“C’è il mare in città. Il paradosso delle catastrofi e lo spaesamento identitario” di Silvia Grossi

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C’è il mare in città. Il paradosso delle catastrofi e lo spaesamento identitario, Silvia GrossiDott.ssa Silvia Grossi, Lei è autrice del libro C’è il mare in città. Il paradosso delle catastrofi e lo spaesamento identitario edito da Primiceri: in un’epoca di sconvolgimenti climatici, cosa spinge la maggioranza della popolazione a credere che non ci sia nulla di cui preoccuparsi?
“È impazzito il clima”, diciamo, come se fosse tutto ancora normale, tutto ancora controllabile. Come se la colpa fosse del clima stesso e non la nostra.

Tra quarant’anni potrebbero scomparire i ghiacciai dell’Himalaya, tra cinquant’anni potrebbe esaurirsi la calotta glaciale della Groenlandia, tra un po’ meno la foresta amazzonica potrebbe trasformarsi in un’arida savana. Il surriscaldamento globale porterà all’innalzamento degli oceani e le abitazioni ed i territori costieri potrebbero essere spazzati via in ogni angolo del mondo.

È un suicidio di massa, che ci minaccia nella nostra continua azione criminale contro l’ambiente. Eppure dormiamo sonni tranquilli e, quando qualcosa accade, ci sentiamo improvvisamente spaesati dalla sorpresa.
È come se avessimo una benda nera sugli occhi che ci impedisce di vedere, come dice anche l’antropologo indiano Amitav Ghosh nel suo “La grande cecità”.

Noncuranti di ciò che accade nell’epoca dei grandi cambiamenti climatici continuiamo a credere che non ci sia nulla di veramente grave di cui dovremmo preoccuparci, che dopo l’uragano e l’alluvione torni a splendere il sole e ad abbassarsi il livello dell’acqua.
Che il potere politico, per quanto responsabile, ci metterà una pezza in accordo con le grandi multinazionali che ci permettono elevate aspettative e stili di vita.
Accumuliamo azioni sconsiderate e debiti con l’ambiente che pagheranno le prossime generazioni, non soltanto a livello di scarsità delle risorse ma anche di scarsità culturale e di pensiero critico.

Come se non bastasse, la letteratura, il cinema, le arti di massa rassicurano questo nostro torpore collettivo, relegando gli sconvolgimenti alla fiction artistica, al genere della cli-fi, ovvero pellicole in cui domina un catastrofismo all’americana che non potrebbe mai essere preso sul serio dal grande pubblico.

Eppure il problema c’è eccome, è reale e tangibile, non è confinato solo alla scenografia di un film o di una pièce teatrale.
Per assecondare bisogni che la nostra parte di mondo ritiene necessari al mantenimento di un certo stile di vita, negli ultimi duecento anni non abbiamo fatto altro che bruciare combustibili fossili, soffocando l’atmosfera con una produzione di anidride carbonica che non giustificherà mai alcuna fame di energia.

Ma non ne siamo mai davvero consapevoli, perché questo mondo l’abbiamo costruito noi, a nostra immagine e somiglianza, con i nostri bisogni veri o falsati dalla propaganda politica, e l’uomo occidentale non ha mai consapevolezza di quanto ciò che lui ha creato possa essere solo un enorme castello di carte.

In che modo le comunità creano un proprio senso del rischio e della vulnerabilità?
Innanzitutto dobbiamo avere ben presente che un disastro non avviene affatto all’improvviso. Un disastro è l’effetto di cause da ricercare nella storia della comunità colpita, nel modo in cui ha salvaguardato il proprio ambiente, nella responsabilità con la quale ha preso sul serio le minacce dei cambiamenti climatici.

Allo stesso tempo un disastro determina un rimescolamento di funzioni sociali, che si trovano sospese e che vanno rimesse in equilibrio dopo l’evento. Ed è, quindi allo stesso tempo indice della capacità di utilizzare i propri segmenti sociali, i propri ruoli, le proprie funzioni collegate ai ruoli, per attivare una dinamica di ripresa più o meno veloce.

