“Canto 6 del Purgatorio“: parafrasi

Le anime di Jacopo, di Buonconte e di Pia mi avevano parlato, una dopo l’altra, ma non erano state le sole a farmi richieste. Tutte facevano ressa intorno a me. Mi sentivo come un giocatore che ha vinto molti soldi e che cerca di liberarsi dalla calca di quanti gli stanno attorno, dando qualche spicciolo da una parte e dall’altra. Io facevo lo stesso: promettevo di ricordarle, quando fossi tornato fra i vivi, di chiedere per loro preghiere.

Riconobbi parecchi di quegli spiriti. C’era Benincasa da Laterina, giudice ucciso per vendetta da Ghino di Tacco, di cui aveva fatto condannare a morte un fratello e uno zio. C’era Guccio dei Tarlati da Pietramala, annegato nell’Arno mentre combatteva contro i fuoriusciti guelfi della famiglia dei Bostoli. C’erano Federigo Novello, ucciso da uno dei Bostoli, e Gano degli Scornigliani, fatto eliminare dal conte Ugolino, e Orso degli Alberti, assassinato dal cugino Alberto.

Vidi anche Pierre de la Brosse, intimo consigliere di Filippo III l’Ardito. Una ventina d’anni prima, la seconda moglie del re, Maria di Brabante, lo aveva accusato, come molti avevano detto, di avere cercato di sedurla; altri, invece, dicevano che la regina aveva scoperto le sue intese segrete con il nemico re di Castiglia e aveva convinto il marito a farlo arrestare. Entrambe le accuse erano comunque false, dettate solo dal desiderio di vendetta di Maria, perché Pierre, tempo prima, l’aveva dichiarata unica responsabile della misteriosa morte del figlioletto che il re aveva avuto dalla precedente moglie. La regina si era macchiata di quell’orribile delitto per favorire la successione al trono del figlio suo, Filippo il Bello. Mi auguro che quella signora si penta, finché è in tempo, del male che ha fatto. In caso contrario, l’aspetta l’Inferno.

Bene o male, comunque, ero riuscito a liberarmi dalla ressa di quelle anime. Le loro incessanti richieste mi avevano fatto venire un dubbio. Lo rivelai a Virgilio: – Maestro, in un punto della tua Eneide, fai dire alla Sibilla che non bisogna sperare che i decreti divini si possano piegare con le preghiere. Eppure, queste anime pregano proprio per questo. La loro speranza é inutile? Oppure non ho capito bene quello che hai scritto? –

– La speranza di queste anime – mi rispose — non é affatto inutile. La sentenza di Dio è immutabile e pretende una soddisfazione che non può diminuire. Possono cambiare, però, la forma e il modo con cui essa può essere soddisfatta. La preghiera, ad esempio, può ridurre l’espiazione vera e propria. D’altra parte, tu hai capito benissimo le mie parole. Ma tieni presente che le preghiere di cui parlavo nel mio poema erano rivolte a divinità pagane, per questo non potevano essere gradite a Dio. In ogni caso, non soffermarti su dubbi simili. Te li chiarirà tutti l’anima santa che vedrai, felice e ridente, in cima a questo monte: Beatrice. –

Ero stanco, ma quel nome mi fece dimenticare ogni fatica e mi fece solo desiderare di arrivare a lei quanto prima possibile. Era ormai pomeriggio e avrei voluto camminare più in fretta. Ma Virgilio smorzò la mia foga: avremmo camminato soltanto finché fosse durata la luce del Sole. Del resto, mi disse, la salita era molto più lunga di quanto potessi immaginare. Prima di arrivare lassù, avrei visto altre volte sorgere il Sole, che adesso era ormai nascosto dietro il monte. Infatti, il mio corpo non proiettava più alcuna ombra.

– Guarda – continuò – quell’anima che se ne sta tutta sola e che ci sta guardando: ci indicherà la via più breve. –

Ci avvicinammo a lei. Era piena di dignità, altera, pacata. Non ci parlava, ma ci osservava procedere, muovendo solo gli occhi, come un leone quando riposa.

Virgilio la pregò di dirci quale fosse la strada più agevole per salire. Lo spirito non rispose, ma ci domandò, invece, del nostro paese e della nostra vita. Il mio maestro, allora, cominciò: – Mantova… E subito l’anima si alzò e corse verso di lui, dicendo: – Anch’io sono nato vicino a Mantova, sono Sordello da Goito. Tu ed io veniamo dalla stessa terra. – E si abbracciarono l’un l’altro.

