“Che cosa sono le neuroscienze sociali” di Chiara Ferrari

Dott.ssa Chiara Ferrari, Lei è autrice del libro Che cosa sono le neuroscienze sociali, edito da Carocci: innanzitutto, di cosa si occupano le neuroscienze sociali?
Che cosa sono le neuroscienze sociali, Chiara FerrariLe neuroscienze sociali si occupano dei processi biologici e fisiologici alla base del comportamento umano. Esse rappresentano un recente sviluppo e un’estensione delle neuroscienze che mirano a reinterpretare le dinamiche cerebrali e le funzioni mentali che supportano i comportamenti umani all’interno del contesto sociale in cui si verificano. Ciò che caratterizza le neuroscienze sociali è l’idea che cervello non sia un “computer” solitario ma sia naturalmente connesso ad altri “dispositivi”. Questo non significa solo che il cervello può comunicare con altri cervelli ma anche e soprattutto che la presenza stessa di questi cervelli influisce sul suo funzionamento.

Come nascono le neuroscienze sociali?
La nascita delle neuroscienze sociali viene tradizionalmente associata alla descrizione del trauma subito dal paziente Phineas Gage, il capomastro di una squadra di operai impegnati a metà dell’Ottocento nella realizzazione della Rutland & Burlington Railroad nel Vermont, che a causa di un’esplosione accidentale di polvere da sparo, subì un grave trauma cranico. Gage si riprese a livello fisico molto velocemente, ma se prima dell’incidente era considerato una persona psicologicamente bilanciata e moderata, un uomo forte, attivo e intelligente; dopo il trauma diventò una persona irriverente, incostante, irascibile e incapace di perseguire i propri obiettivi. Il caso di Phineas Gage rappresenta storicamente la prima evidenza che la personalità e le abilità emotive e sociali sono associate al funzionamento di alcune regioni cerebrali. Tuttavia, è solo negli anni Novanta del Novecento che si assistente alla vera a propria nascita delle neuroscienze sociali. Ciò avvenne sia grazie all’avanzamento tecnologico che permise di studiare le basi fisiologiche dei processi sociali direttamente negli esseri umani sia alla rivoluzione teorica innescata dall’ipotesi del cervello sociale di Dunbar (1992). Questa ipotesi portò la socialità a passare da funzione secondaria o accessoria del cervello (che per la visione del tempo aveva come obiettivo principale quello di supportare la capacità di ragionamento) a cuore pulsante, ovvero alla funzione per cui il cervello si è sviluppato. È in questo contesto teorico di rivalutazione della socialità che Cacioppo e Berntson (1992) coniano il termine “neuroscienze sociali”.

Quali tecniche utilizzano, nelle loro indagini neurofisiologiche, le neuroscienze sociali?
Le tecniche utilizzate dalle neuroscienze sociali sono molteplici. Le principali consistono nelle tecniche di neuroimmagine, nell’elettroencefalogramma e in strumenti di neurostimolazione transcranica. Le tecniche di neuroimmagine permettono di “fotografare” la struttura (tecniche di neuro immagine strutturale) e l’attività (tecniche di neuroimmagine funzionale) del cervello in un dato momento. L’elettroencefalogramma invece è uno strumento che consente di misurare le fluttuazioni dei campi elettromagnetici del cervello in risposta a particolari eventi come compiti svolti dal partecipante o comportamenti da esso messi in atto. Infine, le tecniche di neurostimolazione transcranica consistono in una serie di metodologie che utilizzano campi elettrici ed elettromagnetici per manipolare (in completa sicurezza) l’attività di specifiche regioni cerebrali, creando una sorta di “lesione virtuale”.

Quale importanza riveste il volto per le nostre interazioni sociali?
Le neuroscienze sociali hanno ripetutamente dimostrato che il modo in cui ci relazioniamo con le persone che ci circondano è fortemente influenzato dall’aspetto dei loro volti. Il volto, infatti, rappresenta lo stimolo sociale per eccellenza ed è una fonte inestimabile di informazioni sulle persone. Nel viso riconosciamo l’identità dell’altro, leggiamo che cosa prova e, a partire da esso, creiamo le cosiddette “prime impressioni” ovvero ci facciamo un’idea generale della sua personalità. I numerosi studi sui meccanismi neurocognitivi associati alla percezione del volto hanno dimostrato che molto di quello che leggiamo nel volto dell’altro è, a volte, poco veritiero e dice molto di chi guarda (preferenze, credenze, conoscenze, anche nella forma di pregiudizi e stereotipi) oltre a chi è guardato.

Come elabora i volti il nostro cervello?
L’informazione relativa ai volti delle persone viene inviata dagli organi sensoriali alla corteccia visiva primaria nel lobo occipitale per proseguire il suo percorso in una serie di regioni occipitotemporali primariamente, se non esclusivamente, dedicate all’analisi visiva dei volti. Alcune di queste regioni, come l’area occipitale facciale, hanno il compito di analizzare le caratteristiche strutturali dei volti per consentirne l’identificazione. Altre regioni, invece, come l’area fusiforme facciale e solco temporale superiore sono dedicate all’elaborazione delle caratteristiche statiche (l’identità) e dinamiche del volto (i movimenti delle labbra e dello sguardo e anche le espressioni emotive). L’informazione del viso, una volta lavorata dal circuito dell’elaborazione visiva dei volti, può raggiungere, direttamente o indirettamente, la maggior parte delle regioni cerebrali, a seconda delle esigenze e degli scopi contestuali.

