“Centro e periferia nella letteratura latina di Roma imperiale” di Maria Luisa Delvigo

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Prof.ssa Maria Luisa Delvigo, Lei ha curato l’edizione del libro Centro e periferia nella letteratura latina di Roma imperiale, pubblicato da Forum: in che modo la dialettica tra centro e periferia caratterizza la produzione letteraria latina dell’età augustea e della prima età imperiale?
Centro e periferia nella letteratura latina di Roma imperiale, Maria Luisa DelvigoIl piano più letterale sul quale si sviluppa questa dialettica è naturalmente quello spaziale-geografico. In questo senso è molto rappresentativo un esempio di età flavia, cioè l’opera enciclopedica di Plinio il Vecchio, che si propone come ‘inventario del mondo’, presupponendo la dialettica tra centro e periferia quale costitutiva della stessa percezione della realtà dell’impero, dotato ormai stabilmente di un centro generalmente riconosciuto e rappresentato da Roma, e di una periferia. Tuttavia è giusto precisare che la dialettica centro periferia, caratteristica della produzione letteraria di età imperiale, non include queste due categorie intese solamente in senso spaziale-geografico, ma comprende anche accezioni meno concrete, come quelle che rappresentano aree dell’esistenza e della vita sociale. Rispetto alla centralità degli impegni e dei negotia del cittadino romano lo spazio dell’otium si configura come una periferia, un secessus dal quale guardare Roma a distanza, tenendosi lontani dal centro e dalla sua vita frenetica. Per questa rappresentazione della ‘vita in villa’ autori come Plinio il Giovane, Stazio e anche Marziale offrono una documentazione particolarmente preziosa.

La poesia epica attecchisce a Roma proprio in concomitanza con lo snodo che determina l’assunzione da parte della città di un ruolo imperiale. L’epica latina costruisce necessariamente un’identità che implica una dialettica tra centro e periferia, ma i due termini subiscono nel tempo una ridefinizione dei rapporti reciproci: città del Lazio antico che erano state agguerrite avversarie di Roma diventeranno per la metropoli augustea sobborghi dell’Urbe o luoghi dell’otium e del ritiro. La narrativa antica racconta spesso storie dinamiche, i cui protagonisti viaggiano e si muovono attraverso regioni che si allontanano dagli spazi familiari della polis per inoltrarsi nei territori dell’avventura, il cui contesto geografico e antropologico è segnato dalle categorie dell’esotico e del meraviglioso. È certo, ad esempio, che i protagonisti del romanzo di Petronio si muovono lungo una rotta che attraversa da occidente verso oriente il mediterraneo, il cui punto di partenza è probabilmente Marsiglia e il cui punto di arrivo potrebbe essere Lampsaco, al confine, anche simbolico, tra Occidente e Oriente. Lungo questa rotta si collocano gli episodi meglio noti, quello ambientato in una città del golfo di Napoli (Pozzuoli?) e quello ambientato a Crotone.

Questi luoghi condividono inoltre la caratteristica di essere città greche dell’impero romano e i protagonisti vivono le loro avventure in contesti di forte mescolanza etnica, sociale, culturale. Nella Cena il divario socioculturale fra i protagonisti e la classe dei liberti è accentuato da elementi, finora scarsamente valorizzati, della cultura di origine dei singoli personaggi, ad esempio tratti che tradiscono il loro bilinguismo (che ha anche recentemente attratto l’attenzione degli studiosi) accanto alla loro aspirazione a integrarsi nella romanità, compiendo così un percorso dalla ‘periferia’ al ‘centro’. La dialettica tra centro e periferia ha un aspetto anche ideologico e sociale, come ben dimostra l’atteggiamento orgoglioso di Trimalchione, fiero della propria vicenda biografica e portatore di una mentalità ‘eccentrica’, estranea a quella delle classi dirigenti, immersa nel sistema di valori tradizionali del cittadino romano, che caratterizza il ‘centro’ della romanità.

