Cartoon educativi e immaginario infantile. Riflessioni pedagogiche sui testi animati per la prima infanzia, Cosimo Di BariProf. Cosimo Di Bari, Lei ha curato l’edizione del libro Cartoon educativi e immaginario infantile. Riflessioni pedagogiche sui testi animati per la prima infanzia pubblicato da FrancoAngeli: quanto e come i cartoni sono in grado di alimentare l’immaginario dei più piccoli e di rappresentare per loro modelli significativi di comportamento?
Il nostro immaginario è inevitabilmente caratterizzato dalle esperienze e dalle storie che incontriamo, si nutre proprio dei simboli che contrassegnano la nostra cultura. Questo è valido per gli adulti e lo è ancora di più per l’infanzia, la quale proprio a partire dalle narrazioni che incontra e dalle esperienze che vive costruisce il proprio modo di guardare il mondo. Inevitabilmente l’immaginario delle bambine e dei bambini è caratterizzato anche dai media, che entrano nelle loro vite fin dai primi mesi di vita. Tra i media, un ruolo da protagonisti spetta ai cartoon, che insieme agli albi illustrati e insieme alle storie lette o narrate a voce alta, sono i testi più presenti nella vita dei bambini. Il cartoon, rispetto agli altri testi, oltre ad essere più capillare nelle giornate dell’infanzia (lo confermano a riguardo le statistiche elaborate da alcune recenti ricerche), tende ad uscire dai confini dello schermo per entrare nei gadget e finisce così per rappresentare in modo ancora più efficace un “fenomeno immaginativo”. Le conseguenze di questo possono essere tanto negative quanto positive, dipende tutto da quanto l’adulto riesce ad essere presente: possiamo preoccuparci se un bambino finisce sempre per disegnare i propri eroi dei cartoon senza riuscire più ad esprimere la propria fantasia? E se di fronte a una situazione di paura (come ad esempio una visita medica) il bambino riesce ad esorcizzare tale emozione immedesimandosi nel personaggio del cartoon? In questi e in altri casi, la “differenza” è rappresentata dalla presenza di un adulto, che “media”, accompagna, spiega, rassicura, collega e amplia le esperienze fruite sullo schermo con quelle vissute in prima persona.

Come si sono sviluppati i linguaggi della letteratura infantile dal Settecento a oggi?
La categoria di infanzia, come spiegano gli storici, non è sempre esistita nella nostra società: si diffonde secondo alcuni autori grazie all’invenzione della stampa e, tra molte difficoltà, si afferma proprio durante il XVIII secolo, per merito della borghesia. In questa “invenzione” dell’infanzia (visto che si inventa un sentimento che prima non esisteva) ha un ruolo importante anche la letteratura per l’infanzia: come nota Franco Cambi all’interno del volume da me curato, a partire dai testi del Settecento e del Primo Ottocento, che erano privi di illustrazioni, col secondo Ottocento l’immagine entra con forza nella letteratura, andando a comporre un linguaggio multimediale, fatto appunto di parole e di immagini. Il Novecento, definito come “il secolo del fanciullo”, ma anche come il “secolo dei media” è sempre più contrassegnato da stampa periodica per ragazzi, da fumetti e da altri testi sui quali si diffondono significative riflessioni pedagogiche. Negli ultimi decenni, prende sempre più spazio quella che viene definita come “paraletteratura” per l’infanzia, rappresentata principalmente da cartoon e videogiochi. Due ambiti in cui il testo scritto riveste sempre meno rilevanza, lasciando parlare le immagini e l’audio. Queste trasformazioni vengono spesso etichettate come negative: ma dobbiamo cercare di studiare e comprendere i fenomeni. Non sono i testi ad essere “cattivi”, piuttosto è sempre bene riflettere sugli usi e guidare a fruizioni che siano realmente interattive, consapevoli, creative.

