“Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco

Castelli di rabbia, Alessandro Baricco, riassunto, tramaCastelli di rabbia è il primo romanzo di Alessandro Baricco, edito da Rizzoli e pubblicato nel 1991. Nello stesso anno il romanzo vince il Premio Selezione Campiello e, nel 1995, il Prix Médicis étranger. Ambientato nell’Ottocento, nella cittadina immaginaria di Quinnipak, l’opera è una raccolta di personaggi e storie diverse tra loro, che si intrecciano in modo surreale e onirico, tessendo così una tela fatta di passioni e desideri che restituisce al lettore frammenti di realtà mischiati a finzione.

Il libro, diviso in sette capitoli, segue in particolare le vicissitudini di due coppie di protagonisti: da una parte i coniugi Donn e Jun Rail, che si amano di un amore tutto loro e particolare, dall’altra Pekisch e Pehnt, amici stretti da una relazione padre-figlio, dove il primo insegna al secondo come vivere e lo guarda crescere. Attorno alle due storie principali gravitano altri personaggi e altre storie, apparentemente slegate dalle due principali, che però contribuiscono a formare quel miscuglio di desideri, destini e vite umane che rappresenta il fulcro dell’opera.

Il protagonista principale, il signor Rail, è un uomo singolare, caratterizzato da una forte curiosità verso il mondo esterno, una grande inventiva e un instancabile ottimismo. È un uomo molto ricco, proprietario di una vetreria e pioniere di idee e progetti fuori dall’ordinario. È solito partire per lunghi viaggi senza dare alcuna notizia di sé, salvo annunciare il suo ritorno inviando alla moglie, Jun, una scatola con un gioiello. Jun viene descritta come una donna bellissima, le cui labbra sono difficili da dimenticare da quanto sensuali, ma che conserva un segreto. La relazione tra i due coniugi è particolare, fatta di routine e abitudini tutte loro, fondata su una fortissima lealtà e rispetto per i sogni e i progetti l’uno dell’altra. Durante uno dei consueti lunghi viaggi del signor Rail, l’uomo torna a Quinnipak accompagnato da Mormy, suo figlio mulatto nato da una relazione extra-coniugale, e una locomotiva di nome Elizabeth. Tra i rivoluzionari sogni del signor Rail, infatti, c’è anche quello di creare una ferrovia lunga 200 km e perfettamente dritta che colleghi Quinnipak con il paese vicino di Morivar. La realizzazione dell’imponente opera diventa possibile quando il signor Rail viene contattato dall’architetto Hector Horeau per la realizzazione del Crystal Palace, l’edificio che dovrà ospitare la “Grande Esposizione Universale dei Prodotti della Tecnologia e dell’Industria”. I due imponenti progetti però, per quanto progressisti, rimarranno utopici e irrealizzati, castelli di carte frutto della vivida immaginazione di uomini sognanti. La locomotiva Elizabeth rimarrà un monumento al progresso immobile sul prato dove una volta sorgeva la vetreria del signor Rail, mentre il Crystal Palace verrà distrutto da un incendio. La vita del signor Rail continuerà così nella miseria e l’uomo perderà tutto: il figlio Mormy verrà ammazzato dagli operai della ferrovia in seguito a una protesta per i mancati pagamenti dell’opera; la vetreria andrà in rovina dopo la morte del mastro vetraio Andersson; Jun lo abbandonerà per andare incontro al suo destino; e i suoi beni verranno messi all’asta per pagare i debiti.

Pekisch è un musicista e inventore, ideatore dell’umanofono, ossia un innovativo organo formato da persone che cantano solo ed esclusivamente una singola nota. Vive a Quinnipak, ospite della vedova Abegg, insieme a Pehnt, un ragazzino orfano che è stato lasciato da neonato davanti alla porta della donna, avvolto in una giacca da uomo nera. Il rapporto tra Pekisch e Pehnt è simile a quello tra padre e figlio: Pekisch cerca di insegnare tutto quello che sa sulla vita a Pehnt, che diligentemente prende appunti su un consumato quadernino viola.

«Con una certa tempestività, il ragazzino aveva già intuito, allora, che la vita è un casino tremendo e che in linea di massima si è chiamati ad affrontarla in stato di assoluta e radicale impreparazione. […] Pehnt capì, in un istante di noumenica illuminazione, che la soluzione stava nell’astuzia del catalogare. Se uno, via via che imparava le cose, se le scriveva avrebbe ottenuto alla fine un completo catalogo delle cose da sapere, consultabile in ogni momento, aggiornabile ed efficace contro eventuali cali di memoria.»

La relazione tra i due personaggi cresce assieme a loro, con la consapevolezza che un giorno, prima o poi, le loro strade dovranno separarsi. Sulla vita del ragazzino orfano, infatti, grava un pesante destino che prende la forma della giacca da uomo nera in cui era stato avvolto da neonato: secondo la vedova Abegg, Pehnt sarà pronto ad affrontare la grande città solo nel momento in cui quella giacca gli calzerà a pennello. Pekisch e la signora Abegg assistono ogni giorno alla crescita del ragazzo, fino a quando quella giacca non gli cade perfettamente. In occasione della partenza di Pehnt da Quinnipak, Pekisch organizza un concerto durante il giorno di San Lorenzo: due bande partiranno dai poli opposti del paese suonando due melodie diverse e si incroceranno al centro, creando una polifonia di suoni, esperienze e storie, per poi proseguire e invertire così le posizioni di partenza. Questo momento è il centro del romanzo, dove tutte le vite dei personaggi vengono racchiuse in un’unica scena costruita da analessi e prolessi, dove finzione e realtà si confondono e dove le molteplici linee temporali e spaziali si incastrano. Da questa scena in poi, i sogni e i desideri dei personaggi, i loro castelli di carta, cominciano a crollare.

