Cent’anni di solitudine, Gabriel García Márquez, riassunto, trama, recensione«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito».

È uno dei romanzi più belli mai scritti, una delle opere più significative di tutta la letteratura del Novecento; così unico per stile narrativo e storia da aver ispirato altri libri, e non solo. È infatti recente la notizia che la piattaforma Netflix vorrebbe trasformarlo in una serie tv: stiamo parlando di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Scritto in soli 18 mesi e pubblicato nel 1967 dalla casa editrice Sudamericana a Buenos Aires, fu da subito un fenomeno editoriale: in due settimane vendette ben 8mila copie. Tradotto in 46 lingue, si stima che ad oggi – dall’anno della sua pubblicazione – abbia raggiunto oltre 50 milioni di copie vendute. Interessante ricordare che, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel marzo del 2007, è stato votato come seconda opera più importante mai scritta in lingua spagnola, preceduto solo dal Don Chisciotte della Mancia.

Abbiamo accennato allo stile narrativo. Bene. Non si può pensare di leggere questo romanzo in modo scanzonato e leggero, perché certamente si tratta di un’opera piuttosto articolata, sebbene favolistica, fatta di un numero molto ampio di personaggi e un intreccio spesso complesso, con una narrazione ricchissima di avvenimenti e personaggi tratteggiati in pochi tratti che, anche se secondari, ritornano a fare la loro comparsa. Ma la sua grandezza sta proprio in questo.

Cent’anni di solitudine può essere considerata l’opera cardine del Realismo Magico che si staglia con forza nell’unione di momenti reali e aspetti magici e mistici. Nell’immaginaria città di Macondo, in Colombia, lo scrittore racconta le vicende della famiglia Buendía, che seguiamo per ben sette generazioni: nell’albero genealogico si susseguono nomi e tratti distintivi, così spesso il lettore ha un sentore di smarrimento. Tutto ha inizio con il patriarca Jose Arcadio Buendía, fondatore di Macondo. Lui e sua moglie Ursula mettono al mondo Aureliano, il primo personaggio di una lunga serie con lo stesso nome e primo bambino nato a Macondo. Completamente diverso dal fratello maggiore nel carattere, ha fin da piccolo uno sguardo lucido e analitico delle cose, nonché piccoli poteri di chiaroveggenza. Dopo la venuta degli zingari, aiuta il padre nel laboratorio di oreficeria, specializzandosi nella produzione di pesciolini d’oro.

Le vicende si susseguono secondo il disegno tracciato nelle pergamene dello zingaro e indovino Melquíades, che prevede il destino della città e della famiglia. Così la favola crea un’atmosfera magica che pervade tutto il libro. In essa, si stagliano i legami di sangue, l’amore, la passione, la magia, ma anche guerre e rivoluzioni, ma soprattutto un profondo senso di solitudine, a cui spesso l’autore fa riferimento, come se fosse l’ennesimo personaggio della storia. Tutto avrà fine quando si decifreranno le misteriose pergamene dello zingaro Melquíades: a quel punto sarà inevitabile sentirsi soli.

La solitudine è la condizione di ogni uomo all’interno di un microcosmo: da una parte i vivi che si agitano e combattono senza mai spostarsi; dall’altra i morti che ritornano sulla terra come sagome solitarie. Il libro contiene sul finale tutto il senso della tragedia umana: l’affanno non ha alcuno risvolto, speranze e desideri finiranno per rimanere semplici illusioni e lasceranno tutti nella condizione di solitudine.

«Amaranta pensava a Rebeca, perché la solitudine le aveva selezionato i ricordi, e aveva incenerito gli intorpidenti mucchi di mondezza nostalgica che la vita aveva accumulato nel suo cuore, e aveva purificato, magnificato e eternizzato gli altri, i più amari».

Tanti gli episodi attraverso cui l’autore ci conduce in un mondo dove la quotidianità dei fatti si accompagna ad eventi quasi magici. Accanto alle vicende legate alla storia colombiana di fine Ottocento, soprattutto quelle belliche, ci sono passi di pura fantasia e soprannaturali percepiti come se fossero “normalità”: si pensi alle apparizioni del fantasma di Prudencio Aguilar, alla capacità di preveggenza del colonnello Aureliano Buendía, al diluvio che dura per più di quattro anni, alla malattia dell’insonnia che cancella i ricordi. E oltre agli aspetti magici, alcuni critici hanno messo in evidenza l’esistenza di riferimenti all’alchimia (e qui impossibile non citare un altro autore sudamericano, Coelho) e all’esoterismo.

«La vita le si esauriva nel ricamo del sudario. Si sarebbe detto che ricamava durante il giorno per disfare il lavoro di notte, e non con la speranza di sconfiggere in quel modo la solitudine, ma tutto al contrario, per sostenerla».

Questo romanzo, insomma, è uno di quelli da leggere una volta nella vita. E nonostante la complessità, qualunque lettore ne resterà affascinato.

«Le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra».

Angelica Sicilia