Gli studi di sociologia politica hanno evidenziato che “il paradigma centro-periferia riguarda la distanza sia geografica che sociale dall’asse centrale di una società: una distanza che può essere psicologica e culturale, oltre che spaziale, e può così ingenerare, nella periferia, sentimenti di dipendenza verso quei luoghi che diffondono i valori e le norme dominanti della società, e viceversa sentimenti di superiorità tra coloro che hanno consapevolezza di essere collocati al centro, anzi di costituire il centro stesso.” (Urwin 1991) Si mette soprattutto l’accento sull’elemento organizzativo del controllo politico. Il centro istituisce apparati, in particolare burocratici, il cui compito è quello di realizzare e perpetuare un modello di potere e di amministrazione standardizzato su tutto il territorio.

Nell’immaginario comune, non soltanto del mondo antico, Roma è caput mundi, un centro forte e prestigioso, capace di irradiare fino alle più remote periferie modelli di organizzazione politica, sociale, amministrativa ed economica, ma anche pratiche culturali e stili di vita. La cultura dell’età augustea matura era stata in grado di concepire, o meglio di accettare senza traumi, l’idea che questo ruolo si esercitasse in un contesto dinamico, all’interno di una vicenda grandiosa di cambiamento che prevedeva l’ascesa e il declino, la creazione e la distruzione. Il riconoscimento del ruolo centrale che una determinata comunità esercita in un sistema complesso non è dato una volta per tutte e dipende anzitutto da una sorta di autoriconoscimento che prende coscienza della concentrazione di potere politico, di forza militare, di risorse economiche, nonché di una specifica e tendenzialmente compatta identità culturale capace di imporsi come modello e sistema di riferimento. Nell’illustrare la legge generale di cambiamento che governa il cosmo, il Pitagora ovidiano sente di dovervi includere la successione degli imperi, che di volta in volta assumono (e poi fatalmente cedono o cederanno) il ruolo centrale nel mondo mediterraneo.

L’allargamento vertiginoso degli orizzonti geografici aveva avuto naturalmente un precedente straordinariamente suggestivo nelle imprese e nelle conquiste di Alessandro Magno, il cui grandioso disegno di condottiero aveva reso incomparabilmente modesto il ruolo delle pur grandi città del mondo greco a lui precedente. Ma se Alessandro era stato memorabile e resterà sempre esemplare per le ambizioni di tutti i conquistatori dopo di lui, la sua vicenda rappresentava un paradigma diverso, in cui una espansione senza precedenti per dimensioni e rapidità non aggregava le conquiste attorno a un centro, stabile e sempre più forte, da cui tutto era partito, ma piuttosto un processo in cui il centro si spostava continuamente e veniva in qualche modo attratto dalle periferie che venivano conquistate. Il modello del Macedone, per lo meno per come l’imitatio Alexandri agirà a Roma sui protagonisti della repubblica imperiale e dell’impero, sarà avvertito più come un pericolo da scongiurare che come un precedente attraente e rassicurante.

La cultura romana percepisce piuttosto la propria storia come eccezionale, la storia di un centro di potere che allarga progressivamente il suo orizzonte imperiale senza mai mettere in discussione la sua identità e la sua centralità, come se Roma guardasse al suo impero da un punto di osservazione sempre più elevato, tale da poter abbracciare con lo sguardo un ambito spaziale sempre più vasto che arriva finalmente ai margini estremi dell’orbis. Man mano che l’orizzonte del potere di Roma si dilata fino a comprendere periferie sempre più remote, si allarga anche il centro stesso, che non è più costituito soltanto dalla città e nemmeno soltanto dal Lazio, ma dall’Italia tutta, superate le antinomie della guerra sociale anche per l’azione politica di Giulio Cesare e del suo erede Cesare Augusto.

Quale ruolo svolgono i testi nella costruzione del mondo romano e nella definizione di concetti quali ‘locale’, ‘globale’ e ‘provinciale’?
I testi svolgono evidentemente un ruolo attivo nella costruzione del mondo romano, in cui entrano visibilmente in gioco centro e periferia, a cominciare dalla produzione legata al mondo della scuola e a professionisti che si muovono tra le periferie dell’impero e la capitale (Quintiliano, pseudo-Quintiliano, Seneca il Vecchio ecc.). I testi stimolano e rispecchiano al tempo stesso la definizione e la ridefinizione di questi concetti.

