“Cassiodoro primo umanista” a cura di Alessandro Ghisalberti e Antonio Tarzia

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Prof.ri Alessandro Ghisalberti e Antonio Tarzia, Voi avete curato l’edizione del libro Cassiodoro primo umanista pubblicato da Jaca Book: quale importanza riveste, per la storia medievale, la figura di Flavio Aurelio Magno Cassiodoro?
Cassiodoro primo umanista, Alessandro Ghisalberti, Antonio TarziaAlessandro Ghisalberti: Nella Prefazione al primo libro delle Istituzioni, Cassiodoro afferma che una sua antica intenzione era stata quella di creare a Roma una vera e propria università di studi teologici, sul modello di quella di Nisibi, in Siria, secondo un progetto che aveva sottoposto a papa Agapito (535-536), ma che le vicende politiche avevano impedito di attuarsi, perciò egli indirizzò progressivamente energie e risorse su Vivarium, motivato dalla constatazione fondamentale, frutto della sua esperienza politica, che occorresse sopperire alla carenza di biblioteche e di centri culturali impegnati nella copiatura dei manoscritti, mediante l’opera degli amanuensi. Per questo egli volle che nella biblioteca di Vivarium si raccogliessero non soltanto le opere della letteratura teologica, ma altresì i capolavori della letteratura profana, e che si curassero sia le trascrizioni o copiature, sia le correzioni o emendamenti dei testi, per conservarne le edizioni originali. Questa iniziativa diede inizio a una nuova era nella storia della civiltà occidentale: cessava l’antagonismo tra cultura cristiana o ecclesiastica e cultura pagana o laica, e venivano salvati per i secoli futuri i capolavori della classicità greca e latina, insieme con i testi sacri ebraico-cristiani e le opere dei Padri della chiesa. Fu l’inizio di un’impresa, che da Vivarium si propagò in tutta l’Europa e durò molti secoli, sino all’invenzione della stampa: furono i monasteri benedettini a continuare in tutta Europa, dall’Italia all’Irlanda, all’Inghilterra, alla Francia e alla Germania l’attività di produzione libraria e culturale di Cassiodoro il grande.

Quali vicende segnarono la sua vita?
A. G.: Discendente da una antica famiglia originaria della Siria (Cassiodorus è infatti un nome di questa regione), che si stabilì all’inizio del sec. V, in Calabria, a Scyllacium (Squillace), dove acquistò estesi possedimenti, Cassiodoro nacque a Squillace intorno al 490, e morì ultranovantenne intorno al 583; fu coetaneo di san Benedetto da Norcia, vissuto tra il 480 e il 547. La data di nascita di Cassiodoro si può desumere dal fatto che egli stesso dice di avere iniziato da giovane il cursus honorum attraverso la nomina a «consiliarius» del padre, mentre questi era prefetto del pretorio. A seguito di un panegirico in onore di Teodorico venne nominato questore (ossia, segretario particolare) nel 507 circa, carica che tenne sino al 511 circa; dal 511 al 514 circa fu governatore del Bruzio e della Lucania, come già il padre, nel 514 console ordinario. Nel 523, in seguito alla destituzione di Severino Boezio, divenne magister officiorum (ossia, segretario di stato), carica che ricoprì sin dopo la morte di Teodorico (avvenuta il 30 agosto 526) e forse sino al 527. Fu prefetto del pretorio, oltre che ancora questore e magister officiorum, dal 533 con Atalarico, sempre prefetto del pretorio dal 534 con Teodato e sino al 536 con Vitige. Fu a fianco dei suoi re sino alla fine con grande fedeltà, nella buona e nella cattiva sorte: compose la Storia dei Goti per esaltarne la gloria e l’antica ascendenza. Nel 540 Ravenna venne conquistata dagli imperiali d’Oriente, con la deflagrazione della guerra gotica, durata circa un ventennio tra il 535 e il 553, e vennero condotti a Costantinopoli come prede belliche i principali capi dei Goti, il tesoro di Teodorico e il re Vitige, in cui Cassiodoro aveva visto l’ultimo presidio del regno goto, e in favore del quale aveva fatto di tutto per irrobustire e procurare dei mezzi all’esercito. Per dieci anni non abbiamo notizie certe sui movimenti di Cassiodoro; lo ritroviamo a Costantinopoli nel 550, ma non sappiamo quando vi fosse arrivato, forse dopo un soggiorno a Roma, e certamente nella capitale sul Bosforo ebbe modo di familiarizzare con la cultura greca e aprirsi a nuovi orizzonti culturali: cominciò a frequentare la Bibbia e ad approfondire i Salmi. Il rientro in Italia, intorno al 554, terminata la guerra greco-gotica, lo portò alla natia Squillace dove scelse di condurre una vita monastica. I possedimenti paterni (erano stati restituiti ai legittimi proprietari i beni immobili con la Prammatica Sanzione di Giustiniano del 554) gli assicuravano abbondanza di mezzi e gli permisero di fondare, nella localitàsulla via dei mulini un monastero, detto Vivarium, con giardini ricchi di acque, frutteti e vivai, dove passò il resto della sua vita, insieme con alcuni compagni desiderosi di praticare la vita monastica colta dedicandosi agli studi. Va ricordato che, alle sue origini, il monachesimo fu una istituzione di laici, cristianamente impegnati, non clericalizzati. Qualche storico parla di una “conversione” di Cassiodoro al cristianesimo negli ultimi anni della permanenza a Ravenna, e poi incrementata negli anni di Costantinopoli; ma è opinione prevalente che egli sia sempre stato cristiano, anche se il suo profilo letterario e politico nei primi decenni della sua attività non ha tracce di scritti di carattere religioso esplicito prima del “De anima”, pubblicato come ultimo volume delle “Variae” nel 538 circa.

