Caterina Sforza. Gli experimenti de la Ex.Ma S.Ra Caterina da Furlj, Paolo Aldo RossiProf. Paolo Aldo Rossi, Lei ha curato l’edizione del libro Caterina Sforza. Gli experimenti de la Ex.Ma S.Ra Caterina da Furlj pubblicato da Castel Negrino: quali sono il profilo e l’importanza storica di Caterina Sforza?
Caterina Sforza nacque a Milano nel 1463 figlia del duca Galeazzo Maria Sforza, fu allevata dalla nonna Bianca Maria Visconti e dalla matrigna Bona di Savoia. Imparò ad andare a cavallo e a trattare con le armi come un giovane principe, ma non trascurerà il suo spirito e grazie agli artisti e ai poeti dei quali amava circondarsi suo padre acquisirà quella cultura e quel gusto che costituiranno il suo fascino mag­giore. Quando la fanciulla di undici anni fu condotta dinanzi a Pietro Riario, nipote del papa questi, colpito dalla sua bellezza, dalla vivacità del suo ingegno, dalla cultura classica di cui la bambina fu obbligata dal padre a dare un saggio, ne rimase ammirato e la colmò di carezze, di complimenti, di doni. Caterina sposò il nipote di Sisto IV, Gerolamo Riario, e divenne contessa di Imola e Forli.

Giunti a Roma le proporzioni delle sontuosità dei festeggiamenti e delle cerimonie gi­ganteggiarono sino all’incontro con il vecchio papa, che parve esser lieto alla vista della fresca e ri­dente giovi­nezza di Caterina, la quale fece il suo ingresso solenne a Roma, da Porta Angelica dove l’attendeva Sisto IV e un grande torneo equestre in piazza Navona, organizzato dal Riario in suo onore fino al matrimonio ricelebrato in S. Pietro dal papa fra un mugolo di dame, di ca­valieri, di cardinali e ambasciatori. Ma è alla morte del papa che Caterina, ventunenne, dimostra per la prima volta, e non sarà l’ultima, la sua virilità (tanto da essere per tutta la vita considerata una donna dotata di forza e di arditezza virile). Mentre a Roma scoppiavano gravi disordini fra i partigiani di papa Sisto e i loro avversari, il marito che stava con la famiglia all’assedio di Palliano, timoroso si fermò ad aspettare gli eventi, mentre Caterina al settimo mese di gravidanza cavalcò verso Castel Sant Angelo e d’accordo con i comandanti delle milizie fece sapere ai cardinali che, dato che il defunto papa l’aveva lasciato a suo marito, lui lo avrebbe consegnato al nuovo papa. Non si poteva fare il Conclave con i cannoni puntati da quella formidabile roccaforte e quindi si trattò alle sue condizioni: 8000 ducati, l’indennizzo di tutti i beni saccheggiati, la carica a vita di capitano della Chiesa per suo marito e il vicariato di Imola e di Forlì alle stesse condizioni precedenti.

Durante questi sette anni Caterina venne in contatto con i grandi pittori, scultori, poeti e letterati della corte del papa (Botticelli, Ghirlandaio, Perugino, Luca Signorelli…), ma anche i dotti dell’Accademia Romana (Platina, Argiropulo, Regiomontano …), la rinata Cappella Sistina, il Museo Capitolino, l’Ospedale di Santo Spirito …

In questi anni assunse sempre più le redini dello stato, essendo Gerolamo ammalato. Caterina, come già aveva fatto a Roma, anche in Romagna rivelò se stessa to­gliendo d’improvviso la rocca di Ravaldino al castellano Melchiorre Zaccheo del quale diffidava e che fece am­mazzare a tradimento, quindi inquirendo e senten­ziando da sola, mentre il marito era infermo, su di una congiura ch’ebbe per cospiratori gli spo­destati Ordelaffi e per esecutori certi Raffi, contadini di Rubano. In questo caso Caterina procedette con la crudeltà tipica del tempo, ma con equità e giustizia assolu­tamente superiori a quella che era la consuetu­dine per i signorotti del XV se­colo.

