“Caos calmo” di Sandro Veronesi: riassunto trama e recensione

Caos calmo, Sandro Veronesi, riassunto, trama, recensione«Con Caos calmo (Bompiani 2005), premiato con lo Strega nel 2006, Sandro Veronesi, già autore di testi di ottimo livello, giunge a pubblicare il suo libro migliore, e probabilmente uno dei vertici della narrativa italiana di questo decennio. Il romanzo dimostra che è ancora possibile per la letteratura confrontarsi con temi universali; a patto, però, di rinunciare a farlo riciclando all’infinito modalità rappresentative ormai non più utilizzabili. È naturalmente vero che alcune domande fondamentali dell’umanità sono rimaste valide nei millenni; ma è il modo di porre quelle domande che deve essere adeguato ai tempi, se non si vuole rischiare di produrre testi i quali, una volta scartata la rassicurante confezione pseudoletteraria, non offrono alcun contributo conoscitivo.

La storia raccontata da Veronesi – l’anomala reazione alla morte della moglie di Pietro, il quale in attesa del grande dolore che sembra non arrivare mai sospende la propria vita passando le giornate fuori dalla scuola della figlia, ma sorprendentemente finisce col diventare una sorta di catalizzatore del dolore di parenti, amici e colleghi, che a turno vanno a cercarlo per confidarsi con lui – si impone con una forza non comune grazie a una serie di scelte pienamente azzeccate. Innanzi tutto, nonostante il tema potesse favorirlo, non c’è nel romanzo nessuna concessione al patetico. Il protagonista non prova sentimenti da eroe dannunziano, e anzi è tutt’altro che immune da preoccupazioni meschine, paure molto ordinarie, pulsioni poco nobili; proprio per questo la sua figura riesce perfettamente credibile, e le sue vicende (perlopiù puramente mentali) dicono qualcosa che può avere validità generale.

In secondo luogo, l’autore dà prova di una notevole capacità di mostrare le connessioni tra destini individuali e dinamiche sociali, fatto non molto comune nella narrativa contemporanea: la crisi personale del manager va di pari passo con una crisi di grande portata vissuta dalla sua azienda (alla vigilia di una gigantesca fusione), così che un aspetto non secondario del testo è l’intelligente descrizione di certi disumani meccanismi di funzionamento del capitalismo avanzato, visti però non dall’ottica degli esclusi, bensì da quella di figure perfettamente (anche quando conflittualmente) integrate nel sistema, personaggi benestanti e socialmente “arrivati”, di cui viene palesata l’oggettiva mancanza di libertà, che si concretizza in comportamenti coatti, riflessi condizionati, tic linguistici […].

Infine, appare molto incisiva la riproduzione della voce narrante, quella del protagonista, che presenta caratteristiche assai definite e pienamente congruenti con il tipo di persona rappresentata. Il fatto che Pietro sia un uomo istruito e abituato a frequentare i piani alti della società fa sì che il suo modo di esprimersi non preveda l’adozione di un registro basso (a livello lessicale, si potrà notare che la sua provenienza romana favorisce sporadiche emersioni di parole o locuzioni regionali, tutte peraltro ben note anche al di fuori di Roma, come fregnacce, paraculo, pischello, sbrocca, andarci veramente in fissa, ho rosicato, a fette ‘a piedi’; viceversa alle origini di Veronesi si dovranno un paio di toscanismi forse involontari come si cheta, la prendo in collo. Il tono prevalente è quello di una conversazione di buon livello, ed è derivato da una riuscita commistione di un vocabolario molto ampio che accoglie forme proprie del linguaggio colto accanto a forme più correnti, com’è normale nel modo di parlare degli strati sociolinguisticamente più elevati, e di una sintassi abbastanza varia ma sostanzialmente improntata a moduli colloquiali (più o meno marcati a seconda delle occasioni, e anche questo favorisce la verosimiglianza dell’insieme).

Per quanto riguarda l’ultimo aspetto, ci si limiterà a indicare la caratteristica più evidente, vale a dire la tendenza a costruire periodi anche molto lunghi, ma prevalentemente paratattici o comunque “diretti”, tenuti in perfetto equilibrio tra complessità e semplicità, ciò che si attaglia perfettamente a rendere il flusso dei pensieri di Pietro, che costituiscono il grosso del romanzo. Un solo esempio:
«E, ora che ho una risposta convincente, posso applicarla anche all’argomento che fin qui ho accuratamente evitato di affrontare: io ho desiderato fisicamente Marta solo ieri, solo durante quel lungo abbraccio su questa panchina – perché è inutile negarlo: io, ieri, mentre l’abbracciavo, l’ho desiderata, e lei dev’essersene accorta; ma quel desiderio non era da dentro di me da prima, non era rimasto lì da quando siamo finiti a letto insieme, dodici anni fa, come probabilmente lei ha creduto; e poiché non c’era, quel desiderio non ha affatto mortificato Lara durante la vita che abbiamo vissuto insieme, non l’ha stremata di gelosia, e a maggior ragione non l’ha uccisa» (p. 171).

