Dott.ssa Emanuela Campisi, Lei è autrice del libro Che cos’è la gestualità edito da Carocci: perché il gesto?
Che cos'è la gestualità, Emanuela CampisiPerché dove c’è comunicazione c’è gesto. Perché da piccoli, ancora prima di imparare a parlare, impariamo a fare gesti. Perché non esiste cultura o lingua che, accanto al vocabolario, non abbia un repertorio gestuale altrettanto efficace nell’espressione dei significati più complessi. La domanda giusta non è quindi ‘perché il gesto?’, ma ‘perché no?’ Purtroppo, invece, tranne poche eccezioni, lo studio del gesto non ha goduto di grande fortuna in passato e ancora oggi fatica a guadagnarsi un posto di rilievo negli studi sul linguaggio, e questo per almeno due motivi.
Innanzitutto, secoli di studio del linguaggio nella sua forma scritta ci hanno portato a credere che sia linguistico solo ciò che si può scrivere e, quindi, solo ciò che produciamo tramite l’apparato fonatorio, ma non è affatto così: durante una conversazione, tutto il nostro corpo è coinvolto, testa, sguardo, mani, braccia, persino il bacino e le gambe se necessari. Il corpo, infatti, non produce solo movimenti inconsci che fanno trapelare le nostre emozioni, come spesso si pensa; molto spesso, questi movimenti contribuiscono in modo determinante a chiarire o completare il messaggio che il parlante vuole trasmettere.

Inoltre, gli studi di retorica in età classica e specialmente nel 600-700 hanno profondamente influenzato il modo in cui gli educatori hanno disciplinato, e spesso impedito, l’uso spontaneo dei gesti: di conseguenza, secondo il senso comune gesticolare troppo è diventato segno di mancanza di autocontrollo e, spesso, anche indice dell’estrazione sociale o del grado di istruzione (si pensi, ad esempio, alla connotazione negativa che ha la parola ‘gesticolare’ in italiano).
Per fortuna, grazie all’invenzione della videoregistrazione e allo sviluppo delle tecnologie informatiche, oggi è possibile analizzare nel dettaglio non soltanto il parlato, ma tutte le componenti visive di una conversazione; questo ci ha permesso di capire come la linguistica – e più in generale tutte le discipline che si occupano di linguaggio, dalla pragmatica filosofica alle neuroscienze – rischiava di perdersi una componente importantissima della comunicazione umana, il cui studio sta cambiando radicalmente anche il modo in cui guardiamo al linguaggio parlato.

Cos’è un gesto?
Partendo da una definizione generica, possiamo dire che un gesto è qualsiasi movimento del corpo eseguito allo scopo di comunicare. In questo senso, non ci sono limiti alla libertà del parlante di trasformare in comunicazione anche quelle azioni che in altre circostanze non lo sarebbero. Si pensi, ad esempio, a un banale colpo di tosse. Se autentico, è un atto spontaneo, poco controllabile, che poco ha a che fare con la comunicazione. Ma se a teatro qualcuno sta chiacchierando durante l’esecuzione di un concerto e dalla platea parte un colpo di tosse, questo sarà facilmente interpretato come un atto volontario, eseguito allo scopo di richiamare gli indisciplinati. E quindi è un gesto.
Se è vero che qualsiasi movimento può essere eseguito per comunicare, però, è altrettanto evidente che i gesti per antonomasia sono i movimenti delle mani e delle braccia. Le numerose possibilità articolatorie di dita, polso, avambraccio e braccio rendono possibili innumerevoli variazioni (basti pensare che le stesse parti del corpo producono le lingue dei segni, lingue che possiedono la stessa complessità semantica, sintattica e pragmatica delle lingue verbali). I gesti delle mani, però, non sono tutti uguali. Spesso, infatti, un gesto si presenta in isolamento, senza parlato, e da solo sostituisce una parola o addirittura una frase. Si pensi, ad esempio, al gesto che significa OK, a quello per dire ‘no’, o a quello per chiedere il conto al ristorante. Questi gesti vengono definiti ‘emblemi’ e sono gesti altamente convenzionali, solitamente diversi da cultura a cultura.
Tuttavia, questo non è l’unico modo in cui le mani esprimono significati: quando parliamo, le nostre mani si muovono costantemente, e con un poco di esercizio e gli strumenti adatti ci si può rendere conto che questi movimenti non sono casuali o secondari per lo svolgimento dell’interazione, ma un flusso ordinato e regolato, sincronizzato temporalmente e semanticamente col parlato. Inoltre, proprio come gli enunciati si possono scomporre in parole, e le parole in unità più piccole, come i morfemi e i fonemi, il flusso gestuale (detto unità gestuale) si può scomporre in frasi gestuali e le frasi gestuali in unità più piccole che ruotano intorno al cosiddetto stroke. Lo stroke non è altro che l’apice di un gesto, il momento in cui il gesto è completo, prima che le mani tornino ad una posizione di riposo o si preparino per un altro gesto.