Povera Italia, tu, serva, tu, luogo di dolore, tu, nave senza timoniere in mezzo a una grande tempesta, non più signora di popoli, ma bordello! Lì nel Purgatorio, dove pure i legami terreni sono attutiti, l’anima di Sordello era stata così pronta a festeggiare il suo concittadino, soltanto per avergli sentito pronunciare il dolce nome della sua città. E ora, invece, i tuoi abitanti, che ancora vivono nel mondo e che dovrebbero perciò ancora sentire in tutta la sua forza il vincolo della comunità civile, non sanno vivere senza farsi guerra e persino quelli che vivono in una medesima città si scannano fra loro.

Cerca pure, povera Italia, in tutto il tuo territorio, nelle zone costiere e in quelle interne: non troverai una parte di te che sia in pace. A che cosa serve che Giustiniano abbia riordinato il diritto, se la tua sella manca del cavaliere? A che servono le leggi, se non c’è nessuno che le faccia rispettare? Se non ci fossero, la vergogna sarebbe minore.

Dico a voi, gente di Chiesa: dovreste obbedire al volere di Dio e lasciare che sia l’imperatore a guidare l’Italia. Guardate com’è diventata: una cavalla selvaggia, ribelle, perché non é tenuta a freno, perché voi, fatti per governare le anime, avete preteso di governare lei!

Tu, Alberto d’Asburgo, tu, imperatore che abbandoni quest’Italia, mentre dovresti guidarla, possa scendere dal cielo la giusta punizione contro te e la tua stirpe! E sia tanto tremenda che il tuo successore ne abbia terrore! Perché tu e tuo padre Rodolfo, tutti presi dagli affari tedeschi, avete sopportato che l’Italia, il giardino dell’impero, restasse abbandonata? Vieni a vedere le lotte fra famiglie rivali, a Verona, fra Montecchi e Cappelletti, a Orvieto, fra Monaldi e Filippeschi. Guarda l’umiliazione dei tuoi feudatari e cura i loro mali. Vedrai com’è ridotta la contea di Santafiore, divorata dal comune di Siena. Vieni a vedere la tua Roma: piange, vedova di te, e ti chiama giorno e notte. Vieni a vedere quanto si ama la gente. Se non t’importa niente di noi, preoccupati almeno di quel che si dice di te.

Dio, é possibile che la tua giustizia ci abbia abbandonati? Oppure le disgrazie che ci affliggono sono solo la preparazione di un qualche bene futuro, imprevedibile per le nostre povere menti mortali? Non può che essere così, perché le città d’Italia sono tutte piene di tiranni e ogni villano che riesca a diventare capo di una fazione, subito si atteggia a ribelle contro l’Impero.

Firenze mia, puoi essere ben contenta, perché queste mie parole non ti riguardano! I tuoi cittadini fanno di tutto per non meritarsi il mio rimprovero!

In altre città, molti hanno la giustizia nel cuore, ma ne parlano solo quando è necessario, perché essa non divenga l’ipocrita maschera del suo contrario. Invece, i tuoi figli ne parlano in continuazione, ma ce l’hanno solo sulle labbra, non nel cuore.

Altrove, sono molti quelli che, pregati di accettare cariche pubbliche, le rifiutano, perché si sentono inadatti e impreparati. Al contrario, i Fiorentini, con ammirevole spirito di sacrificio, sono tutti subito pronti ad accettarne il peso, anche senza essere stati chiamati a farlo, e ciascuno grida con entusiasmo “Sono pronto ad assumermi questa gravosa responsabilità”, perché ciascuno sa quanti vantaggi personali e quanti profitti ne potrà trarre.

Rallegrati, Firenze! Sei ricca, sei in pace, hai giudizio! Atene e Sparta, che pure furono tanto civili, non sono niente in confronto a te, che prendi provvedimenti così sottili che non durano neanche quindici giorni. Quante volte hai cambiato leggi, moneta, uffici pubblici e consuetudini! Quante volte hai rinnovato i tuoi cittadini, mandandone in esilio alcuni e richiamandone altri! Ti comporti come una malata che cerca inutilmente una posizione riposante nel letto e si illude di trovare sollievo, rigirandosi da una parte e dall’altra.

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