Quindi tra l’assassinio di Zaccheo e la pu­nizione dei congiurati diede alla luce il sesto figlio, Francesco, che in seguito chiamò Sforzino per rinnovare il nome del glorioso nonno paterno. I precedenti figli erano stati: da Girolamo Riario Bianca, Ottaviano, Cesare, Giovanni Livio, Galeazzo e Francesco, poi da Giacomo Feo: Bernardino e da Giovanni de’ Medici: Lodovico, detto poi Giovanni, il famoso capitano detto dalle Bande Nere

Il ripristino dei dazi che danneggiava prevalentemente gli arti­giani, l’imposta fon­diaria che andava a colpire soprattutto il patri­ziato e non ultimo lo spirito di vendetta delle fami­glie sacrificate dalla giustizia cri­minale dei Riario contribuirono a rendere il clima quanto mai propizio alla congiura che si compì il 14 aprile 1488 per mano dei nobili Checco Orsi, Giacomo Ronchi e Lodovico Panse­chi. Girolamo Riario venne ucciso a pugnalate nel suo palazzo di Forlì nel 1488 e il suo corpo gettato dalla fine­stra poiché nella piazza il popolo infe­rocito lo reclamava dimo­strando come la con­giura fosse stata attesa e preparata da en­trambe le classi sociali. Caterina si rifugiò nel fortilizio di Ravaldino con un espediente: (qui per la seconda volta salva lo stato) d’accordo con il castellano della roccaforte, Tommaso Feo, che mandò a dire di non voler lasciare la fortezza senza che la Signora andasse la lui a firmare la propria resa, ma non appena Caterina entrò nel castello fece subito puntare i cannoni sulla città. I cospiratori allora le fecero sapere che se non avesse subito consegnato Ravaldino le uccideranno tutti i figli e la sua famiglia ch’era in ostaggio. E qui c’è quel gesto impudico per cui andò famosa nei secoli: la sua risposta a quella minaccia sa­rebbe entrata nella leggenda: “Caterina avanzò fra gli spalti del castello, guardò co­loro che avevano lanciato la minaccia e quindi, con un gesto brusco e osceno ostentò la sua possibilità di fare altri figli se gli ostaggi fossero stati uc­cisi”. Quando finalmente gli eserciti del duca di Milano e del Bentivo­glio giunsero in aiuto di Caterina, gli uccisori di Girolamo, dopo avere inu­tilmente tentato di riavere i figli della Contessa, fu­rono co­stretti alla fuga, ma nessuno di essi riparò a Firenze da Lorenzo e tantomeno a Milano. Il 30 aprile 1488, all’età di 25 anni, Caterina iniziava il suo go­verno su Imola e Forlì, da questo momento, presa in pugno la signoria romagnola, di­mostrò di poter da sola reggere uno Stato, presiedere un governo, capitanare un esercito.

Ella co­nobbe per la prima volta una relazione, non impo­sta dalle esi­genze del potere, ma germogliato spontaneamente: Giacomo Feo, che sposò segretamente e da cui ebbe un figlio. Anche lui venne ucciso il 27 agosto 1495 mentre tornava da una partita di caccia: la carrozza fu aggredita dai congiurati, che, sbucati numerosi si gettarono su di lui crivellandolo di pugnalate.

Poi venne il vero amore, Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici, detto il Popolano, che viene spedito in qualità d’ambasciatore presso Caterina e colto, di­stinto, bellissimo sa fare così bene la sua parte da divenire in poco tempo amico, amante, marito e dominatore assoluto della terri­bile donna, resa ancora una volta mite e dolce per virtù d’amore. Giovanni morì di malattia a S. Pietro in Bagni il 15 settembre 1498, pochi mesi dopo il riconoscimento a Caterina della cittadinanza fiorentina per sé, per i suoi figli e per quelli futuri, ma prima aveva di­chiarato di avere sposato Giovanni, padre di Ludovico e di assu­mersi la tutela del pic­colo. Di questo amore le rimase il piccolo Ludovico, da lei chiamato Giovanni in memo­ria del padre, il futuro Giovanni dalle Bande Nere, prode condottiero destinato a me­morabili imprese, se la morte non lo avesse stroncato, a soli ventotto anni, con una cancrena tra­scurata da un medico ignorante.

