Prof. Giovanni Di Stefano, Lei è autore del libro Cartagine oltre il mito. Prima e dopo il 146 a. C. edito da Oltre: in che modo lo stereotipo ancora oggi imperante dell’alterità della città nordafricana rispetto a Roma ne condiziona l’immaginario collettivo?
Cartagine oltre il mito. Prima e dopo il 146 a. C., Giovanni Di StefanoQuesta convinzione della diversità culturale rappresentata nel mondo mediterraneo nell’antichità da Roma e Cartagine è reale. E certamente nel nostro immaginario collettivo gli avvenimenti delle tre guerre puniche hanno contribuito ad alimentare il senso di una diversità culturale. È una percezione che bisogna possedere per sviluppare una curiosità di ricerca e di approfondimento che dobbiamo alimentare ben oltre il mito e gli stereotipi.
La ricerca storica moderna che deve scrivere la storia delle civiltà ha a disposizione sterminati ambiti: la storia dei commerci, la storia delle città, l’organizzazione economica e le dinamiche sociali, la cultura materiale. Questi sono i nuovi orizzonti oltre i miti.

Cosa rivelano le più recenti indagini archeologiche in merito alle varie componenti del più antico nucleo urbano della colonia fenicia e quali furono le motivazioni che portarono all’insediamento della Colonia?
Le scoperte archeologiche nell’area urbana ed extra urbana di Cartagine confermano, con buona approssimazione, la data di fondazione alla fine del IX secolo a. C. della colonia fenicia di Tiro. L’insediamento di una “città” fenicia sulla costa settentrionale dell’Africa, con un modello politico di tipo repubblicano-oligarchico, è una novità nella dinamica delle frequentazioni fenicie.

Ovviamente alle spalle di questo processo ci sono innumerevoli motivazioni politico-commerciali: la crisi della monarchia di Tiro, la mobilità dei mercanti fenici, le nuove strategie commerciali delle élite orientali.

In questo contesto della fondazione di qrt hdst (della “città nuova”) oggi la recente ricerca archeologica tende anche a valutare due nuove prospettive: il dinamismo dei centri indigeni dell’interno in rapporto ai mercanti orientali e fenici e la presenza nell’emporio coloniale di ceramiche attribuibili al tardo geometrico, forse attribuibili a ad una componente euboico-calcidese.

Negli scavi del tophet, eseguiti da P. Cintas negli anni 1944/47, furono rinvenute due deposizioni rituali (denominate la chapelle Cinta e la cyclette di dêpot de fòndation) con anfore, brocche, skyphoi di fabbriche rubriche databile alla metà dell’VIII sec. a. C. Ceramiche simili a quelle rinvenute nel tophet di Cartagine, nei livelli più antichi, sono state rinvenute in occidente in Italia meridionale, in Etruria e in Sicilia proprio in coincidenza con le prime presenze di commercianti greci che prima della colonizzazione storica frequentavano i mercati del Mediterraneo.

Il rinvenimento di questi vasi, certamente antecedenti al cimitero fenicio-punico, può essere riferito ad un contesto sacro, un santuario pan-Mediterraneo, dove commercianti calcidesi, o greco-orientali, facevano delle offerte. Anche nei livelli più antichi dell’area urbana sono state rinvenute ceramiche greche. Cartagine intorno al 750 a. C. doveva essere un emporio internazionale e cosmopolita, come Cirene, Tocra e Naucrati.

Quale dimensione internazionale e multiculturale riconquistò Cartagine dopo la tragica distruzione del 146 a. C.?
Il ricordo di Cartagine rivale di Roma rimase per lungo tempo vivo nella memoria dell’élite senatoria romana, anche molto tempo dopo il 146 a. C. ma il tentativo di ricostruzione di una città romana sul sito della distrutta Cartagine punica da parte dei Gracchi e poi la fondazione della Colonia Iulia Concordia Karthago nel 29 a. C. da parte di Ottaviano confermano l’importanza della posizione strategica della città e la vocazione del sito ad assumere un ruolo di capitale dell’Africa.

La città romana di Augusto sarà una nuova Roma africana con i monumenti simbolo della civiltà romana previsti nel tessuto urbanistico. La colonia romana voluta da Augusto fu una “nuova” fondazione nell’ottica di pacificare il passato sotto l’egida del nuovo Principe. L’instaurarsi di un regime politico oramai integrato nel mondo romano ha di fatto consentito la rinascenza del ruolo economico della città in un Mediterraneo romanizzato. La presenza di una élite commerciale romana nella città di Cartagine sancisce il ruolo economico raggiunto con la pax augusta. Un monumento in particolare interpreta questo protagonismo internazionale della città: un altare che era stato dedicato alla Gens Augusta. L’altare era simile all’Ara Pacis.

L’altare fu dedicato da Publio Perelio Edulo, un uomo d’affari che fece decorare il monumento con l’iconografia ufficiale romana: Enea in fuga da Troia, la dea Roma, Apollo e una scena di sacrificio. Cartagine diventa cosi la Roma africana.

Come si articolava il grande progetto romano di urbanizzazione di Cartagine in età imperiale?
La città romana di Cartagine fondata nel 29 a. C. da Augusto è una città programmata secondo un progetto urbanistico che prevedeva un impianto regolare. Ovviamente la realizzazione completa delle previsioni urbanistiche, con la realizzazione di edifici pubblici, spazi ed edilizia privata, si realizzò compiutamente solo nell’arco di tre secoli.

