Professor Pecora, la Sua ultima fatica, pubblicata per i tipi di Donzelli, si intitola Carlo Rosselli, socialista e liberale. Bilancio critico di un grande italiano. Nel 2017 cade giusto l’ottantesimo della morte del giornalista e politico antifascista, avvenuta in Francia per mano di sicari fascisti. Carlo Rosselli, socialista e liberale. Bilancio critico di un grande italiano Gaetano PecoraQual è l’eredità di Carlo Rosselli?
Si dice che destino dei “grandi” sia quello di essere interpretati in mille maniere diverse. Se è così, Carlo Rosselli non è grande. E’ “grandissimo”. Ancora oggi, ottanta anni dopo la morte, se lo contendono tre (forse quattro) interpretazioni differenti che lo strattonano di qua e di là e che proprio non riescono a sciogliersi nell’abbraccio di una pacata conciliazione.
Eredità contrastata, dunque, la sua; contrastatissima, con alcuni commentatori che dal groviglio delle posizioni di Rosselli, tirano fuori solo una lunga filza di passivi; con altri invece che ne segnano a colori di gloria esclusivamente gli attivi; e altri ancora (questi ultimi forse più liberi dai favori e dagli sfavori delle mode), che ne registrano gli attivi ma senza dimenticarne i passivi, che insomma ne accendono le luci ma senza velarne le ombre. A questo chiarore incerto, come di crepuscolo, appartiene il mio saggio che perciò non accetta l’impostazione acre di quanti, senza cura di date, senza scansione di tempi, così, tutto di botto, rovesciano su Rosselli, il rimprovero di aver “accozzato” metodi dittatoriali con metodi liberali. Ma neppure il mio saggio accoglie la lettura dei “continuisti”, di coloro cioè secondo i quali i pensieri di Rosselli si svolgono sempre con la bella felicità della coerenza, per cui la conclusione ha la logica delle premesse e la fine corrisponde esattamente agli inizi.
E invece no, io non credo che il Rosselli degli anni Venti si continui e dia di gomito al Rosselli degli anni Trenta e anzi arriverà un momento (annunciato, peraltro, fin dal 1932) dove si produrrà una tale svoltata acuta nei suoi ragionamenti che il critico quasi non lo riconosce più e stenta a ritrovarvi quel che pure lo aveva fatto grande negli anni precedenti.

In cosa sta la grandezza di Rosselli?
Non è vero – non è vero per legge di natura, almeno – che gli esordi debbano per forza riuscire acerbi e non possano testimoniare di una precoce, equilibrata maturità. Prendete, per esempio, la vicenda di Rosselli: nessuno mi toglie dalla mente che le cose migliori, quelle che appunto ne sigillano la grandezza, appartengono precisamente ai suoi inizi. Ora, quando discorriamo dell’avvio di Carlo, il pensiero corre di volata al biennio ’23-’24 (quando egli aveva solo toccato i venticinque anni). Venticinque anni appena! Ma quale sicurezza di impostazione; e che bella autonomia di giudizio! Anche chi non vuol tacere nulla di Rosselli perchè, come fu detto di altri, lui è così grande che risparmiargli una critica sarebbe recargli offesa, anche dunque chi – tempo e distanza aiutando – vuol fare le parti giuste sul suo conto, anche costui riconoscerà di slancio che le pagine su La crisi intellettuale del Partito socialista, dove egli suonò a martello contro le ruminazioni dell’ortodossia marxista; che le pagine di Liberalismo socialista, anticipo rimpicciolito di tutto il chiaro e di tutto il coraggioso che verrà travasato in Socialismo liberale, ecco riconoscerà che proprio in quelle pagine è accovacciato il genio migliore di Rosselli, ciò per cui, anche oggi, lui vuole essere cercato lì e non altrove. Lì dove afferra il flagello della denuncia contro “i principi della violenza levatrice, del colpo di mano barricadiero, della dittatura della minoranza”; ancora lì, quando dà il segnale della lotta contro i ”primitivi programmi socialisti, specie il socialismo collettivista”, “uscito disfatto” (parole sue) dalle prove della storia; sempre lì, quando con rimbombo di mine, mandava tutto per aria sicché era mestieri spogliarsi delle vecchie vesti per dirsi “non socialista marxista, ma semplicemente socialista”. E socialista – badiamo bene – di tipo particolare, che prolungava e non negava, che continuava e non arrestava la traiettoria del liberalismo. E’ lì, soprattutto lì, in quel rapporto di continuazione ideale, quando dunque Rosselli sosterrà che il socialismo è lo sviluppo logico del liberalismo, è soprattutto in quelle pagine lì che Rosselli è assistito da una musa felice e i pensieri gli escono di tutto tondo.