In che modo Cassiodoro fu uomo del libro e delle biblioteche?
A. G.: Per quanto riguarda il contributo di Cassiodoro alla conservazione e trasmissione dei libri, va ricordato che i più importanti testi del passato sono arrivati fino ai nostri giorni grazie all’imponente opera di copiatura sviluppata a Vivarium, a partire dalla trasmissione dei testi biblici. Egli fece copiare una Bibbia secondo “la traduzione di Girolamo”, ossia il testo dell’Antico Testamento tradotto dall’ebraico e la Volgata latina per il Nuovo Testamento, in cinquecento sedici fogli e in caratteri piccoli. Inoltre si impegnò a fare una nuova copia della Volgata, basandosi sui codi più antichi e applicando i propri principi critici.

La biblioteca di Vivarium, ricca di testi greci e latini, cristiani e pagani, portati con sé sia da Ravenna che da Costantinopoli, fu il fulcro del monastero; era dotata di uno scriptorium, in cui veniva fatta la copiatura e la traduzione dei testi, e di un centro di produzione per la rilegatura dei nuovi testi. L’amanuense è chiamato da Cassiodoro antiquario di Dio, e non deve semplicemente copiare, ma deve curare la perfetta trascrizione e il rispetto delle norme ortografiche elementari. Gli errori ortografici e grammaticali comportano il rischio di contribuire alla proliferazione di errori concettuali e dogmatici, e, nel caso dei testi biblici, alla diffusione di errori di interpretazione del testo sacro. I traduttori ed i copisti devono attenersi a tipologie calligrafiche ben precise, dettate da Cassiodoro e raccolte nel suo ultimo scritto, sull’ Ortografia, pubblicato all’età di circa 93 anni.

In biblioteca, i codici erano disposti rispettando le varie discipline scientifiche e umanistiche dell’epoca sintetizzate in epoca medievale nel trivio e nel quadrivio. I manoscritti erano posti in “armaria” numerati, e ordinati per discipline. In tutta evidenza le Sacre scritture: almeno 5 tipologie di Bibbia, una in ebraico, una in greco e tre in latino; una copia in latino in piccolo formato con la traduzione di San Girolamo (347-420), detta poi “vulgata”. Un’altra in nove volumi, ognuno dei quali portava inclusi dei commentari dei Padri della Chiesa secondo uno schema studiato da Cassiodoro, fedelmente descritto nell’opera intitolata Istituzioni delle lettere divine e umane. Presenti opere di Agostino, Ambrogio, Basilio, Mario, Cipriano, Origene, e opere di autori pagani (Omero, Aristotele, Tito Livio, Demostene, Virgilio, Cicerone (Topica), Giuseppe Flavio (Antiquitates Iudaicae). Erano, inoltre, disponibili i testi significativi della letteratura classica ed ellenistica, libri di cosmografia e astronomia: le opere di Marcellino Illirico (Chronicon), il celebre Almagesto di Claudio Tolomeo, l’opera di Dionigi il Piccolo, autore del progetto di riforma del calendario e con il quale Cassiodoro ha avuto un intenso confronto relativamente al computo della Pasqua e all’anno zero, che secondo Cassiodoro doveva cominciare nove mesi prima del Natale a Betlemme. Molto curati i testi di filosofia, costituiti principalmente dalle traduzioni latine fatte da Severino Boezio: il musico Pitagora, l’astronomo Tolomeo, l’aritmetico Nicomaco e il geometra Euclide, il metafisico Platone, il logico Aristotele e l’ingegnere Archimede. Erano presenti molti codici di medicina per i monaci addetti alle cure mediche, nel piccolo ospedale del monastero, tra cui l’erbario di Dioscoride, la Terapeutica di Galeno, i libri di Aurelio Celso, il libro sulle erbe di Ippocrate. Oltre al Dioscoride, nelle Instituzioni Cassiodoro allude ad un corpus medico formato da opere di Ippocrate (De herbis et curis) e Galeno (Therapeutica) e ai codici di Celio Aureliano.

