Prof. Rosario Patalano, Lei è autore del libro Capitalismo criminale. Analisi economica del crimine organizzato edito da Giappichelli: innanzitutto, quale definizione è possibile dare di crimine organizzato?
Capitalismo criminale. Analisi economica del crimine organizzato, Rosario PatalanoNonostante che il concetto di crimine organizzato possa sembrare semplice e univoco, lo studioso tedesco Klaus von Lampe ha individuato ben 180 definizioni di crimine organizzato in relazione alle diverse legislazioni e alla estrema varietà degli studi (si veda il sito web http://www.organized-crime.de/organizedcrimedefinitions.htm). La definizione proposta dalle Nazioni Unite, nell’ambito della Organized Crime Convention (United Nations Office on Drugs and Crime), sottoscritta alla Conferenza di Palermo del 12-15 dicembre 2000, ha tentato di fornire uno strumento operativo univoco per contrastare le attività criminali organizzate, la cui dimensione transazionale è oggi unanimemente riconosciuta, individuando il gruppo criminale organizzato come:

un gruppo strutturato da tre o più persone, esistente per un periodo di tempo, i cui membri agiscono di concerto con l’obiettivo di commettere uno o più reati gravi […], al fine di ottenere, direttamente o indirettamente, un beneficio finanziario o altri benefici materiali.

Una definizione che è molto vicina all’articolo 416 bis del codice penale italiano, introdotto nel 1982 (legge 13 settembre 1982 n. 646). L’ampiezza della definizione usata dalle Nazioni Unite dimostra le difficoltà di tradurre in termini operativi legali la complessità del fenomeno criminale.

In che modo l’utilizzo di modelli economici consente di spiegare la scelta criminale?
Fin dagli anni Sessanta del secolo scorso, la scienza economica ha prestato crescente attenzione al fenomeno della criminalità in generale e del crimine organizzato, in particolare. Negli Stati Uniti i lavori di Thomas Schelling, di Gary Becker e di Peter Reuter, anche se con approcci molto diversi, hanno portato alla ribalta accademica un nuovo settore di ricerca, genericamente indicato come Economics of Crime.

Due sono gli approcci seguiti in letteratura articolati in un filone microeconomico, definito dai lavori di Becker e della cosiddetta Scuola di Chicago, che spiega la scelta criminale come soluzione di un problema decisionale diretto alla massimizzazione del benessere individuale e un filone che potremo definire macroeconomico, delineato dai lavori di Schelling e Reuter, che analizzano le forme di mercato in cui operano domanda e offerta di attività illegali e gli effetti sull’economia locale e internazionale del crimine organizzato.

La scienza economica, analizzando i comportamenti razionali, le varie condizioni di mercato in cui vengono offerti servizi e beni illegali (nella forma di monopolio, oligopolio o concorrenza) e gli effetti complessi delle attività illegali sulle economie locali, ha fornito la base su cui definire politiche di repressione delle attività criminali.

Il noto modello di Becker-Murphy per esempio, definendo il consumatore di droga come un consumatore razionale ha permesso di giustificare le politiche repressive compiute negli Satti Uniti e in Eurota tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, in quanto un più elevato prezzo conseguente alla repressione può causare, nel lungo periodo, consistenti riduzioni nella domanda di stupefacenti e quindi dei profitti criminali. Il modello di Schelling, invece, che considera i mercati illegali come un effetto del proibizionismo legale consiglia in termini operativi politiche di liberalizzazione che ridurrebbero drasticamente i profitti dell’attività criminale rendendo non più conveniente l’investimento di risorse in quel settore (come è accaduto per il consume di alcolici, il gioco d’azzardo o l’aborto legalizzati).