Nel Suo libro, Lei offre un bilancio dell’operato di Rosselli: qual è il giudizio finale?
Se “finale” sta per “complessivo”, tale cioè da prendere nel proprio giro la parabola di Rosselli nel suo complesso, allora questo giudizio non può esssere livellato su una misura unica e deve fuggire la tentazione di formule troppo perentorie e conclusive. Rosselli è personaggio così scisso in se stesso, così frastagliato di rientranze e di sporgenze; e soprattutto, è così attraversato da una sbarra pesante che gli separa il prima dal poi e l’inizio dalla fine, che qualunque giudizio onnicapiente su di lui riesce fuorviante e, tutto sommato, falso. Falso, per esempio, è pensare che Rosselli finisca e si riassuma tutto in “Socialismo liberale” (l’opera sua più nota, scritta fra il ’28 e il ’29). Nossignori: quello lì quello non è il punto di arrivo di Rosselli; se mai è il libro di accompagnamento che lo trasporta verso un’altra riva sulla quale alla metà degli anni Trenta esploderanno con fragore di novità tali trasformazioni e tali mutamenti che il critico guarda al suo iniziale liberalismo come attraverso un cristallo screziato e dice: tutto questo, ormai, non lo riguarda più. Non lo riguarda più il giudizio durissimo – un autentico manrovescio – con cui, un tempo, aveva atterrato il regime sovietico nella fangaia del confuso e del pericoloso e che poi, invece, egli risolleverà alquanto nella sua considerazione come sistema che avrebbe comunque liberato l’umanità dalle catene dell’oppressione capitalistica. E soprattutto, e prima di tutto, non lo riguardano più le pagine dove Rosselli aveva incontrato il suo genio migliore; le pagine, intendo, sulle libertà liberali che molti, che troppi, deprimevano quale ritrovato della sapienza borghese e che invece Rosselli, da posizioni assolutamente minoritarie, in un primo momento coccolò con la trepida dedizione di chi le sapeva patrimonio della umanità tutta (borghese o proletaria che fosse). In un primo momento. Poi… Poi, anche qui, i cieli si oscurarono e la giornata liberale, che non era neanche diventata piena, già ripiegò in una stagione cangiante di ore incerte che proprio quelle libertà facevano scapitare ad espedienti vuoti, ingannevoli, formali (e sarà quello il tempo in cui gli succederà di dire che “il fascismo è la democrazia ridotta a pura forma”). Potrei continuare con questa rassegna di valutazioni che quasi non sembrano venute giù dall’inchiostro di una medesima penna; ma già così, se pure nella forma concentrata di una intervista, si capisce perchè rilutto ad un giudizio unico su Rosselli. Vi rilutto perchè, appunto, non c’è un unico Rosselli; ve ne sono almeno due che non fanno centro tra loro e che molto spesso si tagliano la strada l’uno con l’altro.

Quali contraddizioni caratterizzarono l’uomo e il politico Rosselli?
Quanto alle contraddizioni del politico, credo possa bastare quello che ho appena finito di dire. Riguardo all’uomo, invece, il discorso si fa assai diverso perchè niente, non incertezze, non ambiguità, non ripensamenti, niente, niente di niente intervenne a deviarlo dalla strada che egli si era scelto fin dalla prima gioventù e per la quale, alla fine, pagò il prezzo che pagò. Vedete: si dice che la retorica sia il peccato più goffo dell’intelligenza. E’ vero. E proprio per questo gli aggettivi sonanti vanno avaramente contati e più ancora parsimoniosamente impiegati. Pure, poche figure come quelle di Rosselli si aprono ad un racconto che produce l’effetto di un dramma eroico. Esattamente: eroico.
Voi pensate alla vita di un giovane carezzato dalla fortuna, che dalla fortuna aveva avuto tutto, danaro, amicizie potenti, rapide prospettive di successo nella carriera degli studi e che tuttavia, sentendosi incapace di ogni accomodamento con i fanatici e gli esaltati, sacrificò i suoi beni (“Fra dieci anni – scriveva Rosselli nel 1937 – non avrò più un soldo”), fece olocausto della libertà, e a trentotto anni ebbe la vita spezzata dagli agenti di un regime prepotente e sanguinario. Pensate tutto questo e poi ditemi se il giudizio sulla sua figura non debba necessariamente ristorarsi di un respiro, di un alito di indulgenza che, ahimè, manca sempre quando dall’esterno e con una punta di maligna compiacenza se ne registrano le incertezze e la duplicità contraddittoria.
Chi si limita a riportarne così, come su di un foglio di computisteria, le fratture e le debolezze sarà sicuramente un ottimo ragioniere degli errori. Ma sarà anche un pessimo giudice dell’anima posto che, come già si insegnava nell’età medioevale, la giustizia, quale figlia prediletta, tiene l’equità seduta in grembo. Dunque se è vero che la giustizia è quasi sempre opera dei lontani nipoti, bisogna che questi siano equi. Ma per esserlo occorre che essi dismettano l’abitudine di credersi necessariamente migliori dei loro nonni, e che anzi di tanto in tanto raffreddino il loro impeto da giustizieri coltivando l’umiltà di domandare a se stessi: ma, vissuti in quella temperie, cosa sarebbe stato di noi? Come ci saremmo condotti? Siamo poi sicuri che ci saremmo comportati meglio dei nostri predecessori? Avremmo pagato lo stesso prezzo? Saremmo stati capaci di coltivare le stesse idee (se pure smozzicate e contraddette nel prosieguo del tempo)?
Ecco: sono precisamente questi gli interrogativi che hanno assistito la mia indagine; una indagine critica, dunque, ma non irrispettosa; puntuta ma mai tignosa. Rosselli è tale carattere che anche quando gli dai torto, anche allora ti senti contento di avere un’anima dove risuona la sua parola buona e generosa. Confesso che mi sarebbe sufficiente premio sapere che almeno un po’ di tale contentezza io sono riuscito comunque a trasferirla nelle pagine di questo libro.