Madonna, che aveva assistito sbigottita alla disavventura del duca di Milano, suo unico protettore, sospettando che il Valentino termi­nata la campagna di Lombardia av­rebbe avuto dal re di Francia mi­lizie ed armi per impadronirsi della Romagna, si mise ad arruo­lare soldati che adde­strava di persona, a fare incetta di armi, viveri e muni­zioni, a fortifi­care rocche e a piazzare artiglierie con il fermo proposito di opporsi alla so­praffazione ar­mata dei Borgia.

Nel 1499 si manifestarono in città alcuni casi di peste bub­bonica e in poco tempo il con­tagio dilagò da una famiglia all’altra, ma Caterina, come già aveva fatto in precedenti si­mili cir­costanze, adottò drastici provvedimenti per contenere l’epidemia ed alleviare le soffe­renze dei suoi sudditi, tanto più che ora il propa­garsi della peste ri­schiava di compromettere la capacità di resistenza del suo Stato, minac­ciato di guerra dal Valentino. Ancora una volta i suoi timori erano fondati: al Valentino furono dati quindicimila fran­cesi per l’impresa di Romagna mentre alla Repubblica di Firenze e a tutti gli Stati che non erano entrati nella lega fu intimato, salvo ritorsione armata, di non dare alcun aiuto a co­loro che sarebbero stati assaliti in nome del pontefice. Fu il grande momento di Caterina. Posti in salvo i figli a Firenze, eccetto il primogenito Ottaviano, man­dato a Imola per se­guire le opere di difesa, senza sgomento si preparò solitaria alla resi­stenza, decisa a difen­dere con tutte le sue forze lo Stato e i diritti dei suoi discen­denti. Cesare Borgia, dopo averla per ordine del Papa, decaduta dalla contea, mise una taglia sulla testa della con­tessa confidando nel tradimento: diecimila ducati a chi l’avesse conse­gnata via o morta.

La più ammirata durante l’assedio era Caterina che, protetta soltanto da una co­razzina, trascinava i suoi e affascinava i francesi; la sua figura mezzo donna, mezzo soldato domi­nava la scena ed era sempre lei che, alla testa di temerarie sor­tite, con la spada affron­tava i nemici in furiosi corpo a corpo. La Contessa si oppose ma alla fine do­vette rallegrarsi di essere caduta in mani francesi, poiché le leggi di Francia non consentivano che le donne fossero tenute prigioniere. Con la cattura della signora tutta la fortezza s’arrese. Era la sera del 12 gennaio 1500. Caterina aveva 37 anni. Caterina, catturata nel nome del balì di Digione, an­dava considerata sotto la protezione del re di Francia e quindi avrebbe dovuto essere messa in libertà, ma il Valentino non intendeva rinunciare alla preda sapendo che il papa desiderava gli fosse condotta. Si decise dunque per l’affidamento provvisorio. Oltre a Caterina furono fatti prigionieri il figlio adottivo Scipione Riario, alcune sue dame, il cancelliere Baldraccani, Giovanni da Casale, il poeta Marullo, la moglie di Dionisio Naldi con i figli e vari altri per­sonaggi appartenenti a famiglie nobili o di censo, in se­guito rilasciati perché in grado di pagare il riscatto. I soldati anonimi fu­rono invece sgozzati. La contessa venne accompagnata in una casa dove al­loggiava il Valentino. Il Bernardi si riferisce alla violenza sessuale del Valentino quando parla “de le ingiustitie nel corpe de la nostra poverina e sfortunata dita Madonna, zoé Caterina Sforcia, che era molto formosa de so corpe” e poi : “Il Valentino con le sue mani imprigionò Caterina … Taccio quello che osò di fare il Duca Valentino a questa Donna Nobilissima, ecc….”, un cronista vaticano tratta lo stesso argomento in tono molto velato parlando di violenza fatta alla pri­gioniera e di “crudeli strazi”. Nelle note diplomatiche e presso le corti, nelle pagine dei cronisti e fra la gente d’arme, negli scritti politici dei contemporanei e nelle piazze non si fece che lodare la Signora di Forlì. Altrettanto significativi furono i riconoscimenti dei francesi e persino dei veneziani, i quali ultimi “anchora che questa madama fosse stata inimica allo Stato Veneto” scris­sero che l’irriducibile ri­vale “veramente merita infinite laude et immortal memoria tra li fa­mosi et degnissimi capitani romani”. Anche Isabella Gonzaga, famosa per cultura ed eleganza, volle esal­tare la “valorosità” di Caterina e con una punta d’orgoglio tutto fem­minile ebbe a dire che “se Franzosi biasi­mano la viltà de li ho­meni, al­meno debbono laudare lo ardire e valore de le dame ita­liane”. E Guicciardini definisce Caterina “fra tanti difensori ripieni d’animo femmi­nile, ella sola di animo virile”.