Tuttavia, nonostante la crescente attenzione che la scienza economica dedica al fenomeno della criminalità, in tutte le sue forme, non si può non evidenziare che gli studi di analisi economica trovano un limite nel ricorso eccessivo alla formalizzazione matematica, spesso ridotta a puro esercizio autoreferenziale, a cui si aggiunge la eccessiva specializzazione delle scelte tematiche che frammenta la ricerca e impedisce la costruzione di grandi sintesi. Questi limiti non sono presenti in discipline coma la sociologia, l’antropologia o la ricerca storica che invece puntano ad ambiziose visioni olistiche e ad interpretazioni generali.

Un curioso fenomeno è poi il ritardo della scienza economica italiana nell’ambito di questo filone di ricerca, non solo perché il ruolo della criminalità organizzata è storicamente radicato nella società italiana, assumendo caratteristiche qualitative peculiari ed enorme capacità di diffusione, fin ad assurgere a modello ideal-tipico (che spiega la diffusione del termine mafia per indicare tutte le forma di organizzazione criminale), ma anche perché dal punto di vista teorico lo studio dell’economia criminale nasce proprio in Italia nell’ambito dell’Illuminismo con i lavori pioneristici di Cesare Beccaria e di Gaetano Filangieri. Hanno pesato in questo ritardo della scienza economica italiana anche le scarse sollecitazioni provenienti dai giuristi e magistrati, in gran parte formati nell’ambito di una cultura umanistica, che degrada l’economia a disciplina curriculare secondaria, e per questo spesso del tutto impreparati a comprendere l’importanza delle dinamiche economiche alla base del fenomeno criminale. Del resto ancora lacunosa appare nelle università italiane, la presenza di corsi di insegnamento specificamente dedicati al fenomeno della criminalità organizzata, e non solo nell’ambito della disciplina economica

Quali attività economiche svolge il crimine organizzato?
Il primo elemento è costituito dall’attività estorsiva a carico di attività produttive e commerciali locali, che assume il ruolo di un prelievo fiscale addizionale che si aggiunge a quello legale esercitato dallo Stato. Il prelievo estorsivo si associa ad una diffusa attività di corruzione diretta all’appropriazione diparte dei flussi di spesa pubblica finalizzata ai trasferimenti ordinari e straordinari, al finanziamento di infrastrutture e alla erogazione di vari servizi. A queste attività parassitarie si aggiungono le iniziative produttive, indirizzate sia alla produzione e commercializzazione di beni e servizi illeciti (soprattutto produzione e commercio di stupefacenti, gioco d’azzardo, sfruttamento sessuale, usura, traffico d’armi, immigrazione clandestina, ecc.) che ad investimenti di carattere legale effettuati utilizzando denaro opportunamente riciclato. Una parte poi del reddito prodotto con le attività legali e illegali viene destinato all’acquisto di beni di consumo, fornendo al sistema economico, insieme agli investimenti in attività legali, una fonte di domanda addizionale.

Quali dimensioni assume l’economia del crimine organizzato?
Il rapporto Le mani della criminalità sulle imprese, curato dalla associazione della Confesercenti, SOS Impresa, e pubblicato a cadenza annuale dal 1997, fornisce un quadro sintetico del volume d’affari attribuibile alla criminalità organizzata, distinto in varie voci nella forma di un bilancio (per questo denominato Bilancio Mafia Spa). Nonostante la sua enorme risonanza mediatica, il rapporto non precisa chiaramente le fonti utilizzate e la metodologia impiegata, e le cifre riportate sono state considerate non completamente attendibili.

Un’analisi più rigorosa è contenuta nel rapporto Gli investimenti della mafia, curato dai ricercatori di Transcrime, un centro di ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (Transcrime. Gli investimenti delle mafie, Progetto PON Sicurezza, 2007-2013). Secondo le stime proposte in questa indagine:

«I risultati hanno rivelato che i ricavi annuali delle mafie variano tra un minimo 8,3 e un massimo di 13 mld€, pari al 32% e 51% dei ricavi illegali totali. In media, le estorsioni forniscono il 45% di questo importo, seguite dalle droghe (23%), usura (10%), contraffazione e sfruttamento sessuale (8% ciascuna)» (Transcrime, 2013, p. 36).

