non si rivelano, ma si ri-velano. Si auto-ammantano non di , come fanno i libri fasulli, narcisistici, ma di se. Si dice che Ulisse è un libro oscuro, qualche ingenuo si ostina persino, non leggendolo abbastanza, a chiamarlo elitario, quando invece è l’opera più democratica che esista, come ha spiegato bene tante volte il filosofo Giulio Giorello scomparso due giorni fa. Non ci si rende conto infatti che un libro-vita deve essere oscuro perché lo è la vita; e un libro democratico deve essere difficile perché la democrazia è difficile. L’elitarismo, invece, non è né oscuro né difficile. È la cosa più evidente, e semplicistica di sempre. Insomma, Ulisse è straordinario perché ci parla di noi e non di sé, e lo fa in maniera ipotetica.

Quali paralleli è possibile tracciare tra l’opera di Shakespeare e James Joyce?
Infiniti, come i mondi nell’universo infinito che rintracciava Bruno, coetaneo di Shakespeare, e contemporaneo in spirito di Joyce, se è vero che Joyce combatte la sua stessa battaglia sperando di vincerla. Una battaglia contro il conformismo, contro il dogmatismo, contro l’oscurantismo. Una battaglia per l’apertura, per le possibilità. E Shakespeare, che da Coleridge viene definito “uomo dalle mille menti” si pone sullo stesso piano. Joyce si propone di essere un nuovo bardo, un altro uomo dalle mille menti, che non si ammanta di arie di superiorità: non è questo il mantello che lo nasconde. Semmai, smantella, ossia, toglie il mantello e al contempo sradica, contorce, polverizza le strutture coriacee di immaginari preconfezionati, quelli che ci piacciono tanto perché così consolatori. Shakespeare nel Finnegans Wake di Joyce diviene Shapesphere, che è sia un “modella-mondi” (shape + sphere) sia un “modella-paure” (fear), ma è anche la paura delle forme (shapes fear). E se diviene tutto ciò, è proprio perché Joyce, con Shakespeare, tramite le loro opere, vogliono dirci che non dobbiamo avere paura delle forme. Anzi, dobbiamo andare verso l’altro che non conosciamo con intrepido coraggio, e diventare l’altro. Con l’intrepido coraggio con cui Bruno affrontò le fiamme su cui soffiò quattrocento anni fa l’oscurantista Chiesa di Roma.

L’Irlanda «ha sfornato classici tra i più importanti della letteratura mondiale, da Joyce a Beckett, da Swift a Wilde, da Shaw, a Yeats»: quali suggestioni letterarie suscita l’isola verde?
Cito di nuovo Giorello, grande amante dell’Irlanda, e di Joyce, morto il giorno della pubblicazione di Gente di Dublino (il 15 giugno) e il giorno prima del famigerato Bloomsday (16 giugno), la data in cui si svolge il suo amatissimo Ulisse. L’Irlanda, prima colonia inglese in Europa – checché ne dicano i conservatori i quali a loro volta si autoconsolano chiudendo gli occhi di fronte alla verità – è una nazione infinita nel senso che non è finita, inconclusa, a metà. Questa divisione, con i continui conflitti, ha plasmato quella che un grande poeta irlandese del Novecento, Kinsella, ha definito una dual mind, una scissione mentale, che consente di avere due prospettive, antitetiche, contraddittorie, paradossali, al contempo. Quindi, i grandi scrittori irlandesi si muovono funambolicamente su un percorso mediano, che consente di posare una gamba di qua e una di là, rimanendo però sempre parte di un ambiente ibrido. Questo conferisce ai grandi che avete citato una ineffabilità che li rende “incomprensibili” nel senso definitivo di cui sopra. Chiunque vada in Irlanda se ne accorgerà anche nell’ultimo dei pub di provincia di questa renitenza ad essere incapsulati. La seconda delle mie conclusioni nel libro se non sbaglio è dedicata all’Irlanda, e a quel che io chiamo il suo “infinito esitare”. È questa, per me, la cifra dell’immensità di quest’isola divisa.

Enrico Terrinoni, PhD all’University College di Dublino, è Professore Ordinario di Letteratura Inglese all’Università per Stranieri di Perugia

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link