Così come nella figura di Pehnt, anche nel resto del romanzo il concetto di destino è importantissimo. Castelli di rabbia, infatti, è una storia di sogni, desideri e destini, ma è soprattutto un libro che ragiona sulla letteratura in sé e sull’utilità delle storie.

«Nel senso che forse, sempre, e per tutti, altro non è mai, lèggere, che fissare un punto per non essere sedotti, e rovinati, dall’incontrollabile strisciare via del mondo. Non si leggerebbe, nulla, se non fosse per paura. O per rimandare la tentazione di un rovinoso desiderio a cui, si sa, non si saprà resistere. Si legge per non alzare lo sguardo verso il finestrino, questa è la verità. Un libro aperto è sempre la certificazione della presenza di un vile – gli occhi inchiodati su quelle righe per non farsi rubare lo sguardo dal bruciore del mondo – le parole che ad una ad una stringono il fragore del mondo in un imbuto opaco fino a farlo colare in formine di vetro che chiamano libri – la più raffinata delle ritirate, questa è la verità.»

Questo passaggio, citato da pagina 56, anticipa in modo sottile il finale del romanzo. Solo alla fine, attraverso una narrazione che sempre più ricorda un montaggio cinematografico, viene rivelato al lettore il narratore della storia: è una donna che, scappata dalla sua casa in Europa, cerca la libertà e la fortuna in America, pagando il biglietto per la traversata oceanica prostituendosi per il capitano Abegg. Per poter affrontare la cruda realtà la donna si rifugia nel paese da lei inventato, Quinnipak, dove può vivere la propria vita a suo piacimento, nei panni di Jun. Quinnipak e i suoi abitanti, dunque, non sono altro che un’invenzione, una storia raccontata per poter addolcire la pillola amara della realtà.

«È una specie di gioco. Serve quando hai lo schifo addosso, che proprio non c’è verso di togliertelo. Allora ti rannicchi da qualche parte, chiudi gli occhi, e inizi ad inventarti delle storie. Quel che ti viene. Ma lo devi fare bene. Con tutti i particolari. E quello che la gente dice, e i colori, e i suoni. Tutto. E lo schifo a poco a poco se ne va. Poi torna, è ovvio, ma intanto, per un po’, l’hai fregato.»

Dal punto di vista stilistico, Castelli di rabbia è un’opera sperimentale, che si distacca nettamente dalla scrittura degli anni precedenti. Il libro non segue alcuna linearità cronologica, spaziale o logica, ma si focalizza su una vicenda centrale (l’arrivo a Quinnipak della locomotiva Elizabeth) e lascia che le vicissitudini dei personaggi interrompano la narrazione a loro piacimento, attraverso monologhi, ripetizioni di ritmo, pagine vuote, lunghi periodi senza punteggiatura. Il risultato è un romanzo musicale, cadenzato da una narrazione che somiglia ad una struttura cinematografica dove i singoli fotogrammi delle scene scorrono sotto gli occhi del lettore. Questo singolare tipo di struttura narrativa è supportata anche dall’utilizzo della punteggiatura che Baricco fa all’interno del romanzo: frasi lunghissime si alternano a frasi asciutte ed essenziali e si combinano con componenti formali come lo slash /. Quest’ultimo viene utilizzato dall’autore per introdurre quelle che sembrano indicazioni di scena, che aiutano il lettore a “vedere” la storia e confermano la struttura cinematografica del romanzo. Il collante che tiene insieme questa polifonia di immagini è la voce narrante dell’autore, il suo linguaggio, che uniforma le espressioni ignorando però i registri linguistici dei singoli personaggi. Avviene così un’inversione: i personaggi colti parlano in modo molto semplice e viceversa.

Il titolo del romanzo si comprende solo al termine della lettura. Castelli di rabbia richiama l’espressione “castelli di carta”, evocando l’immagine di un castello precario che rappresenta i sogni infranti e utopici dei personaggi. Lo scontro con la realtà e l’impossibilità di realizzarli, provoca in loro rabbia. Ecco dunque spiegato il significato della terza parola che compone il titolo dell’opera. La rabbia è un sentimento che accompagna tutti i personaggi della storia ed è evidenziata anche dal linguaggio spesso crudo e aggressivo.

«Merda. Merda, merda, merda, merda. State tutti in un lago di merda. Vi marcisce il culo in un oceano di merda. Vi marcisce l’anima. I pensieri. Tutto. Uno schifo grandioso, davvero, un capolavoro di schifo.»

Castelli di rabbia è un libro che fa pensare, non solo per il suo stile sperimentale e innovativo, ma anche per i contenuti, caratterizzati da un ottuso ottimismo e positivismo che non viene abbandonato nemmeno nei passaggi più complicati e difficili.

«Però quando la gente ti dirà che hai sbagliato… e avrai errori dappertutto dietro la schiena, fottitene. Ricordatene. Devi fottertene. Tutte le bocce di cristallo che avrai rotto erano solo vita… non sono quelli gli errori… quella è vita… e la vita vera magari è proprio quella che si spacca, quella vita su cento che alla fine si spacca…….. io questo l’ho capito, che il mondo è pieno di gente che gira con in tasca le sue piccole biglie di vetro… le sue piccole e tristi biglie infrangibili… e allora tu non smetterla mai di soffiare nelle tue sfere di cristallo […].»

Sara Boscaro

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