Al di là dei dati economici difficilmente individuabili, il peso della criminalità organizzata si esercita soprattutto a livello sociale. Esiste, infatti, un’area occupata da forme di capitalismo criminale, caratterizzata dall’attività economica di organizzazioni che usano metodi criminali per acquisire e gestire ricchezza sociale, e in grado di esercitare una egemonia su certi settori sociali, In queste aree si stabilisce una mostruosa combinazione di attività legali e illegali intrecciate tra loro, di violenza e di consenso, che costituiscono l’elemento caratteristico del capitalismo criminale.

La diffusione e il rafforzamento di questo tipo di capitalismo negli ultimi decenni è stato favorito dai processi di liberalizzazione finanziaria che hanno reso possibile la moltiplicazione della ricchezza accumulata illecitamente e il suo reinvestimento, mediante sofisticati metodi di riciclaggio, in attività finanziarie e produttive lecite. In alcune aree geografiche, il capitalismo ha assunto una forma criminale dominando i meccanismi di scambio e di produzione della ricchezza sociale. Queste aree ovviamente coincidono con i territori in cui si sono storicamente radicate forme di criminalità organizzata, e nelle quali il capitalismo criminale convive con altre formazioni sociali capitalistiche. Questa convivenza si può trasformare in complicità, come nel caso calabrese, in cui il capitalismo oligopolistico e di Stato ha stabilito forme di alleanze funzionali con il crimine organizzato o può scatenare forme di rigetto, come è accaduto in alcune aree il cui il racket è stato sconfitto da forme di capitalismo imprenditoriale.

Come si sviluppa il modello organizzativo mafioso di controllo del territorio?
Le azioni violente esercitate da gruppi paramilitari assoldati dalla criminalità organizzata non sono dissimili da quelle esercitate dalla polizia, da truppe regolari, da guerriglieri o terroristi. Tutte queste azioni sono dirette al controllo del territorio, o in altri termini sono dirette alla difesa o all’espansione di una sfera di influenza.

All’inizio del XX secolo, il giurista siciliano Santi Romano nel suo saggio L’ordinamento giuridico, associò le organizzazioni criminali a istituzioni dotate di una propria autonomia e in grado di contrapporsi allo Stato sostituendosi completamente ad esso. La tesi di Santi Romano ha avuto una discreta fortuna, sia nella letteratura specialistica sia nel dibattito politico, alimentando il concetto della criminalità mafiosa come “anti-Stato”, “Stato autonomo”, “intra-Stato” o “Stato nello Stato”. Le organizzazioni mafiose sarebbero quindi in grado di imitare la struttura organizzativa dello Stato e stabilire patti con esso, attraverso la complicità della classe politica, al fine ottenere risorse economiche e vantaggi giudiziari, cedendo in cambio il condizionamento politico attraverso il controllo del voto.

Quali variabili determinano la formazione di cartelli mafiosi e la loro rottura?
Molti mercati illegali (traffico internazionale di droga, traffico di armi, riciclaggio, gioco clandestino) sono organizzati in forma di oligopolio mediante accordi collusivi tra diverse organizzazioni criminali. Tale forma organizzativa riduce i rischi derivanti da controversie legate allo scambio; ridimensiona il peso dei costi non recuperabili (sunk cost); facilita la discriminazione dei prezzi garantendo un maggior potere monopolistico e aumenta la scala operativa delle attività sfruttando le economie di scala.

Il rispetto di accordi collusivi mediante patti informali tra organizzazioni criminali, destinati ad evitare guerre dei prezzi e il crollo del mercato, è frequente nei cartelli sudamericani dediti al commercio di cocaina. In questo settore dei grandi produttori sudamericani, caratterizzati da mercati con basso livello di concorrenza, i meccanismi di formazione dei prezzi seguirebbero la formula del mark-up di tipo moltiplicativo (un aumento del prezzo del 10% della coca, la materia prima, conduce ad un incremento del prezzo al dettaglio del prodotto finito nella stessa percentuale).