Quale diffusione ebbero i codici di Vivarium?
A. G.: Le notizie sulle sorti di Vivarium dopo la morte di Cassiodoro sono piuttosto incerte. Non si hanno notizie documentali sul monastero fino all’XI secolo, quando viene citato sotto il nome di San Martino e ricondotto alla sfera d’influenza della Trinità di Mileto, della quale entrò a far parte in seguito ad una donazione da parte del conte Ruggero. La storia del patrimonio librario di Vivarium è recuperabile per alcuni aspetti frammentari, ma ignota nel suo complesso: alcuni testi finirono sicuramente in Inghilterra, altri a Roma, probabilmente inglobati all’interno della Biblioteca Vaticana. Guglielmo Sirleto (Guardavalle 1514 – Roma 1585) vescovo di Squillace dal 1568 al 1573, cardinale, custode della Biblioteca Vaticana, bibliofilo di vasta cultura, arricchì la Biblioteca Apostolica Vaticana di numerosi codici raccolti tra i monasteri calabresi e soprattutto della Diocesi di Squillace, proseguendo l’opera di collezione dei testi di cultura cassiodorea. Sirleto ricoprì un ruolo di consulenza bibliografica nelle determinazioni del concilio di Trento, infatti, l’accesso alle fonti bibliografiche, ai codici, gli consentì la guida dogmatica nella stesura dei documenti e nel risolvere controversie. I suoi interlocutori diretti furono il Cardinale Carlo Borromeo (1538-1584), il Cardinale Girolamo Seripando (1493-1563) e, soprattutto, il Cardinale Marcello Cervini, legato papale al Concilio di Trento, dai quali Sirleto venne costantemente interpellato, allo scopo di raccogliere i riferimenti documentali necessari per la stesura delle determinazioni conciliari.

Quale parallelo è possibile tracciare con la badessa Ildegarda di Bingen?
A. G.: È sorprendente la sensibilità eccezionale di Ildegarda di Bingen, una monaca del secolo XII, che nelle sue molteplici opere riesce a tracciare con parole penetranti il sentito proprio di una visione credente dell’uomo: creato da Dio a sua immagine e somiglianza, dunque al vertice dell’intera ideazione creatrice, poi misteriosamente soggetto alle conseguenze di una colpa deformante, l’uomo è consapevole che le sue azioni sono segnate da una ambivalenza che ferisce, essendo inscritte nel plesso carne-spirito, anima-corpo. Su questa terra l’uomo permane in questa insuperabile tensione tra gioia e castigo, tra gemito e colpa, e continuamente l’anima fa di tutto per ricordargli che, se resiste in questa tensione senza arrendersi, lo attende un compimento finale di gloria. Scrive Ildegarda: «L’anima, che è della natura del vento, muove ogni creatura attraverso il cuore e le vene dell’uomo, quando compie con lui i peccati che le sono sgraditi e contrari, e dopo che ha goduto nel peccato, lo fa spesso piangere, e trasforma la sua sicurezza in grande confusione»; «l’anima dell’uomo è come la linfa nell’albero, perché, come tutti i frutti dell’albero crescono grazie alla linfa, così tutte le opere dell’uomo sono compiute per l’azione dell’anima; e quando le sue vene e le midolla si sono riempite, l’uomo comincia ad agire secondo i desideri della carne, ma dopo aver agito, costretto dalla natura spirituale dell’anima, spessissimo si abbandona al pianto». L’anima sorregge l’uomo nella afflizione e lo salva dalla disperazione, raccontandogli che è stata rivelata una offerta inaudita di liberazione: Dio stesso ha assunto il corpo umano e ha affrontato l’umiliazione e l’abisso della morte cruenta per manifestarsi come il liberatore e il salvatore dell’uomo.