La propensione ai procedimenti coordinativi dà luogo con una certa preferenza a strutture polisindetiche, come la seguente:
«[…] tu te ne vieni ad affogare davanti a me nel posto […] dove ho imparato a nuotare e a tuffarmi di testa, e ad andare in surf e ad andare a vela e a fare sci nautico e a immergermi fino a quindici metri in apnea senza bombole e perciò a sentirmi immune, mi spiego, immune dalla morte per acqua, e quando io rispondo alla tua chiamata, e faccio ciò che tu volevi facessi, cioè vengo di corsa a salvarti malgrado non ti conosco nemmeno, e tra cinque giorni mi debba sposare, e abbia un sacco di cose da perdere, […] tu cerchi di uccidermi?» (pp. 19-20).

La riproduzione delle dinamiche del pensiero viene attuata tra le altre cose mostrando i passaggi di “tema” continui e spesso bruschi che avvengono nella psiche di ognuno:
«[…] è uno spettacolo che non avrei mai immaginato; meditativo, puro, però anche energetico, allegro, armonioso: è perfetto per chi, come me, desidera stare vicino a sua figlia ma con leggerezza, senza pensare troppo. Del resto, questo è una specie di tempio della leggerezza […] – e per me, con la piega che ha preso la mia vita, passarci due ore di fila tre volte alla settimana è un dono di grande valore. E pensare che l’ho avuto lì, questo dono, a portata di mano per più di cinque anni, e non me ne sono mai accorto; e che nemmeno Lara se n’era accorta, e accompagnava Claudia, sì, ma non restava in palestra a guardarla, utilizzava queste due ore per andare al supermercato, o dal parrucchiere, o a fare altre commissioni: ma che vita facevamo? Stava male – il senso di colpa che Marta ha cercato di infilarmi tra le costole. Non è vero: Lara non stava male, perché Marta dice il contrario? […] La odiava, magari, ed è semplicemente in cerca di qualcuno con cui spartire questa colpa? Dev’essere per questo che durante l’abbraccio Lara è scomparsa dalla mia mente, e io sono riuscito a essere così egoista da preoccuparmi solo del– Claudia, qua sotto: devo concentrarmi su di lei» (pp. 107-108).

Un tratto peculiare della psicologia del protagonista è il ricorso a pensieri rassicuranti, che gli dànno la sensazione di poter tenere sotto controllo un’esistenza che invece rischia fortemente di sfuggirgli di mano. Una funzione consolatoria ha in particolar modo il sistemare in cataloghi ordinati e completi una serie di esperienze vissute, dalle più coinvolgenti (tutte le ragazze baciate nella vita) alle più banali (tutte le compagnie aeree con cui si è volato).

Molto interessante è l’elenco delle figure di morte viste nel tempo, che riunisce, ponendole di fatto sullo stesso piano, immagini provenienti da film e libri con scene vissute dal vero (da notare anche come le opere che hanno influito sull’immaginario di Pietro siano diversissime tra loro, e contemplino allo stesso modo prodotti della cultura popolare e monumenti della cultura alta, come è per un quarantenne colto di oggi, che sarebbe irreale pensare nutrito solo da capolavori letterari):
«l’elenco di ciò che in tutta la vita i miei occhi e la mia mente abbiano visto cui palesemente mancasse il soffio dell’anima: il ghigno dei teschi, l’occhio vitreo degli squali, la pelle grigia degli zombi, i mucchi di cadaveri nei lager, il vomito verde dell’Esorcista, la piramide di sedie di Poltergeist, il rincoglionimento di Frankenstein, la pagina di It che spiega cos’è It, la descrizione fisica del signor Hyde, Opale che prende a calci lo storpio, il toro che uccide il torero, Pinocchio impiccato alla quercia grande, Belfagor, Dracula, Moby Dick, i lupi mannari, quel Morganti che mi accarezza il viso con la spiga, la proprietaria della Brick di Lugano che affonda sott’acqua come un macigno, la mamma distesa nella bara col golfino beige che sembra vuoto, il corpo svitato di Lara circondato dalle fette di melone…» (p. 208).