La città si estendeva su una superficie di circa 300 ettari, con ben 120 quartieri e con migliaia di case. Lo schema urbano era modellato su due strade principali, il decumano maggiore, largo ben 14 metri, e il cardo massimo. Una serie di strade minori e parallele ai due assi principali completavano lo schema dell’impianto urbano. I monumenti pubblici, il teatro, il circo, l’anfiteatro, Le terme, si inseriscono nella regolare scacchiera urbana.

L’orografia dei luoghi dove fu costruita la città romana, in parte sovrapponendosi sui resti della città punica, non era perfettamente pianeggiante: alcune colline, quella della Byrsa, quella dell’Odeon, quella di Giunone prospettavano su una breve pianura sul mare. A nord e a sud la colonia era chiusa rispettivamente dal promontorio del Capo di Cartagine e dal lago di Tunisi. Una serie di piccoli laghi salati si erano formati alle spalle della città. A causa di questa situazione topografica i costruttori romani hanno dovuto affrontare non poche difficoltà per realizzare sul terreno l’impianto regolare delle strade. In più punti infatti furono costruite delle rampe e le case furono striate a terrazze.

La groma, il punto centrale dell’intero impianto stradale, era stato previsto dagli urbanisti romani sulla collina della Byrsa, la più alta delle tre collinette. Qui era stato costruito il foro, il centro cittadino con i monumenti romani più rappresentativi: il capitolium, la basilica, il tabularium.

La costruzione del foro di Cartagine comportò una rimodellazione della collina, dove c’era un quartiere punico distrutto nel 146 a. C. e alcune necropoli. Le case puniche vennero sommerse da un riempimento di argilla ed enormi muraglioni di contenimento furono costruiti sui quartieri pubico per costruire la spianata del nuovo foro monumentale esteso circa 5 ettari, uno spazio di 336 m per 223 m. Questo era il foro più grande costruito fuori da Roma, più del foro di Augusto a Roma. Nella realizzazione di questo vasto foro ovviamente le scelte ideologiche di Augusto sono molto evidenti. Il foro di Cartagine, che si articolata in tre monumentali e scenografiche terrazze con templi non era ovviamente attraversato da strade. Il decumano e cardo massimo infatti, anche per ragioni topografiche, si fermavano ai piedi dei grandi muraglioni perimetrali.

Anche le grandi terme, sul mare, denominate le terme di Antonino, realizzate sotto il regno di Adriano e completate durante Antonino Pio, si inseriscono con regolarità nella scacchiera urbana occupando lo spazio di due insulae in lunghezza e di tre insulae in larghezza.

L’approvvigionamento idrico alla città era assicurato dalle più grandi cisterne coperte del nord Africa: ben 16 camere di m. 133 per 102, per una faccenda totale di 44.000 metri cubi di acqua. L’acqua alle cisterne arrivava dall’acquedotto di Zaghouan, forse completato dall’imperatore Adriano.

Cartagine è una colonia romana di impronta augustea dove si realizzò un programma ideologico di romanizzazione.

Cosa significò per Cartagine la conquista della città da parte dei Vandali nel 439 d.C.?
I vandali conquistano Cartagine il 19 ottobre del 439 d.C. Fu questo un “anno terribile”! La città era alquanto prospera, addirittura veniva paragonata ad Alessandria, e per la sua ricchezza era seconda solo a Roma.

L’impianto urbano era ancora funzionale e anche gli edifici pubblici del foro dovevano essere ben conservati, anche se non completamente restaurati, com’è confermato dall’episodio di Alpyus nel racconto di Agostino. Anche gli edifici per gli spettacoli erano ancora in funzione se la popolazione di Cartagine durante l’invasione dei Vandali si trovava al circo. Fu queste una delle accuse della storiografia cristiana alle élite cartaginesi. La scarsa attenzione nel difendere la città era uno dei temi circolanti che pesavano sugli abitanti di Cartagine distratti da altro e non concentrati sul pericolo dei Vandali. Ma è ovvio che le reali motivazioni politiche furono altre e le responsabilità di avere sguarnito militarmente il nord Africa certo non sono degli abitanti di Cartagine.

L’immagine di Cartagine conquistata dai Vandali fu molto forte sia in occidente che in oriente. Infatti la riconquista della città e del nord Africa fu subito organizzata e una flotta con un esercito di inviati a Cartagine nel 533 d.C.

Eppure un muro difensivo era stato costruito nella città da Teodosio II nel 425. Gli scavi archeologici internazionali a Cartagine hanno in più punti rimesso in luce resti della muraglia di Teodosio: una fortificazione spessa 2.25/3.50 m. con torri di forma circolare e quadrata. 

Quali vicende hanno segnato la ricerca archeologica italiana a Cartagine?
La ricerca italiana a Cartagine è veramente esemplare: la prima equipe di archeologi e ricercatori italiani che in età moderna è operativa nel sito è quella diretta da Antonino Di Vita e Andrea Carandini che dal 1973 al 1977, nell’ambito del progetto UNESCO, hanno riportato alla luce parte dell’impianto urbano della città romana e il muro di fortificazione di Teodosio. L’equipe italiana era composta da Lucilla Anselmino, Clementina Pannella, Carlo Pavolini e Renato Caciagli.

La tradizione dell’archeologia italiana a Cartagine nel secolo scorso, dove la Francia era ben presente con il governo coloniale, è caratterizzata dalla presenza di Biagio Pace animato da interessi scientifici verso il tophet e verso la topografia della città punica.

Da alcuni anni una nuova equipe di ricercatori italiani dell’Università della Calabria (Giovanni Di Stefano), in collaborazione con l’Istituto Nazionale del Patrimonio di Tunisi (dr. Hamden Ben Romdane) lavora nella zona delle cisterne de La Malga e dell’anfiteatro.

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