Quali rischi e quali opportunità educativi presentano i cartoon per la prima infanzia?
La ricerca sui media, come notava già Umberto Eco nel 1964 in Apocalittici e integrati, si è schierata in fazioni contrapposte, ora sbilanciate sui rischi e ora focalizzate sulle opportunità. Anche rispetto ai cartoon possiamo trovare questi due schieramenti, tra i quali forse sarebbe bene non prendere una posizione netta e assoluta. È opportuno comprendere che vi sono vari rischi nei cartoon: elencando i principali, possiamo pensare alla loro tendenza ad essere fruiti più a lungo rispetto alle indicazioni che i pediatri forniscono a riguardo; i cartoon nella prima infanzia, anche se pensati appositamente per bambini, possono presentare stati emotivi che talvolta non risultano adeguati; possono poi portare il bambino a farsi presto consumatore, visto che, come già notato, quei testi si servono di gadget che riguardano giochi, abbigliamento e perfino alimentazione; inoltre spesso i cartoon più diffusi presentano modelli stereotipati della realtà che finiscono per  consolidare i modelli esistenti, evitando di promuovere le differenze. Tra le opportunità possiamo identificare la possibilità di offrire ai bambini una palestra interpretativa, visto che le loro narrazioni, per quanto rapide, risultano comprensibili grazie alle immagini; un cartoon può poi portare a sperimentare stati emotivi grazie all’immedesimazione nei personaggi e può favorire una pluralità di punti di vista.

Quale ruolo spetta all’adulto nel mediare i cartoon nella prima infanzia?
La presenza o l’assenza dell’adulto durante la fruizione della televisione da parte del bambino può fare senza dubbio la differenza. Purtroppo, la tendenza più diffusa è quella di accendere la televisione (o lo schermo del dispositivo touchscreen) e di far vedere il cartoon mentre l’adulto è impegnato in altre attività o ricerca dei momenti di tranquillità. L’adulto dovrebbe pensare che quei cartoon offrono opportunità proprio nella misura in cui non vengono lasciati i bambini da soli durante la fruizione: per “mediare”, sarebbe opportuno innanzitutto cercare di monitorare i tempi di fruizione, magari facendo in modo che gradualmente con l’età sia il bambino in grado di autoregolarsi. Sarebbe fondamentale poi cercare di conoscere quei contenuti: il genitore che accende la tv e va a fare altro non comprende quali sono i messaggi con i quali il bambino entra in contatto e non è in grado di comprenderne la qualità, invece nell’ampia offerta si possono trovare significative differenze tra i contenuti. Inoltre “mediare” la fruizione dovrebbe significare che alla fine di un episodio, anziché lasciar proseguire il flusso, si provasse a parlare (quando il bambino inizia a verbalizzare, ovviamente), facendo raccontare ciò che si è visto, ciò che è piaciuto, quali emozioni erano rappresentate, ecc. Infine far sì che proprio dalla visione del cartoon si possano avviare altre attività, in grado di collegare ciò che si è visto alle esperienze concrete: in questo modo il cartoon è un’opportunità in quanto non sostituisce ma integra le possibilità conoscitive del bambino.

Non si carica, così il genitore di una responsabilità troppo grande?
Purtroppo, nella nostra società sono poche le occasioni di educazione alla genitorialità e ancora meno sono le occasioni in cui il genitore viene invitato a riflettere sul rapporto che i propri figli hanno con i media. Occorrerebbe, prima di tutto, far riflettere i genitori sulle loro stesse fruizioni dei media, dispositivi touchscreen e televisione. All’interno di queste riflessioni potrebbero rientrare proprio i cartoon: un compito prezioso a riguardo potrebbero svolgerlo nidi e scuole dell’infanzia: non tanto per far vedere i cartoon ai bambini nei servizi educativi (anche se nella scuola dell’infanzia essi possono diventare una interessante risorsa didattica), piuttosto per promuovere laboratori di parola con i genitori ed offrire un esempio di come le immagini possono essere lette e interpretate secondo uno sguardo critico. Una prospettiva del genere è ben sintetizzata dalla Media Education, che, finora, si è diffusa principalmente in età scolare, ma le trasformazioni in atto la rendono urgente anche con le famiglie di bambini di età inferiore ai sei anni.