Anche al di fuori di questo gioco esplicitato, il narratore si serve volentieri dell’enumerazione, che è senza dubbio la figura retorica fondamentale del romanzo. Per esempio:
«Dalla maga c’è andata per accompagnare Marta, come sempre. Negli anni l’ha accompagnata da una quantità di guaritori, pranoterapeuti, yogi, santoni, sciamani, stregoni, ayurveda, maharishi, agopuntori, agopuntori senza aghi, quelli-che-ti-appoggiano-i-sassi-sui-chakra – come cazzo si chiamano –, podologi che ti leggono i piedi, tricomanti che ti leggono i capelli, monaci tibetani che ti ripuliscono l’aura con la spada, samurai che la ripuliscono con la katana, perfino da un vampiro sono state, proprio così, l’anno scorso, a Corso Magenta, un rumeno della Transilvania, naturalmente di nome Vlad, che per 150 € ti preleva 25 centilitri di sangue con una siringa sterile, li beve, e poi ti dice cos’hai e cosa devi fare per trovare il tuo equilibrio» (p. 112).

Pietro è un individuo che si sforza di essere il più razionale possibile, e i cui interessi sembrano orientati più su nozioni esatte che su espressioni artistiche. Coerentemente, la componente figurale del romanzo, peraltro nient’affatto secondaria nell’economia generale del testo, si nutre principalmente di immagini scientifiche: “i bambini […] hanno già cominciato a spargere qua fuori la sostanza che permette loro di sopravvivere tra gli adulti, quella specie di antistaminico naturale che rilassa un po’ i genitori e li fa regredire” (p. 46); “il suo intervento produce un minimo di geometria nella frattale complessità dell’assembramento” (p. 48); “le persone che credono di amarsi e poi si accorgono che non è vero, e non è mai stato vero, che si trattava solo di uno sbocco di serotonina in un momento critico della loro vita” (p. 87); “nel suo aspetto c’è qualcosa di irriducibilmente asessuato, come una mano di mordente anafrodisiaco passata con tutto il suo corpo” (p. 156); “l’ho di nuovo desiderata ieri, Marta, in una fase del tutto nuova della mia vita, dopo che la transizione non di uno ma di miliardi di elettroni ha cambiato radicalmente la mia vita, […] quello che ho provato ieri era solo un impulso, un fotone di desiderio in purezza” (p. 171); “una parola il cui principio attivo […] dovrebbe essere urticante come vetriolo” (p. 174); “[la scuola] Se ne sta semplicemente su, mero prodotto di forze vettoriali” (p. 214); “la stessa subcorticale percezione di una luce che si accende e si spegne nello stesso momento” (p. 214); “Il morso continua ad affondare […], ma non fa male, lo so, perché c’è qualcosa di anestetico nel piacere che procura” (p. 350); “quasi dovesse riscattarsi dalla morfinica passività in cui il mio morso l’ha precipitata” (p. 350); “siamo tornati due individui distinti che pompano adrenalina dalle terre spelonche dell’io” (p. 351); “quando si ritrova il cazzo puntato alla gola lo interpreta correttamente come il segnale di fine-corsa” (p. 353); “evidentemente è consapevole dello sbocco di serotonina che questo cerimoniale produce nel cervello di un uomo” (pp. 354-355); “Abbracciarla, daccapo, stringerla, palparla, la lingua sul collo, la lingua sui poli della calamita, della pila, della presa di corrente, le cariche opposte si attraggono” (p. 357); “vorrei sapere se sono davvero come li penso tutti i giorni, sospesi nell’amnio della loro bolla psicotica” (p. 376).

La narrazione è molto variata, ospita inserti di diverso genere e dà spazio a una pluralità di voci. L’elemento forse più interessante del romanzo è proprio il modo di gestire la plurivocità: infatti, se si eccettuano alcuni brani in cui si riproducono particolari tipi testuali, come la mail o la relazione aziendale, gli elementi polifonici del romanzo vengono assorbiti dal punto di vista del protagonista, in una dialettica tra spinte centrifughe e ripiegamenti centripeti che ipostatizza nella narrazione le dinamiche complesse e conflittuali tra l’io e il mondo esterno proprie di ogni individuo. Si può dire insomma che, come in ogni romanzo di valore, in Caos calmo l’assetto stilistico è perfettamente congruente con i contenuti che l’autore intende veicolare.»

tratto da Narratori italiani del Duemila. Scritti di stilistica militante di Luigi Matt, Meltemi editore

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