Caterina lasciò per sempre Forlì il 23 gennaio 1500. Luigi XII non aveva rinunciato alla conquista del regno di Napoli progettata nel ’99, l’aveva soltanto rimandata e nella primavera del 1501 il suo esercito scese in Italia al co­mando di Ivo d’Allègre il quale, il 20 giugno, si presentò a Roma dal papa. Appreso che Caterina era rin­chiusa in Castel S. Angelo, memore dell’impegno assunto dal Valentino l’anno prima, ne chiese la liberazione in nome del re di Francia. Alessandro VI dovette arrendersi, limitandosi a chiedere che la Signora di Forlì e d’Imola, prima della liberazione, firmasse la ri­nuncia ai suoi stati. Andò dunque di notte, segretamente, fino ad Ostia e lì s’imbarcò per Livorno da dove proseguì in incognito alla volta di Firenze. Nella città medicea Caterina fu accolta dal cognato Lorenzo che la mise in possesso dei beni di suo marito (Caterina godeva della cit­tadi­nanza fiorentina fin dal 26 luglio 1498) e attorno a lei si raccol­sero i figli, ricordo dei suoi amori e dei suoi errori. Alla morte del Papa Borgia Caterina non si arrese e inviò a Venezia il suo messo Antenore Giovannetti per chiedere aiuto anche a quella signoria: si sarebbe messa a disposizione completa della Serenissima se aiutata a rien­trare nei suoi stati, avrebbe anche combinato un matrimo­nio fra Ottaviano e la figlia di un gentiluomo veneziano, ma i veneziani, sa­puto che la contessa non godeva le simpatie del cardinale camer­lengo Raffaele Riario, lasciarono cadere la proposta.

Nell’aprile 1509 madonna cadde gravemente ammalata, ma riuscì a riaversi. La guarigione fu l’ultimo guizzo d’una fibra impetuosa ormai consumata. Sentendosi vicina alla morte, ma con la mente ancora perfetta­mente lucida, come testi­monia il suo testamento, espresse le ultime volontà davanti a notaio. Morì a Firenze 28 maggio 1509 e sulla sua lapide il nipote Cosimo de’ Medici fece scrivere Caterina Sforza Medici. Non soltanto Sforza; non più Sforza Riario. Ma Caterina Sforza Medici: madre di Giovanni dalle Bande Nere.

Quali vicende ha attraversato il manoscritto di Caterina Sforza?
Nell’ottobre del 1887, a Roma, il Conte Pier Desiderio Pasolini di Ravenna veniva in possesso di un manoscritto del XVI secolo avente per titolo Experimenti de la Ex.ma S.ra Caterina da Furlj Matre de lo Inlux.mo Sig. Giouanni De’ Medici copiati dagli auto­grafi di lei dal Conte Lucantonio Cuppano, colonnello ai servigi militari di esso Giovanni De’ Medici detto Dalle Bande Nere.

Si trattava del codice di Caterina Sforza, con­tenente ricette di cosmesi, medicina e chi­mica, che il Conte Lucantonio Cuppano, ufficiale dell’esercito di Giovanni Dalle Bande Nere, aveva tra­scritto intorno al 1525, ricopian­done però di propria mano solo una parte come dimo­strano le due diffe­renti scritture.

Un’unica calligrafia, forse risalente alla fine del ‘400, presentava in­vece un altro mano­scritto reperito a Firenze intorno al 1865 dal senatore Marco Tabarrini e intitolato A far bella. Gli argomenti trattati nel libro erano gli stessi del codice rinvenuto dal Pasolini e sulla prima pagina si leggeva il nome di Caterina Sforza. Poteva trattarsi dell’originale, scritto personalmente da Caterina? Probabilmente sì, ma la perdita di quest’opera impedisce ulteriori studi. Il ricettario trovato fu pubbli­cato dallo stesso Pasolini a Imola, nel marzo 1891, in sole 102 co­pie numerate. “Questo ricettario – scrive nell’Introduzioneè forse il documento più completo e più importante conosciuto finora sulla profumeria e sulla medicina del principio del secolo XVI”.