Ripresa che cambierà proprio quelle dinamiche sociali, restituendo una comunità certamente non ad immagine e somiglianza di quella che era prima dell’impatto.

Un disastro, quindi, cambia il tempo ed il passo della comunità stessa, ed ogni volta costruisce un nuovo senso del rischio e della vulnerabilità, aumentando la consapevolezza della possibilità che alcuni eventi possano verificarsi e allo stesso tempo accantonando l’idea che se ne possano verificare altri.

Questo dimostra come i concetti di rischio e di vulnerabilità sociale non siano dati fissi e immobili nel tempo, ma siano costrutti culturali in continuo divenire e sempre negoziabili, le cui dinamiche sono soltanto in parte dovute alla presenza di un evento disastroso, quanto più necessariamente date dalle tensioni e dalle battaglie politiche che si svolgono sul terreno del pre e del post disastro.

Il Suo libro prende in esame alcuni disastri, come la valanga di Rigopiano e il crollo del Ponte Morandi: quali dinamiche hanno accompagnato tali tragiche vicende?
Rigopiano e il ponte Morandi sono alcuni casi emblematici, che rispondono purtroppo al ragionamento che facevamo prima e che utilizzo nel mio libro per aprire nuove riflessioni sul senso del pericolo e sulla necessità delle comunità colpite di aprire fronti di resistenza culturale consapevole all’incuria e, spesso, all’indifferenza.

Così come nel testo pongo un focus privilegiato su alcuni casi emblematici di Ecocidi: dalla storica Chernobyl, al pozzo Macondo, alla nube di Bhopal, al cimitero tecnologico di Guyu.

“Ecocidio”, ovvero “distruzione consapevole e perpetrata di un ambiente”. Questo il significato etimologico, da dizionario. Ma non si è mai davvero consapevoli della distruzione del proprio ambiente, e questa mancata consapevolezza frena la nostra volontà di porre fine alla perpetuazione della distruzione.

Nel caso dell’hotel Rigopiano il concetto di bellezza immutabile ha giocato moltissimo nella presa di coscienza dell’avvenuto disastro. Era un hotel di lusso in un contesto incantevole. Nulla può accadere, secondo l’uomo, quando c’è cotanta bellezza e cotanta ricchezza. Diventa inimmaginabile.

Nel caso del Ponte Morandi, si trattava di uno dei grandi simboli del Nord Italia, di una città che viveva letteralmente attorno al ponte. Un altro motivo per credere che potesse essere eterno.

Si tratta di dinamiche di pensiero attorno alle quali si fonda molta della nostra presa di posizione e della nostra richiesta di sicurezza pre disastro, fino a diventare le catene che ci impediscono di vedere la realtà per ciò che è: soggiornare in quell’hotel era pericoloso, e il ponte Morandi aveva difetti strutturali a cui si è smesso di pensare. La politica con le sue indifferenze e la comunità con la sua abitudine a vedere il ponte là dove era sempre stato.

Per quali ragioni le catastrofi generano spaesamento e stupore?
A seguito di un disastro avviene ciò che chiamiamo “paradosso della catastrofe”, ovvero il fatto che non si vogliano lasciare le proprie abitazioni, i propri luoghi di origine. Ho scelto di utilizzare il concetto proprio come sottotitolo del libro.

Perché l’uomo non è nulla senza i propri simboli, i propri significati condivisi attraverso i simboli, i propri oggetti ma soprattutto i propri luoghi, sui quali ha agìto, più o meno responsabilmente, nel corso della propria esistenza, plasmandoli e facendoli propri, costruendo il proprio habitat, le proprie relazioni ed anche mettendoli a rischio, come abbiamo detto prima.

Lo spaesamento e lo stupore si generano non tanto a causa del sopraggiungere di un evento che la comunità non aveva previsto, quanto a causa della distruzione dei propri simboli, attorno ai quali la comunità viveva: le morti, il crollo del ponte, la distruzione dell’hotel, della chiesa, della torre civica, di tutto ciò che l’uomo ha costruito e pensato di costruire per riconoscere sé stesso, il proprio gruppo.

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