“Cherilo di Iaso. Testimonianze, frammenti, fortuna” di Marco Pelucchi

Dott. Marco Pelucchi, Lei è autore del libro Cherilo di Iaso. Testimonianze, frammenti, fortuna, edito da De Gruyter: che rilevanza assume, nella cornice della letteratura poetica su Alessandro, quello che è passato alla storia come il ‘peggior poeta’ greco?
Cherilo di Iaso. Testimonianze, frammenti, fortuna, Marco PelucchiCherilo svolge un ruolo del tutto particolare nel contesto della letteratura poetica su Alessandro, che è quasi completamente perduta. Dalle fonti possiamo infatti farci l’idea di un nutrito gruppo di intellettuali cui Alessandro affidò il compito di cantare la propria impresa: alcuni sono poco più che nomi, completamente ignoti o quasi, ma anche quando si tratta di figure celebri, come nel caso del filosofo Pirrone di Elide o del retore Anassimene di Lampsaco, solo una o due testimonianze relative ai poemi che scrissero per Alessandro sono conservate. In questo contesto, Cherilo è invece un unicum: nel suo caso, possiamo contare su una tradizione molto ampia, per quanto ripetitiva e non necessariamente affidabile, oltre che particolarmente complessa, che coinvolge papiri ercolanesi ed egiziani, fonti scoliografiche e lessicografiche, di ambito sia greco sia latino.

Uno studio delle testimonianze di Cherilo e dei frammenti a lui attribuibili rappresenta in un certo senso l’unica possibilità a nostra disposizione per tentare di comprendere questo tipo di poesia praticata alla corte di Alessandro. Si tratta di un momento – il IV secolo – particolarmente sfuggente della poesia greca, a cavallo tra età classica ed età ellenistica, e che ha lasciato pochissime tracce. All’interno di questo quadro, la quasi completa sparizione del versante poetico dell’alessandrografia è tuttavia sorprendente, considerando il carattere indubbiamente ‘epico’ dell’impresa di Alessandro che nel giro di pochi anni ampliò i confini del mondo conosciuto e aprì la strada per un nuovo capitolo della storia greca. Il caso di Cherilo permette in questo senso di affrontare anche il problema delle sorti cui andò incontro la poesia alessandrografica, andata perduta nonostante gli evidenti sforzi di Alessandro nel circondandosi di poeti che – così sperava – potessero cantarlo come Omero aveva fatto con Achille. Alessandro non riuscì tuttavia a diventare il protagonista di un immortale poema epico, a differenza del ruolo che svolse sul piano della storiografia e quindi della prosa.

Cosa sappiamo della vita di Cherilo?
La notizia più importante, fornita dalla tradizione latina, è il suo legame con Alessandro, che permette di collocare Cherilo in un preciso quadro storico e cronologico e di comprendere il suo poema come epica storica dedicata a un fatto contemporaneo. Per il resto, tutto è incerto, ma molti dettagli possono essere chiariti grazie a un’analisi filologica delle fonti.

Abbiamo in particolare a disposizione il lemma dedicato a Cherilo in un lessico bizantino, la Suda, che è spesso l’unica fonte per noi delle biografie dei poeti antichi. Il problema è che in questa breve biografia il materiale relativo al nostro Cherilo è stato confuso e unito a quello di un poeta a lui precedente, Cherilo di Samo, vissuto nel V secolo, che aveva messo in versi le guerre persiane. Una rilettura del lemma della Suda permette di distinguere chiaramente le informazioni relative a questi due poeti, rivelando notizie fondamentali su Cherilo di Iaso. Innanzitutto, il suo luogo di origine, Iaso (oggi in Turchia): non è un dettaglio da poco, perché Alessandro ebbe frequenti contatti con questa città e con la dinastia degli Ecatomnidi che la governò in questi anni. Da Iaso provenivano infatti altri personaggi al suo seguito. Senza questo fondamentale dato contestuale, molto ci sfuggirebbe del legame di Cherilo con Alessandro, e non avremmo alcuna possibilità di supporre un suo possibile ruolo presso la corte ecatomnide, grazie alla quale potrebbe essere avvenuto proprio il suo primo contatto con Alessandro.

La testimonianza della Suda trasmette anche la notizia della composizione di un poema dedicato alla guerra lamiaca, il primo e forse l’unico dedicato a questo scontro decisivo, che segnò la sconfitta di Atene e in generale del mondo delle poleis preparando l’egemonia macedone sulla Grecia e quindi il nuovo sistema dei regni ellenistici. Questo secondo poema fu tuttavia ancora più sfortunato, perché ne conserviamo soltanto il titolo.