Come si classificano i gesti?
Esistono tantissime classificazioni dei gesti, almeno tanti quanti sono gli studiosi che se ne sono occupati. Tuttavia, sarebbe fuorviante pensare alle classificazioni come a delle griglie da applicare ai gesti una volta per tutte: ogni gesto, infatti, può essere classificato in modo diverso, a seconda del punto di vista che ci interessa. Abbiamo già visto una prima possibile distinzione: quella tra gesti col parlato e gesti senza parlato. I gesti col parlato, a loro volta, si possono distinguere in gesti che esprimono lo stesso significato delle parole corrispondenti (si pensi a un bambino che dice ‘ho due anni’ e allo stesso tempo fa il gesto di ‘due’) e gesti che completano il parlato (ad esempio, posso accompagnare la frase ‘aggiungi il sale’ con un gesto che rappresenta l’atto di mettere del sale con un cucchiaio oppure con un gesto che mima l’azione di aggiungerlo con le dita, e a seconda di quale gesto sceglierò, il destinatario interpreterà la frase in modo diverso).

La classificazione più interessante, e allo stesso tempo più problematica, riguarda il tipo di significato espresso dal gesto. Partiamo dalla categoria più facile, quella dei cosiddetti ‘gesti rappresentativi’. Si tratta di gesti che, appunto, rappresentano il significato a cui si riferiscono imitandone la forma (una palla, ad esempio) o l’azione tipica corrispondente (come l’atto di tenere in mano una tazza), oppure – se il referente non è concreto ma astratto – con una metafora (come il gesto che indica qualcosa nel passato, in cui si indica un punto dietro di noi). I gesti rappresentativi, tuttavia, non sono gli unici possibili, e in certi contesti non sono neanche i più comuni. Provate a guardare un dibattito politico, o concentrarvi sui gesti durante un’animata discussione in famiglia: i gesti che vedrete, effettuati quasi sempre con il palmo della mano aperto, rappresentano ben poco, e vengono infatti definiti ‘gesti interattivi’ o ‘gesti pragmatici’, in quanto la loro funzione è quella di contribuire allo svolgimento dell’interazione ed esprimere gli atteggiamenti dei partecipanti verso quello che stanno dicendo. Con un gesto pragmatico, ad esempio, possiamo indicare che stiamo facendo dell’ironia, che la nostra è una domanda retorica, o che abbiamo finito il nostro turno e vorremmo che l’altro ci dia una risposta. Infine, ci sono i gesti deittici, cioè i gesti che indicano un punto nello spazio. Questi gesti, vedremo dopo, sono importantissimi per lo sviluppo linguistico e cognitivo del bambino.

Qual è il ruolo del gesto nella cognizione?
Una delle questioni fondamentali che ha caratterizzato la ricerca moderna sui gesti è stata stabilire se fare gesti aiuti di più il destinatario che li riceve (e in questo caso si parla di ruolo comunicativo dei gesti) o il parlante che li produce (ruolo cognitivo). Chi si schiera a favore del ruolo comunicativo sostiene che i gesti migliorano la comprensione di un messaggio. Chi è a favore del ruolo cognitivo afferma che in realtà, più che aiutare l’altro i gesti aiutano il parlante stesso. Di fatto, oggi ci si è resi conto che questo è un falso dibattito, in quanto i gesti assolvono sia un ruolo comunicativo sia un ruolo cognitivo.

