“Cesare deve morire. L’enigma delle Idi di marzo” di Orazio Licandro

Cesare deve morire. L'enigma delle Idi di marzo, Orazio LicandroCesare deve morire. L’enigma delle Idi di marzo
di Orazio Licandro
Baldini+Castoldi

«La colpa più grave di Cesare, e al tempo stesso l’errore micidiale che condusse alla sua uccisione, stette nella riluttanza ad avviare quel processo riformatore atteso da tanti, messo nero su bianco da Cicerone, e perseguito invece in ogni segmento con fredda e sagace determinazione da Augusto nei suoi lunghi quarant’anni di permanenza al potere. Cesare, rispetto ad Augusto, fu essenzialmente un uomo d’azione: consapevole dell’inadeguatezza delle istituzioni politiche del tempo, pensò di poter condurre la res publica fuori dalla crisi attraverso i successi militari. L’espansionismo era l’unica cura da lui immaginata e somministrata, e per molti anni il gioco funzionò e lui si convinse della giustezza della prospettiva delineata dalla sua azione. I giochi, le tortuosità, gli intrighi della politica romana non lo avevano mai catturato. Non riforme istituzionali, non un nuovo assetto della res publica, né tantomeno una monarchia di stampo ellenistico furono suoi obiettivi, perché la crisi istituzionale continuò a restar del tutto fuori della coscienza e della sua azione politica. […] Cesare era romano e sommamente popolare; una sua grande colpa fu di aver messo in discussione interessi economici, aver favorito l’ordo equester, esteso la cerchia delle famiglie senatorie. Il velo ipocrita della libertas cade facilmente quando lo stesso Cicerone comprende l’inutilità di quell’omicidio, la ratifica degli acta del dittatore e il caos ancor più infuocato in cui precipitò la res publica. Ma tutto ciò doveva essere nascosto, coperto da un pretesto nobile. E la congrega che si assunse la responsabilità dell’omicidio lo fece, non si capisce quanto inconsapevolmente, attraverso un vero paradosso. A dispetto dell’infondata accusa di adesione a concezioni e tratti dell’ellenismo orientale, quel sincero romano dietro una precisa opzione ideologica, per legittimare il crimine, fu fatto morire come un qualunque tiranno greco, abbattuto dai pugnali di aristocratici sedicenti difensori della libertà. […] Ma fu propaganda, propaganda politica e null’altro, sapientemente elaborata, costruita sull’equazione dictator = tyrannus e condotta con ogni mezzo di comunicazione soprattutto pubblica e istituzionale, i cui opposti simboli erano il diadema del tiranno e il pileus dei liberatori/liberati. La figura del dictator romano non aveva niente in comune con il tyrannus greco e soltanto negli ultimi tempi la commistione di elementi differenti aveva portato a una confusione, una sorta di figura ibrida che permetteva, per esempio, a Dionigi di Alicarnasso di parlare della dittatura come di una tirannia elettiva. E questa confusione dall’antichità si è trasmessa integra sino ai nostri giorni, ma non vi è alcuna ragione di perpetuarla ancora.

Quello di Cesare, in realtà, fu una sorta di conservatorismo innovativo che, per quanto ossimorico, spiega gli esiti della mentalità istituzionale romana soprattutto dell’ultimo secolo repubblicano: limitarsi a innestare il nuovo, anche contraddittoriamente, nel vecchio. Questo, e soltanto questo, fu la cosiddetta dictatura perpetua, una dittatura caratterizzata da una nuova deroga alla sua tradizionale configurazione, in quanto priva di un termine prestabilito, ma dalla durata elastica, comunque temporanea, legata allo scopo da realizzare, cioè la missione orientale. […]

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Cesare deve morire. L'enigma delle Idi di marzo
  • Editore: Baldini + Castoldi
  • Autore: Orazio Licandro
  • Collana: I saggi
  • Formato: Libro rilegato
  • Anno: 2022

La concezione del potere strettamente ancorata alla gloria derivante dalle imprese militari costituì il tratto politico preminente di Cesare. La vita molle dell’Urbe non faceva per lui, preferiva lasciare ad altri il governo civile. Non a caso L. Aruncoleio Cotta, autore del primo De re publica, nell’esaltazione del genio militare di Cesare, sottolineava con ammirazione la sua resistenza fisica, lo spirito di condivisione delle fatiche con le truppe, l’innata capacità di mantenere con loro una stretta sintonia. Appena poteva, lasciava Roma per nuove campagne militari, nuove conquiste, divorato da un’inestinguibile fame di gloria più che di potere, tuttavia sempre inteso come strumento, mai come fine. E del resto da cosa si giudicava la grandezza di un cittadino romano se non dalla gloria procurata alla propria stirpe e alla res publica? […]

Nell’orizzonte politico di Cesare non si stagliava altro che la prospettiva di una Roma ancora più grande, i cui confini sarebbero stati (da lui) accresciuti a dismisura, a ovest con la conquista della Britannia, a est oltre quel limite che nessun romano prima era, o sarebbe mai, riuscito a superare per sottomettere all’imperium del popolo terre lontanissime e sconosciute: la Partia e, ancora oltre, l’India, come aggiungeva Nicolao Damasceno. Sarebbe stata incommensurabile la gloria per lui, e immense le ricchezze per Roma.

Le ventitré pugnalate vibrate nelle Idi di marzo del 44 a.C. (trentacinque secondo Nicolao Damasceno, ma soltanto una, la seconda, quella mortale inferta in pieno petto, secondo l’autopsia eseguita dal medico Antistio) non troncarono soltanto la vita del dittatore, assai più vanificarono il grande sogno romano di conquista dell’estremo Oriente, un sogno invano perseguito dai più valenti generali per tutto l’ultimo secolo repubblicano. La Storia aveva imboccato una strada diversa, non meno gloriosa e di straordinaria fecondità per i secoli a venire, certamente diversa, perché i pugnali dei congiurati paradossalmente non difesero le istituzioni repubblicane ma ne svelarono l’irreversibile debolezza e accelerarono la corsa verso una nuova, diversa res publica.

Sarebbe toccato al figlio adottivo ed erede politico, Ottaviano, il futuro Augustus princeps, il compito di ricalibrare il visionario progetto della grandezza di Roma coltivato dal divus pater: la res publica, più di ogni altra cosa, aveva un impellente bisogno di pace e ordine (un’aspettativa per la verità dell’intera ecumene greco-romana), la stessa questione partica sarebbe stata risolta per via diplomatica, e perciò occorrevano meno guerre e più solide istituzioni e riforme […].»

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