Ha accennato alla fondamentale notizia del legame tra Cherilo e Alessandro: che rapporto li univa?
Le fonti non precisano esattamente quale tipo di rapporto sia intercorso tra Alessandro e Cherilo e anzi sono contraddittorie su questo punto. Secondo Orazio, Alessandro premiò Cherilo con una ricompensa, secondo altre fonti, invece, lo punì per non averlo celebrato adeguatamente. Alcune fonti precisano in particolare che Cherilo sarebbe stato ricompensato con una moneta aurea in cambio di ogni verso composto, ma secondo altre fonti il patto prevedeva che questo valesse solo per i versi ben fatti, e che il poeta avrebbe invece ricevuto un pugno per ogni verso mal composto – così, Cherilo sarebbe morto proprio per le percosse. Dall’analisi delle testimonianze è emerso che la prima versione, cioè quella a lieto fine per Cherilo, deve essere stata quella originale.

La versione di Orazio sembra quella da identificare come autentica anche perché contiene un giudizio negativo su Alessandro, implicitamente criticato come cattivo giudice di poesia, in quanto incapace di scegliere un poeta degno delle proprie imprese. Sembra cioè probabile che qualcuno abbia inventato la versione alternativa per salvare Alessandro proprio da questa critica. Tracce di una tradizione apologetica relativa ad Alessandro emergono anche altrove nella letteratura greca; per esempio, Luciano di Samosata riporta un aneddoto secondo cui Alessandro avrebbe gettato in un fiume l’opera di Aristobulo giudicandola inverosimile e adulatoria. Ancora, secondo altre fonti, Alessandro declinò l’offerta ricevuta da un poeta – Anassimene o Cherilo stesso – che gli avrebbe promesso un poema in suo onore: “preferirei – avrebbe risposto Alessandro ­– essere il Tersite di Omero piuttosto che il tuo Achille”. Si tratta di aneddoti chiaramente inventati per difendere Alessandro dall’accusa di essersi circondato di uno stuolo di cortigiani (un “coro di sofisti e adulatori” per usare un’espressione di Plutarco) invece che di amici e consiglieri fedeli.

Cosa è giunto sino a noi dell’opera di Cherilo?
Una risposta pessimistica potrebbe essere: nulla. Dell’opera di Cherilo avremmo cioè solo fonti indirette, da cui sembra di comprendere che Cherilo presentasse Alessandro come un nuovo Achille, e poco altro. Anche se nessun frammento è tramandato esplicitamente e senza dubbio sotto il nome di Cherilo di Iaso, per alcuni casi, l’assegnazione a Cherilo rimane tuttavia molto probabile. Per esempio, sembrano da attribuire a Cherilo tre versi che propongono una metafora marinara del simposio, tipica della letteratura greca. Eccone una traduzione:

Ho tra le mani una fortuna, un coccio di calice rotto tutto intorno,
relitto di uomini a banchetto, al pari di quelle cose che
il soffio di Dioniso scaglia in gran numero sulle rive della Tracotanza.

La fonte che trasmette questi versi dichiara che sono di “Cherilo”, senza precisare se si tratti di Cherilo di Samo o di Cherilo di Iaso. Poiché a parlare sarebbe, secondo la lettura data generalmente a questi versi, Serse, il re che attaccò la Grecia durante le guerre persiane, il frammento sarebbe del poema di Cherilo di Samo dedicato appunto a questo scontro. Alcuni elementi, non da ultimo stilistici suggeriscono tuttavia che a parlare sia proprio Alessandro nel contesto del banchetto che porterà alla morte di Clito e che quindi i versi debbano essere attribuiti al nostro Cherilo. Clito era un generale macedone tra i fedelissimi del re, cui salvò anche la vita durante la battaglia del Granico (334 a.C.), prima di essere ucciso proprio da Alessandro nel corso di un banchetto. Fu un momento decisivo, che mostrò la potenziale degenerazione del potere di Alessandro: le fonti lo trattano variamente, ora per accusare il sovrano ora per difenderlo o almeno attenuarne la responsabilità. Tutte le testimonianze dell’episodio, in ogni caso, confermano che tanto Alessandro quanto Clito erano dominati dal vino, appunto il “soffio di Dioniso”. La battuta potrebbe contenere una critica rivolta a Clito oppure essere letta come un’autocritica di Alessandro. Le fonti che tentano una difesa di Alessandro ne sottolineano infatti il rimorso seguito all’omicidio e lo giustificano interpretando l’episodio come dovuto a una vendetta di Dioniso, offeso perché Alessandro aveva sacrificato ai Dioscuri invece che a lui.