Prima di tutto, il gesto è una finestra sulla cognizione, nel senso che una corretta analisi del comportamento gestuale di una persona può rivelare aspetti importanti dei processi cognitivi coinvolti non solo nel linguaggio, ma anche nella memoria, nell’agire sociale, nell’apprendimento. Ad esempio, è stato dimostrato che, quando si chiede a dei soggetti di descrivere un gioco che alcuni hanno imparato eseguendolo manualmente mentre altri al computer, i gesti effettuati rispecchiano il modo in cui l’azione è stata eseguita. In altre parole, i gesti risentono della nostra esperienza sul mondo circostante, e tendono ad essere influenzati dal nostro repertorio di azioni quotidiane. Ancora, studi sui bambini in età scolare dimostrano che, quando devono risolvere un problema a voce alta, spesso incorporano la soluzione giusta nei loro gesti anche se, a parole, forniscono la soluzione sbagliata. Ciò potrebbe significare che, a qualche livello, possiedono la soluzione, anche se non sono in grado di formularla correttamente: un insegnante che sappia accorgersene potrebbe beneficiare di quest’informazione e utilizzarla per accelerare il processo di apprendimento.
Tuttavia, il gesto non si limita a rispecchiare processi cognitivi, ma li influenza e li modifica. Proibire l’uso delle mani peggiora notevolmente i risultati durante la soluzione di semplici compiti sperimentali (per capire di cosa sto parlando, provate a raccontare una storia con le mani dietro la schiena o con le braccia incrociate). In modo ancora più significativo, sia i bambini sia gli adulti imparano più in fretta e meglio quando sono incoraggiati a fare gesti rispetto a quando viene loro proibito di gesticolare oppure a quando il gesto non viene nominato nelle istruzioni. Dovrebbe essere evidente quale sia il potenziale impatto di questi dati: se gli insegnanti fossero a conoscenza di tali benefici, potrebbero sfruttare al meglio la propria gestualità al fine di potenziare l’apprendimento degli allievi.

Che nesso esiste tra gesto e linguaggio?
La psicologia del Novecento è stata dominata dalla distinzione tra comunicazione verbale e comunicazione non verbale. Secondo questa distinzione, solo la comunicazione verbale può esprimere il contenuto vero e proprio del messaggio, mentre la comunicazione non verbale si limita a veicolare informazioni di relazione, cioè stati d’animo, emozioni, dinamiche di ruolo tra i partecipanti. La prima era considerata intenzionale e sotto il controllo del parlante, mentre la seconda era vista come inconscia, automatica e, per di più, in comune con gli altri primati. Questa distinzione, purtroppo, è ancora profondamente radicata anche in molti ambienti universitari, dove ancora si insegna agli studenti che tutto ciò che non è verbale deve essere definito ‘paralinguistico’, in quanto è considerato come qualcosa che si accompagna al parlato ma che non possiamo considerare linguaggio a pieno titolo.

Ciò che gli esperti ci dicono, invece, è che dovremmo superare questa visione, perché il linguaggio umano è per sua natura multimodale e ogni suo componente deve essere considerato linguistico, non perché può stare da solo (ad esempio, se guardassimo soltanto i gesti di una persona che parla non riusciremmo a capire quasi niente), ma perché contribuisce alla creazione del significato globale del parlante. Soffermandoci sui gesti delle mani, ad esempio, oggi sappiamo che non sono affatto movimenti automatici e incontrollati, anzi, i parlanti sono in grado di adattarli a diverse situazioni comunicative: ad esempio, sebbene facciamo gesti anche quando l’altro non può vederci (come al telefono), questi gesti non sono chiari e informativi come quando il nostro destinatario ci vede. Oppure, i nostri gesti sono più numerosi e più informativi quando raccontiamo qualcosa per la prima volta rispetto a quando sappiamo che il destinatario condivide già alcune informazioni.

Infine, è stato ampiamente dimostrato non solo che i destinatari tengono conto dell’informazione veicolata dal gesto, ma soprattutto che la presenza dei gesti migliora la comprensione di un messaggio: addirittura, spesso i destinatari sono in grado di ricordare perfettamente l’informazione presente nel gesto, ma non ricordano in quale modalità è stata loro presentata. Questi risultati sono stati confermati anche da studi neuroscientifici; sembra, infatti, che il cervello processi l’informazione proveniente dai gesti attraverso gli stessi meccanismi con cui processa il parlato.

In che modo i gesti si differenziano nelle diverse lingue e culture?
C’è un senso in cui i gesti sono senza dubbio diversi da cultura a cultura, ed è il caso degli emblemi, cioè dei gesti convenzionali citati in precedenza. Ad esempio, il gesto per indicare OK, originario della cultura americana, ha una valenza negativa e spesso offensiva in molte culture, come in Brasile o nel mondo arabo. Anche il gesto che potrebbe sembrare più universale, e cioè quello di indicare col dito indice, in realtà è soggetto a variazioni culturali: presso molti popoli, ad esempio, è considerato un gesto molto offensivo, e quindi l’atto di indicare viene eseguito con la mano aperta o, in alcuni casi, anche con le labbra.