Nell’orto di “semplici” che aveva voluto sorgesse all’interno del grande parco a ri­dosso della cittadella di Ravaldino si coltivavano erbe per la cucina ed erbe medicinali per l’officina dei suoi esperi­mento la quale doveva essere un vero e proprio laboratorio d’alchimia con calde­roni, storte e alambicchi in grado di estrarre e distillare per poi com­porre medicamenti, creme e lozioni di bellezza. Pur di raccogliere noti­zie e carpire sempre nuovi segreti Caterina non esitava a servirsi di mezzi anche illeciti e allo stesso scopo si teneva in contatto epistolare con medici, alchimisti e praticanti, so­prat­tutto con lo speziale forlivese Lodovico Albertini il quale le restò affezionato per tutta la vita, continu­ando a portarle “robba de la sua botega”, anche quando ella viveva or­mai a Firenze.

I 471 “Experimenti de la Ecc.ma Signora Caterina da Furlj”, tante sono le ricette co­piate dal manoscritto della contessa e pubbli­cate sotto questo titolo, rappresentano il con­creto risultato di questa ricerca, in al­cuni casi accompagnato dalla sperimentazione diretta, in altri prodotto di personale invenzione, in altri ancora semplice tra­scrizione di formule altrui o di dettami popolari.

Cosa contiene il ricettario?
Le ricette del codice di Caterina appaiono tutt’altro che uniformi: al­cune sono scritte in latino, altre in italiano volgare, altre ancora, forse quando Madonna desidera non essere compresa da tutti, metà nell’uno e metà nell’altro idioma, con uso di idiotismi propri della regione roma­gnola.

Le ricette di medicina sono 357, esposte secondo il sistema offici­nale, vale a dire con l’indicazione del metodo di preparazione. Con esse si curavano le più svariate malattie: lebbra, peste, vaiolo, frat­ture, sciatal­gie, “cancheri”, gotta, calcoli, disfun­zioni di stomaco e inte­stino, “malcaduco”, sordità, tosse, disturbi della vi­sta, affezioni delle vie respiratorie e urinarie. Non mancano i prepa­rati di pronto soccorso in caso di lesioni o morsicature da animali; i vermifughi per allontanare i parassiti intestinali al­lora così fre­quenti; le micidiali purghe a base di venefico elleboro, estremo rimedio a mali estremi; i complessi elisir di lunga vita per inseguire il sogno mai appagato di una eterna giovinezza. La Signora di Forlì, inoltre, raccoglieva e sperimentava composti a base di erbe aromati­che per incensi e suffumigi che, consumando lentamente nei bra­cieri, pro­fumavano gra­devolmente gli ambienti e coprivano mia­smi e maleo­doranze.

Le ricette di cosmesi che “Madonna” ci propone sono 84 e offrono lozioni, pomate, un­guenti, lisci, polveri, acque “a far bella”, belletti e profumi per conservare la linea, levi­gare, rassodare, schiarire, depilare, detergere, tonificare, idratare, truccare e pro­fumare.

Forse l’insistenza di Caterina su questi due aspetti della bellezza femminile (incarnato roseo e capelli color del grano) può aver in­dotto i biografi a descriverla con­forme ai ca­noni del tempo o po­trebbe es­sere che la Signora di Forlì avesse ottenuto ad arte ciò che natura le aveva negato. Purtroppo non possediamo un sicuro mate­riale icono­grafico e de­scrittivo per stabilire se Caterina fosse stata realmente chiara di car­nagione e bionda di natura, il suo volto ci ap­pare senza colore, nel freddo bronzo dei medaglioni dell’epoca, e i ritratti di cui disponiamo sono posteriori alla sua esistenza, ma ci può aiutare ad immagi­narla bella tra le belle del suo tempo, come ella desiderava ap­parire, il suo contemporaneo e primo biografo Felice Foresti da Bergamo che di lei scrisse: “E’ Caterina fra le più belle donne del no­stro secolo, di elegante aspetto e do­tata di forme mirabili”.