Una volta che il mercato è diviso tra diverse imprese, l’eventuale stipula di accordi collusi può determinare equilibri stabili solo se esiste un adeguato meccanismo istituzionale che sia in grado di rendere sostenibile l’equilibrio di collusione. In sostanza il cartello deve predisporre organi centrali di controllo con un elevato potere sanzionatorio nei confronti di coloro che attuano comportamenti non cooperativi. La vicenda della criminalità colombiana può illuminarci sulla organizzazione dei cartelli.

Il narcotraffico in Colombia fu gestito negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso in modo imprenditoriale con la costituzione di “cartelli”, nella forma consorzi di trafficanti e produttori che si divisero il territorio in sfere d’influenza. All’apice dell’egemonia colombiana sul narcotraffico, i più importanti cartelli erano: Cartello di Cali; Cartello di Medellín; Cartello di Norte del Valle; Cartello della Costa. Ogni cartello aveva una struttura federativa lasciando spazi di autonomia e di iniziativa ai sottogruppi federati (nel Cartello di Cali se ne contavano circa sessanta). Le attività criminali erano gestite in modo complementare da settori operativi (o fronti) senza creare sovrapposizioni che potessero indebolire per rivalità il patto federativo. Il volume di affari era controllato dai capi del cartello attraverso l’oficina de cobro, una sorta di quartier generale che aveva il compito di mediare con altri gruppi criminali, di recuperare i debiti nell’ambito del narcotraffico, di riciclare il denaro, di stabilire contatti con le pubbliche autorità, di gestire le milizie criminali e gli affari, di gestire i laboratori di produzione di coca, di controllare e amministrare il territorio nella sua sfera di influenza. I vari sottogruppi operativi erano strutturati come cellule indipendenti, in modo da non mettere in pericolo l’intera struttura una volta individuati dalle attività repressive, l’oficina de cobro era poi del tutto separata da essi costituendo un livello superiore opportunamente protetto.

Particolarmente forte era poi la capacità di stabilire rapporti con soggetti estranei all’organizzazione, ma interessati ai lauti profitti degli affari illeciti. Il coinvolgimento esterno nelle attività criminali era reso possibile con sistema della apuntada, usato anche oggi, mediante il quale gruppi o singoli individui esterni al cartello potevano investire somme nelle varie operazioni senza subire rischi con la promessa di profitti elevati. Con questo sistema i cartelli corrompevano e stabilivano forme di consenso sociale.

Ovviamente i cartelli erano spesso in lotta tra loro per assicurarsi il controllo di zone sempre più vaste, originando una perenne guerra criminale: i cartelli davano luogo a equilibri instabili.

L’analisi empirica condotta nella metà degli anni Settanta su tre mercati illegali di New York prova, come ha dimostrato Reuter, che contrariamente all’opinione scientifica consolidata, recepita anche in sede politica, i mercati non assumono sempre la forma di cartelli, ma spesso sono caratterizzati dalla presenza di numerose imprese di ridotte dimensioni, spesso caratterizzate da una durata effimera, e che sono in competizione tra loro più che cercare accordi collusivi, in questo quadro si può quindi dire che il crimine più che organizzato è “disorganizzato”. L’assetto di tali mercati si caratterizza inoltre per l’assenza di rilevanti barriere all’entrata e costi di specializzazione, per l’assenza di restrizioni alle attività dovute all’esercizio delle violenza e per l’impossibilità di mantenere accordi collusivi per il controllo dei prezzi.

Quali ricadute genera per l’economia legale il crimine organizzato?
La principale fonte di accumulazione mafiosa è costituita dall’attività estorsiva che si caratterizza come una sorta di “prelievo fiscale” parallelo a quello legittimo dovuto allo Stato. Il prelievo mafioso (detto comunemente pizzo) è un effetto del controllo capillare del territorio esercitato dalle organizzazioni criminali e per questo, a differenza del prelievo fiscale legale, non può essere eluso né evaso. Con esso le organizzazioni mafiose si assicurano un flusso di reddito costante per finanziare le proprie attività e costruiscono reti di relazioni basate in parte sul consenso e in parte sulla coercizione. Spesso il prelievo estorsivo è imposto in cambio di un servizio di protezione offerto dall’organizzazione criminale.