Cassiodoro, nel cap. IX del De anima, tratta dell’incarnazione di Cristo per liberare l’uomo dal peccato: «Concepito da un mistico soffio, nato da una vergine, nulla ereditò da Adamo colui che venne perché fosse vinto il peccato di Adamo. Così fu spezzata quella lunghissima fune con cui eravamo legati. Il torrente che ci trascinava fu in quel momento disseccato. La morte perdette i suoi diritti mentre la nostra condizione umana ricevette la vita del redentore». Nei capitoli finali del suo trattato, Cassiodoro invita l’uomo alla resistenza e alla speranza, perché il destino dei buoni è un futuro di eterna felicità, nella quale «la carne e l’anima, unite in un’eterna pace, non potranno essere in contrasto tra loro, là vi saranno membra che risplendono di bellezza per la loro spirituale armonia e non si corromperanno per la concupiscenza della carne, là infine brilleranno di celeste sobrietà e non saranno macchiate dall’ebbrezza dei pensieri mondani».

Da questi veloci richiami testuali, risulta manifesto l’accordo del linguaggio che i due autori, Ildegarda e Cassiodoro, assumono nel parlare dell’uomo come struttura unitaria di anima e corpo, sia nella vicenda della vita terrena, sia nella prospettiva dell’eternità futura; non viene mai pensato un futuro per la sola anima. Una novità interessante è presente nel testo di Ildegarda, quando vede nell’interconnessione cosmica anche il lato maschile/femminile della corporeità, e la femminilità non è descritta come la sola responsabile del peccato originale; anzi, mentre l’uomo fu fatto con un impasto di terra, la donna è stata fatta dalla carne di Adam, e perciò la sua mente è più acuta e leggera, non oppressa dal peso della terra. È qui presente lo sviluppo di un’idea già anticipata da Cassiodoro, il quale, pur consentendo alla lettura più diffusa che attribuiva al corpo la trasmissione del peccato alla singola anima, nella constatazione che l’anima è creata direttamente da Dio vede la destinazione dell’anima al corpo segnato dalla concupiscenza come prestabilita da Dio; viene in tal modo enucleato un fine positivo nell’unione dell’anima col corpo, che consente di riservare un margine di “naturalità” all’attività sessuale dell’uomo.

In che modo il De anima ha costituito un oggetto di riflessione nella spiritualità medievale?
A. G.: L’opera di Cassiodoro intitolata Sull’anima rappresenta il contributo più sistematico del maestro al pensiero filosofico e teologico circa la visione cristiana dell’uomo, e costituisce una delle fonti più significative dell’antropologia altomedioevale, poiché risulta essere l’originale cinghia di trasmissione del pensiero patristico circa il rapporto anima-corpo. Quando Cassiodoro scrive il trattato Sull’anima, tra il 537 e il 540, in concomitanza con la conclusione delle Variae e in procinto di abbandonare le cariche pubbliche, avvalendosi delle sue conoscenze dei filosofi pagani e dei dottori cristiani, elabora una prospettiva complessivamente nuova rispetto ai predecessori, con una visione positiva dell’unione di anima e corpo, nell’intento di mitigare il dualismo anima-corpo presente nel platonismo agostiniano. Abbandonata la dottrina della reminiscenza, Cassiodoro vede l’anima come una luce, dotata di ragione di cui l’anima si avvale per conoscere la realtà mondana e le verità più elevate. L’anima, sostanza spirituale, vivifica il corpo e stringe legami decisivi con esso: partecipa alle vicissitudini positive e negative del corpo, è presente in tutte le sue parti, lo anima con il vigore vitale, distribuisce dappertutto il nutrimento conveniente, mantenendone la misura e l’equilibrio. In apertura lo stesso autore richiama la volontà di ottemperare all’antico precetto delfico: conosci te stesso. Le tradizioni scritte degli uomini del passato hanno contribuito a soddisfare il desiderio dell’uomo di conoscere il mondo, la sua costituzione, i fenomeni che contrassegnano le forme della vita vegetale e animale, e ancora di scrutare il cielo, i moti e le armonie degli astri. Accanto a questo tipo di sapere che può essere detto “scientifico”, le filosofie e le religioni hanno tracciato importanti percorsi per conoscere la natura specifica dell’uomo, non solo nelle componenti fisiche materiali, ma nelle sue capacità più nettamente spirituali, a partire dall’intelletto e dalle aspirazioni profonde che sono i costitutivi dell’anima.