Le cronache del coevo Andrea Bernardi ce la mostrano alta, ben proporzionata e di aspetto formoso, con grandi occhi piuttosto sporgenti, sopracciglia alte e arcuate, naso importante di profilo lie­vemente convesso (tipico degli Sforza), mento pronunciato e sgu­ardo penetrante e fiero. Istruita, ma senza la cultura e le pos­sibilità eco­nomiche di altre nobildonne rinascimentali sembra infine che amasse l’eleganza e che la sua nota parsimo­nia venisse meno quando si trat­tava di cura della persona: la ricchezza delle stoffe e il nu­mero elevato di abiti inventariati, nonché la cospicua somma di cui alla morte ri­sultò debi­trice verso Lodovico Albertini, suo spe­ziale di fiducia, non possono d’altronde che con­fermare queste in­formazioni.

Tra le ricette, una quindicina vengono definite ‘afrodisiache’.
Coraggiosa “virago”, altrettanto nota per i suoi intensi appetiti, la Signora di Forlì, con le sue ricette afrodisiache non si limitava, come lei ci dice, “a fare luxuriare ine­stimabile”, ma otteneva addirit­tura di “fare stare duro el membro tutta la notte”. Nel suo la­boratorio d’alchimia, consigliata da speziali e apotecari, ma anche da ciarlatani e mammane, come una strega di villaggio distillava so­stanze vitali per combattere “contra el difecto de natura in alcuno homo o persona non posente usare cum fem­mina” ed escogi­tava formule efficaci per fare ingravidare, sgravidare e “fare che una donna non se lassi toccare ad altri che te”. “Piglia zibetto, consi­gliava al geloso, uno caratio, mu­schio uno caratto et fallo impalpa­bile et imposta omne cose inseme con si­roppo zenzaro verde, poi ogni la testa del membro et usa con donna”.

Il ricettario d’amore di Caterina non ha nulla da invidiare a un ma­nuale di sessuo­logia; le conoscenze dimostrate da Madonna in mate­ria erotica sono davvero straordi­narie e siamo certi che se molti fu­rono gli uomini ai quali ella seppe tener testa nelle questioni politi­che, forse di più furono quelli da lei messi in discussione nelle non meno importanti battaglie di letto.

L’intensa richiesta di piacere durante l’età rinascimentale, non solo da parte ma­schile (anzi sembra fossero proprio le donne ad avere ruolo dominante nelle questioni sessuali) è evidente dal ricettario di Caterina, dove, accanto a preparati cosmetici mi­rabili nel far ri­splen­dere le armi femminili di seduzione e di conseguenza nell’accendere il desiderio, troviamo singolari artifici per “restaurare” parti logorate o stanche o inabili e nel suo la­boratorio d’alchimia (nella Rocca di Ravaldino ove c’era il suo orto botanico), consigliata da medici, speziali e apotecari di Romagna e di Toscana, ma anche da ciarlatani e mammane, barbieri e norcini, come una strega di villaggio distillava so­stanze vitali atte “quanto te piacerà di stare in festa”. Ma le tanto vituperate ricette afrodisiache sono solo una quindicina di rimedi che in qualche modo attengono alla sessualità, quando gli Esperimenti sono 471 e 84 di cosmesi e lisci “a far bella”

Come aveva sviluppato Caterina le sue abilità fitoterapiche?
E proprio negli anni della fanciullezza frequentando Cristoforo de Brugora, speziale di Bona di Savoia, sua madre adottiva, e il suo giardino botanico, Caterina prese passione alle ricette di salute e ai giardini con erbario

Ma Caterina è una sperimentatrice di vaglia e a parte il lapidario, che tutti riportavano, e le “analogie” sessuali con vegetali ed animali, la fitoterapia (uso delle piante o estratti di erbe per la cura e la guarigione) di Caterina Sforza è alla avanguardia per i suoi tempi.

Le ricette del codice di Caterina appaiono tutt’altro che uniformi: al­cune sono scritte in latino (non maccheronica ma di certo “non bembiano”), altre in italiano volgare, altre ancora, quando Madonna lascia credere di non voler essere compresa da tutti, metà nell’uno e metà nell’altro idioma, con uso di un codice in linguaggio cifrato “comprensibilissimo” e anche con degli idiotismi propri della regione roma­gnola conditi con parole lombarde. Poi il Cuppano ha fatto il resto: un diciassettenne colonnello delle più terribili soldatesche dell’epoca che s’improvvisa copista!