Più difficile diventa capire quali sono le differenze culturali nell’uso della gestualità che si accompagna al parlato, perché i dati sperimentali sono di gran lunga inferiori a quello che sappiamo (o crediamo di sapere) da racconti aneddotici o a causa di stereotipi profondamente radicati. Sembra, infatti, che alcune culture debbano essere considerate più ‘gestuali’ di altre. Tuttavia, innanzitutto è difficile capire esattamente di quali culture stiamo parlando: per il resto del mondo gli italiani gesticolano più di qualsiasi altro popolo, ma per gli italiani del Nord sono gli italiani del Sud a gesticolare di più, e per gli italiani del Sud è la gente incolta che si esprime solo in dialetto, e così via: insomma, gli altri gesticolano sempre più di noi. Inoltre, è altrettanto difficile stabilire in cosa consistano queste differenze culturali: si tratta di variazioni solo numeriche, nel senso che alcuni parlanti gesticolano più di altri, oppure anche qualitative, nel senso che sono i tipi di gesti ad essere diversi, nella forma o magari nello spazio e nelle dimensioni? Infine, non è ancora chiaro se queste differenze siano un fatto solo culturale oppure anche linguistico: in altre parole, si tratta solo di una differenza legata all’ambiente o alla storia di un popolo (si dice, ad esempio, che i siciliani gesticolino così tanto a causa delle numerose dominazioni straniere che hanno subìto) o ci sono lingue che, per le loro caratteristiche sintattiche o pragmatiche, causano un certo tipo di gestualità piuttosto che un altro? Purtroppo queste domande sono ancora quasi del tutto senza risposta: servono più studi comparatistici, e tra lingue finora poco studiate, o magari tra culture diverse con un patrimonio linguistico comune: ad esempio, gli italiani in Svizzera gesticolano come gli italiani in Italia?

Come si impara a gesticolare?
Gli studi sull’acquisizione della gestualità iniziano nella seconda metà del Novecento e, quindi, risentono profondamente delle idee di quegli anni: poiché si notò che i bambini producono i primi gesti prima di imparare a parlare, tali gesti vennero definiti ‘pre-linguistici’. Inoltre, essi vennero studiati solo come una fase preparatoria all’avvento del linguaggio vero e proprio (cioè verbale), e quindi al comparire delle prime parole cessavano di essere interessanti. In realtà, le evidenze sperimentali e le osservazioni naturalistiche degli ultimi decenni (tra cui spicca il lavoro dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR di Roma) hanno dimostrato ampiamente che il gesto non è soltanto un precursore della parola che scompare all’arrivo di questa, ma che gesti e parole si sviluppano in un unico processo di­namico, in cui la relazione tra i due si evolve di tappa in tappa, e che ha il suo culmine nel complesso sistema multimodale tipico degli adulti.

Il bambino arriva ai primi gesti attraverso un processo graduale, simile a quello che porta alle prime parole: così come prima di pronunciare una parola comprensibile esplora il sistema fonetico della propria lingua attraverso la lallazione, prima di realizzare un gesto completo esplora le possibilità articolatorie della mano attraverso i cosiddetti protogesti. A questi seguono i primi gesti veri e propri, solitamente gesti altamente convenzionali inseriti in routine come i pasti o il gioco: si pensi, ad esempio, al gesto per ‘finito’ davanti al piatto vuoto, o quello per salutare papà che va al lavoro. Intorno al primo anno, il bambino inizia a produrre i primi gesti deittici, considerati dagli psicologi un punto di svolta fondamentale non solo nell’apprendimento linguistico, ma nello sviluppo della cognizione in generale. È in questo periodo, infatti, che il bambino inizia a ‘capire’ (in un senso molto lato, ovviamente) che l’altro è come lui, e che attraverso il linguaggio è possibile modificare non solo comportamenti, ma anche gli stati mentali. Questa capacità, che può sembrare banale, sembrerebbe essere tipicamente umana, ed è alla base di tutto lo sviluppo successivo, e inizia proprio con un gesto. Dovrebbe essere chiaro, quindi, che gesti e parole sono indissolubilmente legati ed entrambi concorrono allo sviluppo del bambino che, per comunicare come un adulto, non deve solo imparare a parlare, ma a coordinare gesti e parole in un enunciato multimodale.

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