Nella valutazione positiva della corporeità, Cassiodoro valorizza la stazione eretta del corpo umano, l’armoniosa distribuzione delle membra, la ricchezza dei cinque sensi, l’espressività del volto, in particolare degli occhi collocati nel capo «come i due bellissimi volumi dei Sacri Testamenti» (De anima, XI) Tutto è ricco di significato, perché l’anima è stata creata per unirsi al corpo, e il corpo esplica una funzione importantissima nella cura dell’anima, consentendole di raggiungere quel destino di luminosa immortalità cui aspira sin dalla sua creazione. Tutta la tradizione cristiana, filosofica e teologica, durante il medioevo, si è sintonizzata su questa linea, e non solo quella monastica. Nel volume Casssiodoro primo umanista spiccano i riferimenti ad autori del calibro di Guglielmo di Saint Thierry, Ildegarda di Bingen e Francesco Petrarca. Il maggiore lascito cassiodoreo alla spiritualità medioevale è offerto dall’insistenza sulla contemplazione di Dio come momento felicitante dell’uomo, descritto con parole di esaltazione della resurrezione dei corpi, quando anima e corpo raggiungeranno la perfetta intimità e unità; molta attenzione ha ricevuto anche l’elevatissima preghiera a Gesù Cristo, posta alla fine del trattato, nella quale vengono invocate le benedizioni divine su tutte le dinamiche della vita spirituale dell’uomo, con particolare richiesta di protezione riservata all’unione dell’anima con il corpo, stabilita dalla volontà del Creatore.

Quali riflessi cassiodorei è possibile rinvenire nell’opera del teologo svizzero von Balthasar?
Antonio Tarzia: Lontani millequattrocento anni l’uno dall’altro, questi due giganti del pensiero trovano delle assonanze nella loro vita spirituale e nel loro discorso teologico. L’ambiente che li unisce è la musica, l’armonia come linguaggio universale, linguaggio eterno di Dio che dà il ritmo all’intero creato, come dice Pitagora, il matematico citato da Cassiodoro. L’Arcivescovo Rino Fisichella, che ritiene Von Balthasar come l’apice culturale del XX secolo, nel suo libro “La bellezza e la prima parola. Rileggendo Hans Urs Von Balthasar” (Ed. San Paolo), cita il cardinale svizzero riportando un suo ricordo autobiografico: “Il contenuto principale dei miei anni prima del ginnasio era la musica… passavo ore senza fine al pianoforte”. Cassiodoro è stato il primo a dare dignità di materia universitaria alla musica, inserendola nel quadrivio della sua organizzazione e programmazione scolastica di sette discipline. C’è una bellissima frase di Cassiodoro che il card. Gianfranco Ravasi ha riportato in un suo articolo sul Sole 24 Ore qualche anno fa: afferma che il Signore, quando vide che l’uomo peccatore non voleva pentirsi e cambiare vita, per punirlo lo privò del gusto della musica. La chiave di lettura poi per un cammino spirituale alla ricerca di Dio e sulla via del Regno, è la bellezza contemplata nella natura: i colori del cielo e dei fiori, il profumo delle piante aromatiche portato dal vento, la gioia di un sorriso, la felicità di un abbraccio sono per Cassiodoro i riflessi della bellezza di Dio. Tutto il creato è uno specchio (concetto questo anche platonico), in cui l’uomo guardando riconosce il bello originario, “ricorda”, rivede Dio che ha fatto bene ogni cosa, come dice il libro della Genesi. Cassiodoro fa notare questi crocevia tra la cultura profana e il dettato biblico. A Vivarium, il dotto calabrese aveva costruito con le acque irrigue, gli zampilli e le vasche termali, con i fiori profumati e le piante medicinali, i piccoli volatili e le arnie delle api laboriose, un giardino del Paradiso, un anticipo della Gerusalemme celeste, così che i suoi monaci e pellegrini che facevano sosta trovassero pace e riposo nella serenità più esclusiva. Il suo monastero all’incrocio dei due fiumi (oggi Alessi e Gattarello) era aperto a tutti e non teneva prigioniero nessuno. Tutto viveva in armonia sotto la maestà di Dio che ha creato e nel Figlio che ci ha perdonati e redenti. Nella sua opera “Gloria. Un’estetica teologica”, in quindici volumi (edito in Italia dalla Jaca Book) il teologo Von Balthasar cita e parla a lungo di Cassiodoro, il fondatore di monasteri del VI secolo, il letterato, politico e biblista; il mistico di una cristologia innovativa e modernissima. “O ineffabile Maestà e compassionevole bontà… tutte le cose precipiterebbero nella rovina, se venissero separate dalla maestà della tua bontà misericordiosa”. Così il termine più appropriato per dire Dio e la sua rivelazione, diventa per Cassiodoro la “Maestà”, che secondo Von Balthasar è molto vicino alla “Gloria” biblica, citata da lui. Il teologo svizzero visita più volte il De Anima di Cassiodoro, le Institutiones, e l’Expositio psalmorum (opera appena tradotta tutta intera in italiano, in sei volumi, dall’arcivescovo Antonio Cantisani e pubblicata dalla Editrice Jaca Book). Il concetto di bellezza del corpo che ci permette di conoscere Dio e metterlo come il fine ultimo di ogni azione e pensiero umano è un sentire e ragionare filosofico del platonismo, un po’ pitagorico ma pienamente sposato da Cassiodoro alla spiritualità biblica dei Salmi, la preghiera di Cristo al Padre in nome dell’umanità. Von Balthasar vede qui l’innesto della teologia dei Padri greci con la cultura profana d’Oriente che trova radici nell’antico Egitto in una cultura e religione prima della greco-romana.