A questo periodo, relativamente tranquillo, appartiene il libro inti­to­lato “A far bella”, in cui Caterina riunì le ricette che le servivano ap­punto a quello scopo e che può giustamente essere considerato il primo manuale di cosmesi. Le ricette riguardano per lo più unguenti atti ad ammorbidire la pelle, a proteggerla dal gelo e dagli eritemi so­lari, ma anche decotti d’erbe per pulire l’intestino, polveri (carbone di rosma­rino, ra­schiatura di corno di ca­pretti) per rendere i denti più bianchi, estratti da vegetali per tingere i capelli e in genere tutto ciò che potesse contribuire a migliorare il suo aspetto e a ren­derla attraente agli occhi dei suoi contemporanei

Qual è il valore storico e culturale dell’opera?
Caterina eredita uno stato costruito a prototipo del nepotismo e fa di tutto per mante­nerlo opponendosi a chiunque da suo zio al re di Francia, al Papa e al duca Valentino. Tiene corte aperta ad ogni sorta di attività ludi­che, letterarie, scientifiche, intrepida nelle armi, divoratrice di opere medico-farmaceuti­che sa essere estremamente competente nelle pratiche afrodisiache, a lei ricorrono e concorrono tutto uno stuolo di pazienti e praticanti, conoscitrice di Galeno ed Avicenna, si comporta come una strega di villaggio e sa rinforzare e sopire gli ardori d’amore, co­nosce i segreti per far ingravidare e sgravidare, sa le misure e le contromisure dei filtri d’amore. Il suo ricettario d’amore è una vera e propria miniera per l’erotologo e le sue conoscenze della sessualità sono davvero straordinarie. Caterina non conosce limiti, prova e sperimenta tutto ciò che le possa calmare i suoi robusti appetiti e, da autentica professionista, cataloga, analizza, studia i più intimi recessi della fisiologia e della psi­cologia del sesso. Figlia del proprio secolo non conosce limiti e mostra una libertà di costumi ed una sfrontatezza che non poteva che lasciare nel maschio un terribile senso di frustrazione per esser stato da lei abbondantemente superato quale campione del “molto luxuriare”.

Questo ricettario – scrive nell’ Introduzione il Pasolini – è forse il documento più completo e più importante conosciuto finora sulla profumeria e sulla medicina del principio del secolo XVI della sua epoca.

Una Caterina “donna” è quindi esistita, aldilà della fama di “virago” attribuitale dalla tradizione, e bella, galante e raffinata, con la sua pas­sione per i segreti delle acque e gli ar­cani della distilla­zione ci ha fornito il più completo e importante ricettario finora co­no­sciuto sulla profume­ria e la medicina del XVI secolo, un ricettario ch’ella arricchì di anno in anno, che tenne sempre con sé, come un diario, anche nei giorni turbi­nosi dell’ultimo assedio, anche nella melanconica solitudine del declino. Mentre un esercito di 12.000 sol­dati si disponeva ad assediare la rocca di Ravaldino, Madonna, dopo aver rinforzato le di­fese e piazzati i can­noni, si ri­lassava scrivendo a un amico fioren­tino perché le procurasse vasel­lame di vetro e alambicchi: “Mandatice palle tre de vetro tondo ha­biano il buco picolo et che tengano doi bucali de misura et XII ci­polle marine che se chiamano schille, che quanto più presto le man­darite ne serrà più grato”.

Un decennio dopo, nel marzo 1508, un anno prima della sua morte, faceva chiedere ad Anna, ebrea di Roma, alcune ricette di creme per il viso e “uno unguento negro” contro la cellulite “el quale assotiglia la carne e la fa lissa”.

Il grande interesse di Caterina per le ricette magico terapeutiche, di cosmesi e al­chimia, veniva dal mondo tardo antico e dalla cultura d’oriente, da tradizioni remote depositate nelle “officine” dei mona­steri e affidate alle corti e ai saperi domestici delle “streghe” e delle comari, dei barbieri e dei ciarlatani.