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In che modo la teoria della mente e l’empatia ci permettono di interpretare il comportamento dell’altro?
La teoria della mente e l’empatia sono i due ingredienti fondamenti della vita sociale e delle relazioni interpersonali. La teoria della mente è la capacità di ragionare su pensieri, intenzioni, desideri, credenze, emozioni e conoscenze propri e altrui. L’empatia, invece, è quel processo che ci permette di metterci nei panni emotivi dell’altro facendo risuonare in noi il suo sentimento. Esse rappresentano due vie distinte per la comprensione dell’altro: da un lato è possibile tramite l’empatia usare la propria mente come strumento per la comprensione dell’emozione altrui; dall’altro lato, tramite la teoria della mente, possiamo accedere alla mente dell’altro ragionando in modo più oggettivo e meno personale. A seconda delle situazioni possiamo intraprendere una o l’altra via ma spesso utilizziamo la teoria della mente e l’empatia simultaneamente in modo complementare per soddisfare le complesse esigenze imposte dalle interazioni sociali.

In che modo le patologie neuropsichiatriche possono influenzare il funzionamento della cognizione sociale e del cervello sociale?
Esistono diverse condizioni patologiche, soprattutto di natura neuropsichiatrica, che sono caratterizzate dalla compromissione della comprensione dell’altro. Se inizialmente si riteneva che i meccanismi neurocogntivi che supportano la comprensione dell’altro fossero particolarmente vulnerabili durante il loro sviluppo come nel caso dell’autismo, oggi è chiaro che la capacità di comprendere l’altro può deteriorarsi, a differenti livelli e in differenti modalità, anche nell’età adulta, per esempio in associazione alla schizofrenia o al disturbo antisociale. Nello specifico, è stato dimostrato che il disturbo antisociale è associato a dinamiche disfunzionali piuttosto specifiche e principalmente limitate alla dimensione emotiva ed empatica. Invece, altre patologie, come la schizofrenia, mostrano un danneggiamento più generalizzato e pervasivo della comprensione dell’altro che include i processi empatici, il riconoscimento emotivo e si estende anche alla teoria della mente.

Quali applicazioni trovano le neuroscienze sociali?
Le neuroscienze sociali hanno avuto e stanno avendo risvolti applicativi importanti in molti settori tra cui la pratica clinica. Per esempio, una più approfondita conoscenza di quali operazioni cognitive e dei meccanismi neurofisiologici sono compromessi (e quali preservati) nelle varie patologie neuropsichiatriche è fondamentale per identificare target terapeutici sempre più specifici. Sulla base delle evidenze scientifiche che mostrano come la schizofrenia sia associata a una pervasiva compromissione dell’elaborazione emotiva e della teoria delle mente, è stata infatti sviluppata una serie di training indirizzati a pazienti schizofrenici che si pongono come scopo quello di potenziare in modo specifico queste abilità. Un altro esempio di applicazione delle neuroscienze sociali è la dimostrazione che i meccanismi di percezione sociale, in particolare, dei volti sono in grado di spiegare numerosi fenomeni che accadono nei luoghi di lavoro e nelle dinamiche politiche. Per esempio, candidati a posizioni dirigenziali i cui volti vengono percepiti come più competenti hanno maggiori probabilità di essere assunti da aziende di successo, anche se le loro performance non sono superiori a quelle dei candidati concorrenti i cui volti appaiono meno competenti. Fenomeni simili accadono in politica: le probabilità di successo elettorale sono, infatti, strettamente legate a quanto i volti dei candidati appaiono competenti, dominanti, socievoli, minacciosi e conservatori.

Quali prospettive per le neuroscienze sociali?
Le prospettive delle neuroscienze sociali sono molteplici. Innanzitutto, c’è quella di diventare ancora più sociali. Ciò significa superare la prospettiva dello spettatore che le ha caratterizzate fino ad ora che consiste nella tendenza ad analizzare le dinamiche neurocognitive presentando ai singoli partecipanti stimoli di rilievo sociale, come immagini di volti. Sebbene questo approccio abbia avuto i suoi vantaggi permettendo lo sviluppo di modelli cognitivi e neurofisiologici piuttosto dettagliati del cervello sociale, potrebbe non essere informativo del funzionamento cerebrale durante le interazioni sociali reali. Il futuro delle neuroscienze sociali contemporanee guarda nella direzione dell’hyperscanning, ovvero, un approccio che ha l’obiettivo di studiare le relazioni funzionali tra due cervelli reciprocamente coinvolti in un’azione comune. Questa metodologia, benché ancora preliminare, ha già rivelato per esempio che quando due (o più) cervelli interagiscono non solo mostrano attivazioni preferenziali in specifici network dipendenti dalla natura dell’interazione (come già evidenziato da classici approcci), ma si sincronizzano ovvero mostrano dei pattern di attività correlati.

Chiara Ferrari, laureata in Psicologia Clinica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha conseguito il dottorato di ricerca in Psicologia, Neuroscienze e Scienze Sanitarie e Sanitarie presso l’Università di Pavia. È attualmente ricercatore presso il dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Pavia e si occupa dello studio delle basi neurali della cognizione sociale.

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