Quali parole ha dedicato a Cassiodoro Benedetto XVI?
A. T.: La nota di Benedetto XVI su Cassiodoro negli Incontri di catechesi sui Padri della Chiesa (tenuti nell’aula Paolo VI, mercoledì 12/03/2008) apre presentando il personaggio del VI secolo Flavio Aurelio Magno Cassiodoro, cittadino italiano nato in Calabria, senatore a Roma, politico e Prefetto del Pretorio a Ravenna, ambasciatore a Bisanzio dove andò almeno tre volte accompagnando i Papi. “L’uomo di alto livello sociale, si dedicò alla vita politica e all’impegno culturale come pochi altri nell’Occidente romano del suo tempo. Forse gli unici che gli potevano stare alla pari in questo suo duplice interesse furono Boezio e il futuro Papa di Roma, Gregorio Magno”, così scrive Benedetto.

Il confronto è con due giganti di cultura e fari di civiltà, il primo nel campo degli studi filosofici, matematici e musicali, l’altro maestro e pastore insigne, organizzatore di missioni nell’alta Europa, gestore del vasto patrimonio ecclesiale si diede il titolo “Servus servorum Dei” e ci lasciò scritti di omiletica ed esegesi biblica. Organizzando anche il canto liturgico che porta il suo nome, ancora oggi.

Cassiodoro, scrive Papa Ratzinger, fu modello di accoglienza, poveri, pellegrini, malati e incolti; promotore di dialogo e riconciliazione fra popoli diversi, fra chiese separate, ortodossi e ariani, volando alto sulle divisioni con lo sguardo rivolto a Dio, all’unità, alla misericordia come virtù teologale vissuta anche dall’uomo.

Cassiodoro “concepì l’idea di affidare proprio ai monaci il compito di recuperare, conservare e trasmettere ai posteri, l’immenso patrimonio culturale degli antichi perché non andasse perduto” tra le molte guerre, carestie ed epidemie del tempo triste, allora più di oggi. Rinasce così, dall’ambiente silenzioso e dotto dello Scriptorium che per secoli tutti i monasteri imitarono, la nuova Europa medievale delle abbazie e cattedrali romaniche e gotiche, dei comuni e delle città Stato, del Rinascimento con arti e mestieri, università e confraternite, tornei, feste e mercati, pellegrinaggi e viaggi d’esplorazione: così cresce la conoscenza dell’uomo e il pianeta terra dà la sensazione di essere diventato più piccolo, perché l’uomo ha allungato il suo passo e alzato lo sguardo.

Benedetto XVI conclude citando l’opera di Cassiodoro De Istitutione Divinarum Scripturarum dove si raccomanda la preghiera e la meditazione notte e giorno della legge del Signore, come canta il primo Salmo del Salterio: “È un ammonimento che possiamo accogliere come valido anche per noi. Viviamo infatti anche noi in un tempo di incontro delle culture, di pericolo della violenza che distrugge le culture e del necessario impegno di trasmettere i grandi valori e di insegnare alle nuove generazioni la via della riconciliazione e della pace. Questa vi troviamo orientandoci verso il Dio con il volto umano, il Dio rivelatosi a noi in Cristo”.

