Professoressa Chiodo, Lei è autrice del libro Che cos’è un ideale. Da Platone alla filosofia contemporanea pubblicato per i tipi di Carocci: cos’è un ideale?
Che cos’è un ideale. Da Platone alla filosofia contemporanea Simona ChiodoCredo che l’ideale sia l’invenzione più promettente della cultura occidentale: l’ideale è un oggetto dell’immaginazione e del pensiero con il quale compariamo sia la realtà che ci circonda (nel caso, ad esempio, di un ideale scientifico, cioè di un modello) sia le nostre azioni (nel caso, ad esempio, di un ideale etico) con l’obiettivo di capire, di prevedere e, in ultimo, di sviluppare sia la prima sia le seconde. La nozione di ideale è stata introdotta in modo sistematico da Kant, ma la sua condizione di pensabilità è la filosofia di Platone, che, con la nozione di idea, ha fondato la dimensione generale dell’idealità, che credo sia il carattere più distintivo, e più potente, della cultura occidentale: sia le nostre scienze (soprattutto da Galilei in poi, che segue in modo esplicito la lezione di Platone) sia le nostre arti devono i loro risultati più straordinari alla comparazione tra la realtà e l’idealità che agisce da sua controparte perfetta con la quale essere comparata.

È possibile leggere la storia dell’Occidente attraverso la dimensione dell’idealità: quali momenti ha attraversato?
Credo che usare l’idealità da chiave per entrare nella storia dell’Occidente sia istruttivo per capire sia i suoi successi sia le sue crisi. In particolare, l’ideale ha potuto agire (e può continuare ad agire) da strumento potente di comprensione, di predizione e di sviluppo delle cose reali che facciamo (a partire dai nostri oggetti e dalle nostre azioni) se è diviso dalla realtà da un dualismo epistemologico rigoroso, cioè se non cerchiamo di “realizzare” l’ideale: l’ideale non è un obiettivo, ma uno strumento, e le sue crisi più drammatiche hanno avuto genesi dalla confusione delle due dimensioni, quando abbiamo considerato l’ideale, con una metafora, non una linea dell’orizzonte fatta per farci camminare di continuo, ma una linea dell’orizzonte fatta per farci fermare subito dopo la sua conquista. Nella prima parte del Novecento, ispirati dalla filosofia ottocentesca, l’Occidente ha sperimentato la messa alla prova della “realizzazione” dell’ideale attraverso i totalitarismi, che significano che la dimensione dell’idealità cerca di occupare la totalità della dimensione della realtà. Nella seconda parte del Novecento, e nei nostri anni, siamo caduti anche in anarchismi (in epistemologia, in etica, in politica, in estetica), che significano, viceversa, l’estinzione degli ideali in sé, considerati pericolosi, cioè l’occupazione che la dimensione dell’idealità subisce da parte della dimensione della realtà, cioè da parte della sua contingenza estrema: ci succede troppo di frequente di non sapere più distinguere (e addirittura di non volere più provare a distinguere) tra una cosa più vera e una cosa più falsa, tra una cosa più giusta e una cosa più ingiusta, una cosa più equa e una cosa più iniqua, tra una cosa più bella e una cosa più brutta.

Il concetto di idea nasce con Platone?
Il nostro debito verso Platone è smisurato: introduce in modo sistematico sia la nozione di idea, che fonda la nozione moderna e contemporanea di ideale, sia il dualismo epistemologico rigoroso tra l’idealità e la realtà, che è la condizione alla quale la prima può agire per, e non contro, la seconda. I risultati più straordinari delle nostre scienze e delle nostre arti sono stati possibili a partire dall’intuizione filosofica geniale di Platone, che ci ha insegnato a passare dalla realtà all’idealità attraverso i meccanismi epistemologici dell’astrazione (che, tra particolari reali diversi, identifica che cosa condividono) e dell’idealizzazione (che perfeziona, attraverso l’aggiungere e il togliere, il risultato dell’astrazione). In sintesi, i due strumenti epistemologici essenziali della cultura occidentale, che continuiamo a usare in modo massiccio, ci sono stati dati da Platone.

In che modo nel Novecento l’ideale entra in crisi?
L’ideale entra in crisi quando comincia a essere considerato “realizzabile”, cioè quando passa dall’essere uno strumento di sviluppo del reale all’essere il suo obiettivo. L’Europa, che ha dato genesi alla sperimentazione della democrazia, ha dato genesi, purtroppo, anche alla sperimentazione del suo contrario: il totalitarismo. Potremmo dire che la democrazia è analoga ai meccanismi di astrazione e di idealizzazione citati: quando astraiamo, cioè quando identifichiamo che cosa è condiviso da oggetti diversissimi, stiamo esercitando la capacità, democratica in essenza, di riconoscere che cosa unisce individui altrettanto diversi, cioè stiamo fondando la condizione alla quale l’equità è possibile. Viceversa, quando consideriamo possibile, e addirittura doveroso, “realizzare” un ideale, siamo disposti alla violenza estrema che serve a cercare di estinguere qualsiasi diversità (anche quando la diversità significa esseri umani diversi). Le forme di potere assoluto che hanno preceduto i totalitarismi novecenteschi hanno genesi da altro: in particolare, da convenienze non ideologiche e dalla strumentalizzazione politica della religione.

La riscoperta e la riforma dell’ideale possono salvarci dalla crisi identitaria del nostro tempo?
Credo che la crisi contemporanea dell’idealità non sia causata dall’esaurimento delle sue possibilità (che sono, viceversa, da riscoprire e da riformare), ma dai suoi abusi novecenteschi, prima con i totalitarismi e poi con gli anarchismi. Sia i primi sia i secondi caratterizzano in modo inquietante la storia attuale delle democrazie occidentali più antiche, che oscillano, ad esempio, tra forme di nazionalismi e forme di antipolitica. L’invenzione dell’idealità ha saputo farci fare cose straordinarie per secoli, e credo possa continuare a essere per noi lo strumento più promettente che abbiamo per evolvere (nelle scienze e nelle arti, ma anche nella cultura più in generale, e soprattutto nella vita sociale e politica più in generale). Comunque, non è possibile superare una crisi se non attraverso l’interrogazione dell’identità che, da secoli, ci caratterizza, e la nostra identità secolare è di esseri umani che possono fare cose importanti, sia per sé sia per gli altri, attraverso un uso intelligente ed etico dell’idealità.