L’imposizione mafiosa determina rilevanti effetti distorsivi per l’economia locale. Il prelievo estorsivo si caratterizza come una sottrazione netta di ricchezza dal sistema economico locale, che causando una riduzione del reddito riduce il volume di risparmi, consumi ed investimenti locali. Infatti, parte della ricchezza prelevata viene reinvestita in attività illecite che comportano flussi di reddito in uscita dall’economia locale (si pensi al traffico di droga) e solo una parte quindi viene investita localmente o destinata ai consumi locali.

Inoltre la tassa mafiosa sottraendo reddito disponibile riduce il valore del moltiplicatore locale determinando effetti depressivi per l’economia legale, con l’effetto di ridurre il gettito fiscale ed incentivare evasione ed elusione del prelievo fiscale legale, aggravando il problema del debito pubblico. In questo modo la tassa mafiosa viene in sostanza “traslata” a livello nazionale sotto forma di una maggiore imposizione fiscale per colmare il deficit fiscale nelle aree sotto controllo mafioso. D’altra parte, aggravando il problema del debito pubblico, la tassa mafiosa contribuisce alla riduzione della spesa pubblica nelle aree depresse (che in genere coincidono con le arre ad alta presenza mafiosa) o nell’incremento della spesa pubblica improduttiva destinata a sanare gli effetti negativi sul patrimonio e sul reddito dell’attività di racket.

Nel lungo periodo la presenza di criminalità organizzata ha effetti depressivi sul tasso di accumulazione del capitale e quindi sulla crescita. Il crimine organizzato assume il ruolo di una istituzione che influisce negativamente sui diritti di proprietà determinando incertezza sui ricavi provenienti da attività di investimento e di ricerca e sviluppo, riducendo il livello di progresso tecnologico. Pochi imprenditori, infatti, sono incentivati ad investire o ad innovare se temono che i profitti ottenuti saranno predati sotto forma di pizzo o taglieggiati da meccanismi corruttivi. Anche se accettano il ricatto dell’estorsione, le imprese sono costrette il più delle volte ad adottare decisioni inefficienti sulle principali scelte (fornitori, manodopera, prezzi) che sono spesso direttamente imposte dalle organizzazioni criminali. Inoltre la presenza di attività imprenditoriali direttamente controllate dalla criminalità organizzata produce effetti distorsivi sul mercato, in quanto le imprese di origine criminale sono avvantaggiate dall’esercizio della violenza intimidatrice, della corruzione delle pubbliche autorità, dalla collusione, dalla disponibilità di ingenti flussi di denaro provenienti da attività illecite, e per questo eliminando ogni concorrenza, non hanno necessità di introdurre innovazioni. In questo quadro la criminalità organizzata assume la caratteristica di una istituzione economica estorsiva, per usare un concetto di grande successo elaborato negli ultimi anni dall’economista Daron Acemoğlu, che spiegherebbe la minore crescita economica registrata dalle regioni sotto il controllo delle mafie.

Tuttavia, le organizzazioni criminali possono incidere positivamente sull’economia locale attraverso le decisioni di investimento, fornendo una domanda addizionale all’economia locale mediante il reimpiego dei fondi illeciti riciclati e non. Ovviamente il risultato netto potrà essere positivo per l’economia locale solo se la domanda addizionale di consumo e investimenti è maggiore della quota di ricchezza locale sottratta attraverso il racket. É soprattutto attraverso questo ruolo nell’economia locale, in aree depresse e sottosviluppate, che il crimine organizzato può raccogliere consenso e minacciare la convivenza democratica.

Rosario Patalano è Professore di Storia del pensiero economico presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli Federico II

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