Qual è l’eredità di Cassiodoro?
A. T.: Il volume appena edito dall’Associazione Centro Culturale Cassiodoro con l’Editrice Jaca Book testimonia nelle indagini storiche degli esperti e dei cattedratici autori, quanto Cassiodoro sia presente, sottotraccia a volte, ma sempre con rilievo notevole nella cultura e nella civiltà occidentale in questi mille e quattrocento anni che ci separano dalle sue opere e dalla sua attività di politico, magistrato, scrittore e biblista, fondatore di monasteri. I suoi sogni utopici di una Europa unita, forte e indipendente, di una università dei saperi con molti e diversi percorsi di studio sono realtà ormai storicizzate ma da lui profetizzate. Con lo sguardo perso, ma vigile e cosciente nel futuro usò per primo il termine moderno nell’accezione a noi abituale: fiore che sboccia nel futuro ma allunga le sue radici nel passato. Bibliofilo ed enciclopedista fonda a Squillace lo Scriptorium cuore palpitante del suo monastero Vivarium, avveniristico per il suo secolo. Qui il libro è curato, redatto, divulgato con professionalità editoriale ma spirito squisitamente religioso. Il libro soprattutto se testo sacro o commento patristico è per lui un sacramentale: voi – dice ai suoi monaci – con le tre dita (chiaro richiamo trinitario) e il calamo intinto nell’inchiostro, combattete per il Signore la santa battaglia. Anche nell’organizzazione delle sue comunità monastiche ci ha dato lezione di saggezza e di management: gli orti da frutta, le piante medicinali, la peschiera, le vasche per i bagni termali, le greggi per gli agnelli con cinquecento pecore madri e quindi le pergamene per il largo consumo degli amanuensi… Tutto è organizzato perfettamente in armonia quasi a regime autarchico come le future città Stato del Medioevo. Se nel commento ai Salmi ha lavorato da enciclopedista, nel De Anima si rivela autore mistico, innamorato di Cristo che pratica la preghiera continua, l’esicasmo, dei Padri del deserto. Questa è la sua vera conquista spirituale che raggiunge dopo i cinquant’anni di vita sociale in prima linea come Console, Corrector, Ministro del tesoro e Prefetto del Pretorio. Fu anche senatore a Roma e con tre Papi in tempi diversi andò ambasciatore a Costantinopoli. Uomo di ricca famiglia impegnata politicamente fu sempre aperto alla povertà dei suoi contemporanei, capace di misericordia e abitatore del Salterio biblico: uomo di potere quindi e di preghiera. Nell’ultimo capitolo del De Anima, nella commovente preghiera finale rivolta a Cristo, Cassiodoro scrive: “O Signore, poiché in noi non c’è nulla che tu possa remunerare, ma in te c’è inesauribilmente ciò che ti degni di elargire, strappami da me stesso e conservami in Te… Allora soltanto sarò mio, se sarò stato tuo… fai che in te io riponga il bene e a me sempre attribuisca il male [così che] comprenda quanto sono nulla senza di Te”.

Alessandro Ghisalberti, laureato in Filosofia presso l’Università Cattolica di Milano nel 1966, è stato docente di Storia della filosofia medievale nelle sedi di Brescia e di Milano della Università Cattolica (dal 1972-73 al 1985-86). Professore straordinario di Storia della filosofia medievale nella Facoltà di Lettere e Filosofia della Università della Calabria, a Cosenza (dal 1986-87 al 1988-89), nel 1989-90 è stato nominato professore ordinario della stessa disciplina nella Facoltà di Lettere e Filosofia della Università Cattolica di Milano, dove, dal 2003 al 2012, ha ricoperto la titolarità della cattedra di Filosofia teoretica nella stessa Facoltà. Socio della Società filosofica italiana, membro della Siepm (Société internationale pour l’étude de la philosophie médiévale), membro della SISPM (Società italiana per lo studio del pensiero medievale), membro del Consiglio direttivo dell’Istituto internazionale di Studi Piceni, dell’Istituto di Studi umanistici F. Petrarca, del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti, dell’Istituto “Veritatis Splendor” di Bologna, della Rivista “Medioevo”, dell’Anuario de Historia de la Iglesia (Pamplona). È membro effettivo dell’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere. Gli studi pubblicati hanno approfondito le grandi figure della filosofia medioevale: la tradizione agostiniana, da Boezio e Cassiodoro ad Anselmo d’Aosta; la teologia legata alla mistica affettiva (San Bernardo) e alla letteratura profetico-visionaria ( Ildegarda di Bingen e Gioacchino da Fiore). Numerosi saggi monografici sono dedicati ai maestri della grande Scolastica dei secoli XIII-XIV: Tommaso d’Aquino, san Bonaventura, Duns Scoto, Ockham, Buridano. Ricerche puntuali sono state riservate al pensiero filosofico e teologico di Dante Alighieri. Attualmente le sue ricerche si concentrano sugli snodi teoretici dell’incontro tra razionalità filosofica e rivelazione cristiana, a partire dalla neoscolastica contemporanea più avanzata, e sulla loro incidenza nel pensiero dell’Occidente. Principali volumi pubblicati: Guglielmo di Ockham (1972; traduzione in portoghese, 1997), Giovanni Buridano dalla metafisica alla fisica (1975), Introduzione a Ockham (1976), Le Quaestiones de anima” attribuite a Matteo da Gubbio. Edizione del testo (1981), Giovanni Duns Scoto: filosofia e teologia (1995), Invito alla lettura di Tommaso d’Aquino (1999), As raizes medievais do pensamento moderno (2001), Il pensiero filosofico e teologico di Dante Alighieri (2001), La filosofia medievale (2006), Dante e il pensiero scolastico medievale (2008), Mondo, Uomo, Dio. Le ragioni della metafisica nel dibattito filosofico contemporaneo (2010), Pensare per figure. Diagrammi e simboli in Gioacchino da Fiore (2010), Traduzione italiana e commento di Tommaso d’Aquino, Trattato sull’unità dell’intelletto (2020), Medioevo teologico. Categorie della teologia razionale nel Medioevo (2020)