Cosa rivela il confronto tra i modelli educativi di Peppa Pig e Masha e Orso?
Anche considerando i fatturati economici che hanno generato, siamo di fronte a due tra le star mediatiche del nuovo millennio. Senza dubbio due tra i personaggi che abitano nella vita di ogni bambina e bambino, anche tra le famiglie che decidono di non mostrare la televisione ai propri figli. All’interno del volume da me curato, il saggio di Anna Antoniazzi analizza i due personaggi, notando come Peppa sia una bambina egocentrica, che detta le leggi all’interno della famiglia, anche grazie alla complicità di genitori che non riescono ad assumere un atteggiamento autoritario né educativo. Siamo inoltre di fronte a un modello tradizionale di famiglia, in cui per quanto il padre svolga le faccende domestiche, in realtà risulta pasticcione, con un contro-stereotipo che fallisce, quasi a confermare che debba essere la madre a svolgere. Dall’altro lato abbiamo Masha, bambina vivace, contrassegnata da una costante curiosità che la porta a superare confini, barriere e divieti: è un’infanzia che, anche se non risulta sempre consapevole delle conseguenze delle proprie azioni e anche se è molto egocentrica, impara gradualmente a relazionarsi con gli altri; interessante è anche la relazione di reciproca “cura” con la figura adulta di riferimento, Orso. Si tratta però di un testo molto denso di stimoli, che piace a bambini anche molto piccoli (perfino di età inferiore ai 12 mesi) e che può produrre una forma di “incantamento” davanti allo schermo. Ma va precisato che non esistono cartoon “buoni” e cartoon “cattivi”: al di là dei gusti personali o delle caratteristiche oggettive, dovrebbero rimanere valide le considerazioni fatte prima, in merito all’esigenza di un accompagnamento adulto.

È possibile educare attraverso i cortometraggi animati digitali Pixar?
I dati di ascolto dei cartoon in onda sui canali tematici, così come le visualizzazioni dei vari episodi on-line testimoniano come la maggior parte dei bambini fruisca dei testi più noti. Tuttavia, parlando di cartoon non possiamo trascurare quei prodotti che, pur senza entrare nel flusso televisivo, rappresentano testi significativi, tanto a livello estetico, quanto a livello educativo. In questo senso, i cortometraggi Pixar rappresentano una risorsa da scoprire, sia per genitori che per insegnanti della scuola dell’infanzia: intanto hanno una durata contenuta che ben si presta ai tempi di attenzione dell’infanzia, poi sono realizzati secondo criteri artistici ed estetici che rendono quei testi esperienze significative: penso, ad esempio a La Luna, di Enrico Casarosa. Sono poi cartoon che si servono ben poco del linguaggio e che attraverso le immagini riescono a rappresentare le emozioni in modo molto raffinato ed efficace. Inoltre, quei testi possono avere un ruolo significativo per riflettere in merito all’identità: non soltanto la bambina o il bambino si può immedesimare nel supereroe, ma anche nel giocattolo: si favorisce così un punto di vista nuovo sul gioco e sul giocare, recuperando un valore simbolico che rischia di perdersi in un’era in cui le camerette dei bambini sono invase da giocattoli dalla brevissima durata. Nel volume ho analizzato in modo specifico alcuni cartoon Pixar, ma non mancano esempi significativi anche tra produttori meno noti, come è il caso di Cuerdas o In a Heartbeat, due testi che trattano del tema della differenza: e due testi che, utili per i bambini, possono risultare significativi anche per gli adulti.

Cosimo Di Bari è ricercatore di pedagogia generale e sociale presso l’Università di Firenze e docente di Pedagogia delle differenze presso l’Università di Parma. Si è occupato, tra gli altri temi, di media education, di pedagogia dell’infanzia, di neo-Bildung e di “pedagogia delle differenze”. Tra le sue ultime pubblicazioni, Media Education 0-6 (con Alessandro Mariani, Anicia, 2018), La neo-Bildung negli USA (Anicia, 2019), Il valore delle differenze (con Damiano Felini, Junior, 2019), Cartoon educativi e immaginario infantile (Franco Angeli, 2020).

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