Charles Bukowski, basta pronunciare il suo nome e partono infinite associazioni di idee: tutte quante, però, convergono in un’unica sintesi: la contraddizione. Un uomo controverso, affascinante, unico nel suo genere e che è una pietra miliare della letteratura. Scomodare la parola genio tanto abusata ai giorni d’oggi? Forse sì, dai, con lui si può. Cosa pensiamo, quindi, se pronunciamo questo nome? In ordina sparso: alle donne, all’alcol, ai gatti, alla poesia e alle parole. Aveva sempre gatti in casa, questo è un fatto noto, a un certo punto ne gironzolavano perfino nove tra le bozze dei romanzi e la sua pancia. “I randagi continuano ad arrivare e non ce la sentiamo di mandarli via”, scriveva in una lettera a Louis Webb, a proposito di sé e della moglie Linda Lee. “Questi maledetti gatti mi svegliano presto alla mattina perché vogliono uscire. Ma sono animali meravigliosi e bellissimi. Matti scatenati”. Ovvio che non potesse non amarli, ammirarli, sentirsi forse simile a loro: “Sono i miei maestri“, aveva addirittura detto negli ultimi due versi de ‘I miei gatti’, appunto.

E Bukowski ci viveva coi gatti e scriveva con loro accanto, o sulle gambe, o sui tasti, nelle sue tante nottate alcoliche. Con quel cliché dello scrittore autodistruttivo e romantico che non vuole semplicemente accontentare il lettore, perché sarebbe peccato, sarebbe stato un andare contro la sua personalissima morale. Bukowski ha parlato male di tutto e tutti (non a caso gli affibbiano la nomina di misogino, omofobo, pervertito…), affidandosi a una terapia fatta di scrittura e gatti: “Quando sono dilaniato dalle forze, allora guardo uno dei miei gatti… Anche scrivere è il mio gatto. Scrivere mi permette di affrontare le cose”. Ed è un sogno: “Nella mia prossima vita voglio essere un gatto. Per dormire 20 ore al giorno e aspettare di essere nutrito”. Un disperato, insomma, e un genio, un disadattato e un poeta, uno scommettitore, un alcolizzato, un compulsivo, uno che è stato all’inferno, ma con in tasca il biglietto di ritorno: tutto questo e molto altro è stato Charles Bukowski. Lo scrittore americano, tra i personaggi più eccentrici e folli della letteratura del secolo scorso, tanto amato dal pubblico quanto ignorato dalla critica, arrivò a pubblicare nella sua vita oltre 60 libri.

Il suo stile è ormai inconfondibile, pugnalate di parole che non lasciano troppo spazio all’immaginazione e fanno emergere tutta la sofferenza e la disaffezione per il genere umano e per la vita in generale. Ha raccontato la povertà e l’infanzia difficile, sua e dei suoi amici, tra padri assenti e spesso violenti. E poi la depressione e il distacco dalla realtà. È stato irriverente e rivoluzionario. Un uomo che si sentì sempre diverso dal resto del mondo, da Loro, come gli piaceva definire nelle sue opere “tutti gli altri“. Un autore che ha vissuto il disagio e la distanza tra lui e la società dell’epoca, tra i suoi valori e quelli comuni nei quali non sapeva e non voleva riconoscersi.

Lo stile, si diceva, minimalista, avvalorato da una scrittura cruda con cui racconta una vita piena di sconfitte, fallimenti e depravazione. E ancora la sofferenza, la solitudine e poi il rapporto con l’alcol, un rapporto (ahilui) d’amore. Così presente nelle opere di Bukowski, insieme ai vinti, a chi non ce l’ha fatta. Perseguitato dall’idea di abbandono, visse come un poeta maledetto. Un uomo infelice, impiegato alle poste, che alla soglia dei 50 anni riceve una chiamata dalla casa editrice Black Sparrow: da quel momento in poi scrive per vivere fino alla morte. Per tutti divenne Henry Chinaski (il suo pseudonimo), trasformando le sue esperienze di vita vissuta in opere fondamentali.

Ma forse per certi destini non c’è salvezza. Nemmeno per l’uomo che mai avrebbe pensato di diventare un mito letterario. E ora chissà se starà brindando alla nostra stupidità, o ci starà maledicendo per questo fanatismo che si è creato nei suoi confronti. Per chi ama la letteratura, però, è impossibile non fare i conti con lui. Quei conti che a Charles Bukowski tornavano solamente nel suo lavoro di impiegato della posta, mai tornati, invece, come impiegato della vita.

Angelo Deiana

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