Don Antonio Tarzia è un sacerdote calabrese, religioso della Pia Società San Paolo. Nato ad Amaroni (CZ) nel 1940, ha studiato prima ad Alba (CN) e poi a Roma, conseguendo nell’Università del Laterano la Licenza in Teologia. Ordinato sacerdote nel 1969, per i primi tre anni ha lavorato alla San Paolo Film. Nel 1971 è trasferito a Milano nella redazione del Giornalino ove dirige l’Enciclopedia Audiovisiva. L’opera, pubblicata in fascicoli, nasce bi-lingue ed è diffusa in Italia, Francia e Canada. Raccolta in volume diventa poi una seconda edizione. Don Tarzia intanto all’Università degli Studi di Milano si laurea in lettere moderne. Nel 1979 su incarico di don Giuseppe Zilli, storico Direttore di Famiglia Cristiana, fonda e dirige per sei anni Jesus, mensile ecumenico aperto ai cultori della storia delle religioni. Nel 1984 il Superiore Generale della Società San Paolo don Renato Perino lo delega a Direttore generale del Gruppo Libri San Paolo con sede a Cinisello Balsamo. Per quindici anni gestisce l’azienda raggiungendo ottimi risultati editoriali con ramificazioni redazionali all’estero, nuove librerie e tante traduzioni in varie lingue. Il catalogo della San Paolo Libri supera i duemila titoli, alcuni con decine di edizioni, e si arricchisce di 89 collane, 4 enciclopedie e 12 dizionari. Nel 1989 lascia il Gruppo San Paolo Libri e torna al Gruppo Periodici, prima direttore del Giornalino (dove fonda la rivista mensile pre-scolare GBaby) e poi dal 2006 ritorna alla direzione di Jesus fino all’agosto del 2013. Da allora è consulente di direzione per Jesus, Credere e Maria con te. Da pensionato tiene conferenze, scrive su giornali e cura libri soprattutto per l’Associazione Centro Culturale Cassiodoro da lui fondata nel 2005. Un altro impegno specifico è il Premio Internazione Cassiodoro il Grande, evento mediatico ripreso da varie televisioni, giunto alla XI edizione. Tra i libri pubblicati, 12 per ragazzi oltre a 82 fiabe in più edizioni, prima spillettati poi in volume ripubblicate da Jaca Book, tradotti anche in tedesco dalla Medienverlag St. Paulus e ripubblicate da Famiglia Cristiana nella collana di sette volumi “Favole in famiglia”. Di questi il libro più diffuso è stato il Giubileo degli animali nel 2000 (80 mila copie). Per adulti ha pubblicato Una settimana a Cuba, Il mistero del convento; Storie del presepe; Storia di Gesù Bambino tra Vangeli e apocrifi; Cassiodoro il Grande (a fumetti); Cassiodoro primo umanista (curatela), 2021. Come Direttore editoriale ha curato l’Enciclopedia I Santi nella storia (13 volumi) venduta con Famiglia Cristiana. Nel 2011 è elevato Cavaliere ai meriti della Repubblica dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

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