Tutte le città che si sono succedute nel ruolo di protagoniste della storia umana (Troia anzitutto, ma anche le diverse ‘capitali’ del mondo greco come Sparta, Micene, Tebe, Atene) hanno esercitato questo ruolo in quanto detentrici di risorse umane, di forza, potere e ricchezza (robora…censuque virisque…divitiis), che le hanno poste al centro di un territorio più o meno vasto che in vario modo ne dipende, ma nessuna dispone di un orizzonte geopolitico tanto vasto da proiettare il rapporto centro-periferia su una scala mondiale.

Questa è piuttosto una dimensione che la cultura romana percepisce come la propria specificità, frutto di una storia straordinaria di conquista e di espansione ininterrotta, che cambia continuamente orizzonte territoriale e fa diventare centro quello che era periferia e viceversa fa sì che la periferia, coincidente con i margini dell’impero, sia sempre più remota fino a identificarsi tendenzialmente con i margini geografici e culturali del mondo.

Nella rievocazione della Roma delle origini, la poesia augustea sottolinea sempre volentieri, anche per dare la misura della grandezza del presente, questo cambiamento di scala, di distanze e di proporzioni. Località del Lazio antico come Boville, Gabii, Alba Longa o Fidene, che nel tempo remoto delle origini erano percepite come meta di un lungo viaggio, o come città indipendenti, capaci di competere e di scontrarsi con Roma, non sono ora che sobborghi della metropoli o borghi spopolati o addirittura non più che semplici nomi.

Come viene reinterpretata la ‘vita in villa’ in autori come Seneca e Plinio il Giovane?
Seneca, pur raccomandando il secessus, come lontananza e distacco dalla vita pubblica e dalle sue occupazioni, che rappresentano una distrazione per il sapiens, non gli assegna rigidamente una collocazione precisa. Infatti, senza indugiare troppo sul luogo in cui trascorrere l’otium (che purtroppo, alcuni inseguono affannosamente senza raggiungere il risultato che si prefiggono), il filosofo si mostra ben più interessato a elargire i suoi insegnamenti morali e a mettere in guardia dal rischio di cadere, più o meno consapevolmente, nell’otium occupatum che anche in villa o in mezzo alla solitudine, lontano da tutti, è pur sempre in agguato, con il rischio che una vita otiosa venga trasformata in una desidiosa occupatio. Mutare caelum non equivale affatto a mutare animum e quelli che sono afflitti dalla smania di cambiare luogo continuamente (li descriveva già bene Lucrezio nel terzo libro del De rerum natura: intenti a lasciare di corsa la casa per correre alla villa, una volta accorsi a rotta di collo là, ancora sulla soglia di quella, sono presi dal sonno oppure ritornano precipitosamente in città) non riescono a sottrarsi alle angustie del taedium vitae che li opprime e li tormenta senza tregua. Tuttavia non sfuggono a Seneca le insidie di luoghi come Baia, sede della luxuria, dove Seneca ha brevemente soggiornato: la natura del luogo con la sua innegabile piacevolezza ed evidente salubrità, non basta a raccomandarla come residenza ideale per il sapiens, perché lì la vita non è certamente scevra da censurabili eccessi di ogni genere e da quelle voluptates contro le quali il saggio è impegnato a combattere.