A cosa si deve una fama tanto negativa quanto diffusa?
È una domanda centrale, e la stessa che mi ha inizialmente portato a interessarmi alla figura di Cherilo. La critica ha avanzato varie possibilità sull’origine di questa fama, connettendola a una critica rivolta alla poesia cortigiana o all’epica, oppure anche a una confusione con Cherilo di Samo. L’origine di una fama così negativa può essere invece meglio compresa alla luce dei dibattiti ellenistici in materia di poetica. Cherilo compare per la prima volta, già nel ruolo di peggior poeta, nell’opera di Filodemo, filosofo epicureo attivo tra II e I secolo a.C. la cui biblioteca è riemersa nei papiri carbonizzati di Ercolano. L’opera di Filodemo, dedicata alla poesia, raccoglie opinioni e dibattiti a lui precedenti e dunque pienamente ellenistici: proprio in questo contesto Cherilo deve aver acquistato la fama che lo avrebbe poi per sempre caratterizzato. In particolare, l’opera di Cherilo deve essere apparsa negativa alla luce del confronto con Omero, il modello che Alessandro gli aveva probabilmente imposto e rispetto al quale Cherilo non deve essersi mostrato all’altezza. Il fallimento della ripresa omerica dovette apparire particolarmente grave in rapporto alla scelta del tema, cioè le grandiose imprese di Alessandro: anche Arriano dichiara all’inizio della sua opera dedicata ad Alessandro di aver composto una simile opera proprio per sopperire a questa mancanza. Il Peripato giocò probabilmente un ruolo in questa condanna. Alessandro era stato allievo di Aristotele, i cui studi omerici devono aver influito da vari punti di vista sull’allievo, del quale si diceva che avesse portato persino in Oriente una copia dell’Iliade; d’altra parte, l’uccisione di Callistene – allievo e parente di Aristotele – costituì una frattura irreparabile con l’ambiente greco-macedone e alienò da Alessandro le simpatie della scuola peripatetica.

In ogni caso, anche altri aspetti possono aver giocato un ruolo nella definizione di un giudizio così negativo. Gli abitanti di Iaso erano famosi come rozzi e poco sensibili alle arti. È noto un aneddoto secondo cui a Iaso un suonatore di cetra avrebbe visto il suo pubblico sparire al suono della campana che annunciava il mercato del pesce; solo una persona si sarebbe trattenuta, ma quando il musicista gli si avvicinò per ringraziarlo di essere rimasto ad ascoltarlo, questo si rivelò essere solo duro d’orecchio e sarebbe quindi corso anche lui al mercato. Certo gli abitanti di Iaso non furono semplicemente il popolo di ignoranti qui descritto: la città diede i natali anche a Ermocrate, maestro di Callimaco, al filosofo Diodoro Crono e al tragediografo Dinante. L’aneddoto è tuttavia indicativo di una nomea che la città dovette avere nell’antichità.

Cherilo fu quindi davvero il “peggior poeta” greco?
Di fronte al completo naufragio della sua opera è difficile rispondere a questa domanda. Non si vorrebbe completamente privare di valore le fonti antiche e, come notava Scevola Mariotti, non di rado – al netto del cambiamento di gusto che è ragionevolmente intervenuto nel giro di due e più millenni di storia – i giudizi che formuliamo sulle opere antiche trovano più analogie che differenze rispetto a quelli che leggiamo in Quintiliano, in ‘Longino’, in Dionisio di Alicarnasso… Inoltre, le circostanze stesse in cui Cherilo si trovò a operare in quanto poeta ‘sul campo’ e la precoce morte di Alessandro possono certo aver influito negativamente sulla qualità del poema. Se poi i tre versi che abbiamo letto prima relativi al “soffio di Dioniso” sono davvero da ascrivere a Cherilo, si potrebbe avere un’idea del motivo per cui non piacquero: il frammento è scritto in uno stile chiaramente omerico, ma l’esibita ricerca di elementi patetici e l’estrema sovrabbondanza metaforica potevano risultare stucchevoli e offrirsi alla critica di chi ammirava la sobrietà dell’originale.

D’altra parte, suscitano ovviamente qualche perplessità la perentorietà e la ripetitività con cui la pessima fama di Cherilo torna nelle testimonianze. La stessa definizione di “pessimo poeta” sembra avere di per sé qualcosa di eccessivo, che difficilmente può rispondere al vero: nella sua formulazione e diffusione sembrano aver giocato diversi aspetti, non ultimi un certo gusto per l’ironia e per i giudizi inappellabili. È curioso notare che anche i critici si sono spesso divertiti a eleggere i loro “peggiori poeti” dell’antichità, come nel caso di Dioscoro di Afrodito, un poeta del VI secolo d.C.: quando i suoi esercizi poetici furono ritrovati in papiri egiziani scritti di suo pugno, Dioscoro fu subito presentano come il “peggior poeta greco” e questa fama fu unanimemente accolta. Nel caso di Cherilo, comunque, la damnatio fu così concorde da determinare la quasi completa scomparsa della sua opera, l’unica alla quale ci si sarebbe potuti rivolgere per ripensarne il valore.

Marco Pelucchi è Dottorando di ricerca in Storia antica presso la KU Leuven (Belgio) nell’ambito del progetto FGrHist Continued. Ha studiato presso l’Università degli Studi di Milano, dove ha conseguito il suo primo Dottorato nel 2022 con una tesi in Filologia classica dedicata agli epigrammi trasmessi sotto il nome di Platone. I suoi interessi riguardano in particolare la filologia classica e la letteratura greca conservata in frammenti, soprattutto di età ellenistica. Cherilo di Iaso è il suo primo libro, tratto dalla tesi di Laurea magistrale che ha discusso a Milano nel 2018.

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