Il genere epistolare offre a Plinio il Giovane l’opportunità di trattare vari argomenti, anche quello della vita in villa. Nelle sue lettere racconta che, quando trascorre il tempo nelle diverse dimore extraurbane di sua proprietà, scrive e coltiva, più che i campi e il giardino, se stesso, grazie agli studi e alle occupazioni intellettuali, dedicandosi a ritemprare mente e corpo con quelle attività, in particolare quella letteraria, che le occupazioni cittadine e la vita frenetica dell’urbs gli impediscono di esercitare piacevolmente traendone adeguato giovamento. In questo modo la vita in villa, lontano dal centro, lontano dalla città e dai suoi negotia, è sicuramente ben lungi dall’essere un ‘dolce far niente’, ma rappresenta piuttosto un momento di fuga, trascorso piacevolmente in uno spazio appartato, ‘periferico’, in cui è possibile dedicarsi alle occupazioni e ai piaceri della cultura, alle meditazioni e all’otium litteratum, favoriti dal secessus, senza trascurare, ovviamente, gli officia che sono propri del dominus e le incombenze connesse con la gestione della proprietà rustica e con la sua necessaria manutenzione.

Il tema della periferia è naturalmente centrale nell’Ovidio dell’esilio: che toni assume la sua riflessione ex Ponto?
La biografia e la carriera di Ovidio può essere considerata molto rappresentativa ed emblematica delle dinamiche legate al rapporto tra centro e periferia, e delle tensioni che ne scaturiscono. Il poeta a lungo protagonista della capitale dell’impero e della sua vita culturale, si trova espulso agli estremi del mondo, in un luogo lontano e periferico, e sperimenta il rovesciamento del punto di vista fin lì condiviso con i suoi lettori. Siamo di fronte all’inversione dello sguardo, non più limitato allo spazio del centro che guarda a se stesso, e nemmeno ‘imperialisticamente’ proiettato dal centro alla periferia, ma ora anche osservazione e ri-costruzione del centro a partire da un punto di vista straniato e marginale. Con un paradosso solo apparente, la poesia ‘dell’esilio’ diviene insomma poesia ‘di Roma’, e anticipa tratti della poesia imperiale come si andrà in seguito definendo nel corso del primo secolo.

Quali sentimenti irrompono nel racconto della difficile integrazione con le culture esotiche?
Sentimenti spesso ‘forti’, talvolta contrastanti. La comparsa delle periferie orientali nel centro del mondo è notoriamente oggetto di una reazione esasperata del poeta satirico Giovenale che nella Roma alla sua massima espansione territoriale denuncia la minorità della componente autoctona nazionale e il senso di espropriazione che la soggettività dei cives si trova a sperimentare.

Quale sguardo innovativo offre, nei confronti dell’opera di Virgilio e Lucano, la prospettiva topografica, geografica ed etnografica?
La prospettiva topografica, geografica ed etnografica, che ha caratterizzato finora specificamente gli studi di carattere archeologico e storico-antiquario, può permettere di posare uno sguardo nuovo sia su testi canonici come l’Eneide o le Metamorfosi, sia su quell’epica neroniana e flavia che in tempi recenti ha ricevuto un’attenzione senza precedenti. I cataloghi epici rappresentano indubbiamente un terreno privilegiato di indagine, non soltanto nell’ottica di chi studia gli elementi del repertorio epico, ma anche per chi privilegia un approccio più aperto a istanze storico-culturali: i cataloghi virgiliani degli alleati italici di Turno nel VII libro, e degli alleati etruschi di Enea nell’VIII, o il catalogo ‘implicito’ ricavabile dal combattimento che in Ovidio (Met. V) Perseo sostiene in Etiopia contro guerrieri che rappresentano il mondo orientale; in Lucano il catalogo delle tribù e dei territori gallici che le legioni di Cesare lasciano sguarniti (libro I) o il variopinto catalogo degli alleati orientali di Pompeo (libro III); in Valerio Flacco il catalogo del libro VI, in cui sfilano truppe barbariche provenienti da una vastissima area del continente euro-asiatico.

Maria Luisa Delvigo ha studiato all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore. Dal 1992 insegna Letteratura Latina all’Università di Udine. I suoi principali interessi di ricerca riguardano la poesia augustea, in particolare Virgilio, e l’esegesi virgiliana antica. Si occupa anche di poesia lucreziana, di letteratura scientifica, di Seneca, di mitografia e di poesia mitologica antica. Ha pubblicato saggi e monografie, ha tenuto numerose relazioni in convegni internazionali e collabora con varie riviste specializzate internazionali.

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